Giovedì sera io e Paola siamo andate a vedere la mostra di Sorolla, a Palazzo Reale.

Il giovedì Palazzo Reale chiude alle 22.30, cosi che anche noi indigeni con tacchi e giacca, possiamo sentirci per una sera turisti in Piazza del Duomo.
Io sono arrivata con calma, guardando le vetrine del Libraccio in Santa Tecla (perché il Fede non porta qui i suoi libri usati? gli mando un reminder con foto della scritta “valutiamo bene e paghiamo subito”: chissà che l’avidità adolescenziale lo spinga a vincere la pigrizia adolescenziale).
Paola invece è arrivata trafelata, al fotofinish, con voce rotta e camminata scomposta (voglio una vita più semplice! chi diavolo ha messo il mercatino in Pagano!? il telefono è scarico, il navigatore non funziona, trovo solo strisce gialle, non ho fatto il bancomat , non ce la farò mai…).
Alle 19.15, contro ogni pronostico, salivamo lo scalone d’onore e ci lasciavamo alle spalle tutta la stizza della fretta, per buttarci sulle spiagge piene di luce di Joaquin Sorolla.
Vele bianche, riflessi sull’acqua, bimbi nudi e abbronzati a Valencia, donne eleganti con capello a Biarritz.
Ma che bello è questo Sorolla? Dove lo avevano nascosto fino ad ora? Dove eravamo noi mentre se lo contendevano le gallerie di Parigi e New York? Massimo D’antico, la nostra colta e sofisticata guida, ci ha svelato un mondo nuovo, pieno di fascino , di eleganza e semplicità.
Dato che l’arte non sufficit a farci sentire proprio in vacanza, abbiamo chiuso con un club sandwich da Giacomo. E un calice di Pinot. E un bel po’ di chiacchiere. E così abbiamo fatto Villeggiatura tra le pietre della città , mentre si accendevano parole. Ogni riferimento a Saba è voluto.

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