Salus per aquam: microcomunità in spogliatoio

Al sabato vado a nuotare. Ho iniziato quando il Fede era piccolo. Non potevo sopportare di aspettare sugli umidi spalti, impegnata in conversazioni insulse o in bagni di vapore, mentre lui imparava a stare a galla.

Così abbiamo trovato una ottima soluzione: lui a lezione (insieme a 2 cugini con la maestra Micaela) e io a fare qualche vasca nelle corsie del nuoto libero, insieme a Silvia e Alessandra, mamme degli altri due Fantastici tre (come dopo anni abbiamo scoperto fossero catalogati Fede, Franci e Cate alla Piscina Anna Frank, da poco finalmente riaperta dopo anni di chiusura ).

Poi il Fede è diventato grande. Lui e il Franci (cugino fraterno) prima hanno lasciato lo spogliatoio delle femmine per gestirsi da soli in quello dei maschi (e noi fuori ad aspettare friggendo, mentre loro giocavano a gavettoni con le cuffie di lattice sotto la doccia e uscivano con la t-shirt indossata al contrario) e infine hanno lasciato proprio la piscina.

Ma io non ho ma smesso di tuffarmi in quelle (e molte altre) corsie d’acqua, macinando vasche e pensieri, a stile libero, a rana, solo braccia, solo gambe, seguendo un protocollo tutto personale che annienta le preoccupazioni e mi porta un benessere psicofisico che neanche una giornata di shopping o un week end nelle Langhe riescono a darmi.

Le compagne di spogliatoio, che hanno bene o male i nostri orari e bene o male la nostra anima, sono discrete, sorridenti e formano una piccola comunità che si nutre di pochi minuti di empatia, moltiplicati per una infinità di sabati.

Un sorriso al phon (sono nuovi, come funziona la chiavetta?), lo scambio di uno sguardo sotto la doccia (ho dimenticato il balsamo, me ne presti un po’? sei il mio salvagente), il commento sugli orari estivi o sul colore di un costume nuovo.

C’è la ballerina che nuota con il trucco idrorepellente e un costume bellissimo che è un arcobaleno di colori. L’unica che pare in palcoscenico anche in vasca.

La donna con il pancione che presto vedremo portare un cucciolo a nuotare (sarà maschio o femmina?). Le mamme che accompagnano i bambini al corso di nuoto (come noi, fino a una decina di anni fa, che tenerezza), le ragazze che vengono tre volte a settimana e hanno il fisico di un delfino.

Di queste donne non sappiamo quasi nulla. Di pochissime sappiamo il nome (la ballerina si chiama Sabina, ma lo ho scoperto solo pochi giorni fa), di quasi nessuna la professione (una fa i turni: potrebbe essere un cardiochirurgo o una operaia all’altoforno; un’altra è ingegnere alle ferrovie e lo scopriamo perché, a fronte di una lamentela sui ritardi di Trenord, spiega la faccenda del binario unico e della incredibile quantità di vagoni che transitano da Cadorna). Sono sposate? Single? Di certe vediamo i figli. Delle altre non sappiamo se ne abbiano. O se ne abbiano mai desiderati.

Eppure in quei minuti, in quella condivisione di spogliatoio, in quei movimenti minuti in cui siamo così uguali (un po’ nude, con i capelli bagnati, a cercare la spazzola, a sistemare l’accappatoio, isolate dal mondo esterno, sanificate da 50 minuti di immersione in un liquido tiepido, senza gravità terrestre e gravità di pensieri, felici allo stesso modo, delle stesse sensazioni) io sento di fare parte di una comunità piccola e affettuosa. Un senso di empatia che raramente trovo altrove. La sensazione magnifica di appartenere a qualcosa. Qualcosa di simile all’umanità. O alla fratellanza. Possibile che bastino 50 vasche?

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