Vedi Napoli e poi muori

Come Goethe , dopo il suo viaggio in Italia, io torno a Milano sapendo che mai potrò essere davvero infelice durante l’inverno prossimo venturo , perché il mio pensiero potrà tornare a Napoli.

Tre giorni di pura sorellanza (Silvia e Alessandra erano con me), armonia, arte e bellezza.

E anche divertenti aneddoti di milanesi al sud.

Di Napoli in verità (vista parecchie volte di sfuggita, di passaggio, per lavoro, andando a Pompei, imbarcandomi per la Sicilia) avevo comunque molte suggestioni.

Tramite la mia amica Susi (cocktail metameridionale di Roma Caserta Napoli, benché abbia smesso di gattonare già sull’alzaia del Naviglio) che ci delizia da anni con pizza di scarole e vocali chiuse.

Tramite le canzoni di Bennato e Pino Daniele.

Tramite il cinema di Martone (che struggimento l’ultimo Nostalgia), i goal di Maradona e gli occhi di Leopardi.

Benché pensassimo di essere perfettamente mimetizzate con la popolazione locale (non indossavamo le friulane, non pagavamo con Satispay, non chiedevamo caffè d’orzo in tazza grande) ci hanno sgamate dappertutto.

Un venditore ambulante di biancheria intima  in via Toledo ci ha inseguite proponendoci “calzini senza glutine”, ritenendo evidentemente la celiachia una enteropatia nordica.

Alessandra, sempre la più desiderosa di integrazione (per altro di magrezza incompatibile con l’alimentazione e l’immaginario meridionale) ha chiesto ad alta voce dove fosse finita la guida, apostrofandola “la Deborah”. Quell’articolo di fronte a nome proprio ha risuonato nella cavità della Napoli sotterranea come un ruggito in mezzo a un branco di impala. Neanche l’acca finale, muta ahimè, ha salvato la sua copertura.

Sedute al Gambrinus per la colazione della domenica, abbiamo storto un po’ il naso per la schiuma nel latte macchiato. “Qui lo serviamo in tazza” ha detto il cameriere, pensando che noi lo volessimo nel bicchierone di vetro dei bar corrivi della periferia lombarda anziché nella sua bella porcellana.

 Al Teatro San Carlo ho chiesto quanto costasse un posto nel palco reale (700 euro circa btw) sotto gli occhi severi di mia sorella piccola che mi ha guardato manco fossi il milanese imbruttito. Nel palco secondo lei ci devono andare solo su invito le personalità che se lo meritano. Chi ci va comprandolo è un cafone. Forse ha ragione.

La Galleria Umberto I, gemella della nostra Vittorio Emanuele, ospita l’Euronics al posto di Prada, Il Mc Donald al posto del Savini. Qui, mi spiace, non c’è gara.

Ci hanno corteggiate con ironia tutti i taxisti (mariti e figli a casa? Siete delle fuoriclasse!), gli edicolanti (già partite?) e i camerieri (ora fate le isole?) della città.

Portiamo a casa le sfogliatelle di Ciro e un paio di centimetri in più nel giro vita, nonostante i 20.000 passi giorno.  Da domani in piena fashion week, torniamo a sgranocchiare semi.

La campagna ADV Dolce&Gabbana fotografata a Napoli mi pare oggi molto più bella della scorsa settimana.

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