
In questi giorni a casa avrei bisogno di una tuta mimetica al posto del pigiama. Radio, tv, internet sono costantemente sintonizzati sulla guerra in Ukraina.
Io e Erri abbiamo visioni poco compatibili. Non sul conflitto, ma su come convivere con il conflitto.
Io rifuggo i dettagli, i closeup, la testimonianza in diretta, il giornalista fuori dalla buca del metro, la vecchina trasportata con la carriola. Faccio la parte dello struzzo? della superficiale insensibile?
Erri si becca, senza soluzione di continuo, TUTTI i dibattiti, approfondimenti, reportage dalla Ukraina.
Sostituiti in poche ore i virologi con gli strateghi del fronte (io evitavo anche le dirette dalla terapia intensiva) mi tocca rimpiangere il Generale Figliuolo, così esagerato con tutte le sue decorazioni sul petto, fronte Palazzo delle Scintille, sostituito da soldati che paiono mio figlio e divise su cui non si può fare ironia.
Ma questa presa diretta sul dolore, sulla tragedia, a me crea solo frustrazione, se non riesco a capire come fare la mia parte.
Il rischio, dopo le lacrime e lo sgomento, è di avere il suono delle bombe in salotto come sottofondo alla vita. Con due possibili esiti: diventare cinici (mi passi il sale? è dietro il posto di blocco) o vivere con l’ansia perenne (che cosa studio a fare matematica se sta per scoppiare la terza guerra mondiale?).
Per salvare il nostro diritto e dovere di vivere pienamente, di sognare le feste di compleanno, di imparare a cucire o di suonare in una band, e nello stesso tempo di essere uomini (nel senso di umani, alla Saint Exupery) e sentire la responsabilità di fronte alle miserie del mondo, ho un piano sottile.
Punto a ripristinare le virili perversioni del telecomando (io ho un marito che lo reputa sua assoluta proprietà e lo infila nel taschino della camicia quando si sposta dal divano, per evitare che io possa impossessarmene e magari scovare una replica della Signora Fletcher) riproponendo programmi che trovavo insensati (e ora rimpiango): navi che parcheggiano, doganieri che scovano semi clandestini nelle imbottiture delle valige, documentari sugli insetti, aste di orologi o garage.
Avendo in sottofondo l’accoppiamento delle cavallette o la grande migrazione del Serengheti (grande classico di Erri), sarà più facile chiedersi veramente come porci di fronte al dolore. Cercando l’empatia, ma in modo pudico, dosando la sofferenza affinché non ci paralizzi o ci renda indifferenti.

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