Felicità. Alle sette da Beniamino

Mercoledì scorso seratona da Beniamino. Si parlava di felicità!

A me piaceva parecchio sia l’argomento (chissà mai ci somministrassero una qualche pozione magica o un elisir di leggerezza per affrontare l’autunno) sia l’idea di incontrare Enrico Finzi, ricercatore sociale di grande prestigio che io avevo avuto modo di ascoltare agli esordi della mia carriera, quando lavoravo in Swatch e le sue analisi acute (ma soprattutto la sua capacità affabulatoria, le sue battute , lo scarto dell’inatteso) rendevano quelle presentazioni divertenti come uno spettacolo teatrale.

A quei tempi, erano gli anni ’90, l’amministratore delegato di Swatch era Franco Bosisio che traboccava carisma e imperio. Devo dire che averli entrambi sul palcoscenico, il manager e il sociologo, era una bella gara di mattatori. Una escalation di performance, il bello e dannato vs il colto visionario,  per cui sarebbe valsa la pena pagare il biglietto.

Ed eccolo ritrovato, in un salotto tiepido e con un bicchiere in mano, con lo stesso gusto per l’analisi, per il racconto arguto e per le parole che giocano a fare il calembour. Essendo che nessuno dei convitati si era ingarellato a rubargli la scena, siamo stati spalle perfette a seguire tutti i risultati dei suoi studi  (la felicità è variabile non correlata al reddito ma piuttosto alla speranza), le deviazioni (cosa può consigliare un nonno a una nipote diciottenne a proposito di sesso?), le freddure (che bello dire un po’ male delle banche di fronte a tanti bocconiani).

Sarà l’età (dopo i 24 anni ho smesso di credermi immortale), sarà l’ultimo report della Caritas sulla povertà in Italia (la povertà aumenta e pure si eredita, dimentica dell’ascensore sociale), sarà che devo gestire qualche problema di salute in famiglia (porto a casa dolcetti e leccornie a farmi perdonare saltuarie insofferenze) ma mi sono trovata davvero in sintonia con le considerazioni della serata.

Fonte di felicità sono un reddito medio, una famiglia, una fede, il donare. Anche la cultura rende più felici.

E poi, dopo tutta questa profondità, sentire che si può essere leggeri (se può fare un po’ il giullare Finzi, chi protesterà se lo facciamo anche noi?) davanti al dessert. Quindi via ai commenti sulle Kardashian, sulla tendenza dei capelli bianchi (solo con piega e trucco impeccabili), sui reggiseni color foundations (ma la palette deve coprire tutta la variabile epidermica dell’orbe terracqueo) sull’opportunità o meno di depilarsi (trend americano di ipertricosi progressista) o rifarsi le labbra (trend popolare, ma tamarro, da Trieste in giù). Siam partiti alti, siamo usciti con la stupidera. Roba da essere felici.

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