
Quando ho iniziato a lavorare in Armani, una quindicina di anni fa, i due progetti più importanti che ho seguito, sono stati l’intimo uomo per un mega lancio negli Stati Uniti, e EA7, una nuova linea che avrebbe dovuto coprire il segmento Active /Sport nell’universo variegato di Re Giorgio.
Entrambi i progetti sono stati un vero successo, ma un segmento formidabile che mi sono trovata a guidare quasi a corollario dei due obiettivi principali, è stato quello dell’accessorio tessile: sciarpe, cravatte, foulard, cappelli, guanti. Di cui ahimè conoscevo ben poco.
Specialiste di prodotto di tutto questo mondo molto comasco, molto serico, molto liquido (in Armani tutto deve essere liquido, scivoloso, cascante) una truppa di fanciulle taglia 38. Non scherzo sulla taglia: Ester, Angela, Camilla, Loredana, Alexia, forti e determinate come l’acciaio, ma con un fisico minuto e inversamente proporzionale alla loro taglia professionale, mi hanno iniziato al mondo delle frange annodate a mano, delle mischie di fibre preziose, dei finissaggi, delle varianti colore.
Grazie a loro ho flirtato con le cartelle inglesi, con i bordi rimessi, con il fil coupé e i quadri di stampa.
Ebbene, fra tutte le decine di prodotti che ho acquistato e indossato in quel periodo, una sciarpa di pashmina bianca ha avuto un ruolo speciale nel mio guardaroba. In tutti i viaggi di lavoro, in tutte le valige delle vacanze, la mia insostituibile sciarpa ha avuto un posto d’onore. Così impalpabile da stare anche in borsetta, così calda da salvarmi da tutte le arie condizionate del pianeta (da Chicago al Qatar), così elegante da diventare una stola alla sera, così versatile da stare a suo agio in barca o sugli spalti di Wimbledon.
Ora, questo magico quadrato di cachemire, sopravvissuto a cambio azienda, cambio valigia, cambio climatico, ieri sera si è smarrito in metropolitana.
Andando a teatro, la mia coperta di Linus, l’oggetto transizionale che ha salvato se non la mia psiche, almeno le mie vie aeree negli ultimi 15 anni, mi ha abbandonata. A nulla sono valse le ricerche post spettacolo (per altro di una noia mortale) sotto la panchina del metro, al gabbiotto dei controlli, al parcheggio. Un cono gelato (in Cordusio 2 palline a 4 euro. Caro energia del freezer?) ha alleggerito solo il mio portafoglio. Qualche avventore della linea rossa avrà raccolto quella nuvoletta bianca e soffice dal suolo nero e gommoso della banchina, la avrà infilata nella sua borsa e la avrà portata via.
Peccato non poter attaccare la sua foto sui pali della luce o all’uscita delle scuole.
Riccardo III avrebbe dato il suo regno per un cavallo. Io a casa avrò 50 foulards. Li darei tutti per riavere la mia pashmina. A Scarf! A Scarf! My kingdom for a Scarf!

Lascia un commento