La mia amica Cler, responsabile della comunicazione all’epoca Tacchini, si è lanciata in studi istituzionali, avendola il destino trascinata dai campi da Tennis ai Consigli Comunali. Lei è sempre stata il mio maestro di cerimonia.

Perché non facciamo un bel logo all over? le chiesi io entusiasta e un po’ guascona appena atterrata dalle passerelle alla terra rossa, credendo che le regole della moda potessero essere valide anche nello sport. Scoprii con lei le complicatissime e rigorose norme di tutto il circuito tennistico mondiale. A Wimbledon (dove il protocollo è uno spettacolo) un solo logo, piccolo, su maglia bianca, con scarpe bianche, piping di pochi millimetri concesso con il contagocce. Gli unici che corrono sono gli atleti. Il pubblico può solo camminare, anche se è in ritardo. In mezzo a quella erbetta perfetta e a quei fiori viola non c’è niente di meno elegante che essere griffati. Mi sono sentita peggio solo in Giappone.
Tra i libri di cui Cristina mi ha parlato all’inizio della sua avventura nella Pubblica Amministrazione, mi ha colpita “Il Cerimoniale” di Massimo Sgrelli. Pare sia una bibbia per chi deve studiare il protocollo di stato. Una serie di norme che favoriscono le relazioni sul piano formale e di conseguenza anche sostanziale.
A me il manuale di comportamento ha sempre affascinato. La mamma leggeva Donna Letizia su Grazia e ci faceva sorridere con i suoi sottili consigli a giovani nuore messe sotto esame da perfide suocere. A scuola abbiamo studiato il Galateo di Giovanni della Casa (le sue indicazioni su come comportarsi a tavola facevano sembrare dei principini anche i più selvaggi della classe: possibile che nel ‘500 si dovesse dire a un cortigiano di non mettersi le dita in bocca a tavola? o di non assaggiare le pietanze dal piatto del vicino?)
In Azienda e spesso in società, le regole del cerimoniale non sono scritte.
Consuetudini e manie rendono unici certi piccoli inferni e santi certi salvifici maestri di cerimonie che ti tendono una mano proprio sull’orlo del precipizio, suggerendoti, quando non ci arrivi da solo, come comportarti.
Io ho spiegato a una bella e giovane ospite che togliere i suoi tacchi a spillo per salire su uno yacht a Montecarlo non era un’opzione, ma una regola a cui non si sarebbe potuta sottrarre neanche Cenerentola con le sue scarpine di cristallo. Il teak di coperta per un marinaio vale molto più del tuo outfit della festa.
A me hanno spiegato, prima che mi profondessi in saluti inopportuni, che al principe Alberto mi sarei dovuta rivolgere con un Monseigneur (anche se non era la mia prima comunione) e non con un Monsieur .
Se ti rivolgi per iscritto a un professore universitario, lo chiami Chiarissimo anche se avresti bisogno di Google Traslator per capire le sue lezioni. Con il buon senso non ci arrivi, te lo deve dire qualcuno.
In ufficio le regole non scritte segnano senza ombra di dubbio chi è in linea e chi no. Anche nel dress code. Les chemises bleu di certi dirigenti in Chantelle indicavano con chiarezza i primi riporti del Patron. Gli ignari novellini, con camicia bianca o rosa, erano out senza saperlo. I pullover di Marchionne (consiglio di amministrazione o casual friday?), ti facevano capire chi il fine settimana non lo avrebbe fatto al mare (Vacanza da cosa?).
In Dolce la cerimonia del pricing ha sulla coscienza diversi menischi (ore in piedi snocciolando carrelli di giacche e cappotti) e pennarelli rossi (Manuel ha quelli giusti). Solo gli iniziati sanno come sopravvivere.
In assenza di manuali scritti (non sempre si può avere uno Sgrelli sotto mano), dobbiamo augurarci di capire in fretta le regole non scritte e di trovare una buon’anima che ci blocchi una stampa all over prima di inciampare direttamente sull’erba di WImbledon. Game

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