
Il Fede l’anno scorso mi ha detto che dopo il liceo avrebbe voluto diventare mastro orologiaio.
Non il dottore come la nonna Rosita? Non l’architetto come il Bobo? Non l’avvocato che in famiglia non ce n’è e uno farebbe comodo?
Il parziale sgomento è stato più di Erri (quindi niente Università?) che mio. A me l’idea di un mestiere in famiglia non dispiace, anzi.
Svizzera? Milano? Torino? Elba? Dove sono le scuole migliori per diventare orologiaio?
Nell’ultimo anno mi sono scatenata nelle indagini. Ma domenica una magnifica occasione di orientamento la ho colta tramite Apritimoda.
Si è trattato di un week end (la manifestazione esiste dal 2017 ma non ne avevo mai approfittato) in cui le case di Moda aprono spazi normalmente inaccessibili al pubblico, per disvelare il dietro le quinte, la magia della manifattura, la competenza delle maestranze.
Dolce&Gabbana, presso la sede di Legnano, metteva in mostra non l’abbigliamento (per quello posso tenere un seminario) ma l’Alta Gioielleria e l’Alta Orologeria. Ho subito iscritto il Fede. Lo ho accompagnato e ho avuto una sensazione bellissima. La prima, straniante, di entrare in una sede che conosco da sempre, non come dipendente ma come visitatore.
Con gli occhi del gruppetto di appassionati delle 12, ho visto la bellezza della Reception (così ampia, con il pavimento in cementina e il banco in acciaio), delle foto di campagna (le modelle in bianco e nero con occhi neri come la lava), dei loghi tridimensionali, del giardino. Tutti elementi che i miei occhi assuefatti dalla quotidianità non vedono più.
E’ stato come vedere tuo marito (quello un po’ musone che compra all’Esselunga almeno 10 prodotti junk alla settimana che disapprovi e che appena entra in casa accende la tv mentre tu vorresti la radio) con gli occhi di un’amante (ipotetica e squisitamente teorica, bada bene). Rendersi conto che in quella spesa che ti irrita perché contiene gnocchi alla romana già cucinati della gastronomia e noccioline pralinate, ci sono anche i Buondì Motta che mangi solo tu, i fichi d’india che sono solo per te, il dentifricio liquido per il tuo bagno. E che se lui non facesse la spesa tu moriresti di fame.
Ieri, nel laboratorio di gioielleria abbiamo visto la bilancina idraulica che pesa i carati (corrispondono a un quinto di grammo, lo sapevate?) il microscopio per snidare le impurità delle pietre (ma qualche intrusione agli smeraldi si può perdonare), il software per scomporre un orologio in tutte le sue componenti, le spazzoline rotanti per lucidare le montature in oro, le pinzette per il filo ritorto, i colori per gli smalti.
A svelare questi segreti, la gemmologa che gira fiere di pietre tra Arizona e Svizzera, Walter che cerca diamanti in Botswana e tormaline nello Sri Lanka, Giancarlo che elabora movimenti per conciliare rigore svizzero e estetica mediterranea e Fabrizio, moderno Virgilio, che ci ha guidato tra macchine da guerra leonardesche (incise sul quadrante di un orologio) e foglie di vite , omaggio alla vigna di Leonardo da Vinci riaperta alla casa degli Atellani in corso Magenta, riprodotte su una collana da mille e una notte in omaggio al genio italico.
Fede esce tutto convinto nella sua inclinazione alla pinzetta e ai meccanismi di precisione, io se avessi vent’anni vorrei diventare gemmologa o cesellatrice, o smaltatrice… Non avendo una macchina del tempo che mi riporti indietro di qualche lustro, mi riprometto per il prossimo anno di fare un pellegrinaggio laico tra le più belle aziende che apriranno le loro porte. Per i lettori di vent’anni, imperativo categorico: il futuro potrebbe essere con una pinzetta in mano, ma seduti su un cuscino di seta.

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