La mia prof di italiano delle medie diceva che una serata alla Scala ogni

tanto, può tenere in piedi un matrimonio. Non credo che valga per il mio di matrimonio (Erri è meglio portarlo a Wimbledon se voglio fare progetti a lungo termine: sempre di tempio si tratta, ma con attori che usano meglio il braccio che l’ugola).
In ogni modo un paio di settimane fa il Giachi mi ha invitato a vedere Fedora.
Io alla Scala andrei anche a sentire la lettura dell’elenco telefonico, quindi ho accettato con entusiasmo, anche se dell’opera non conoscevo niente. Di Umberto Giordano poi (dopo Verdi e Puccini per me tutto il resto è nicchia), se non ci fosse stata la prima di Andrea Chenier qualche anno fa, avrei saputo ancora meno.
Appuntamento davanti al teatro. Io arrivo a piedi dall’ufficio, mio fratello con la bici che lega in via Filodrammatici. La serata è tiepida anche se è già metà ottobre. Mi dispiaccio per il pianeta (probabilmente finiremo arrosto prima di arrivare alla pensione) ma nell’immediato mi pare una favola.
Il giorno prima, lettura necessaria del libretto. E’ vero che ci sono i testi sul display, ma a me non piace distogliere lo sguardo dalla scena mentre gli attori, non sempre così intellegibili nella pronuncia delle parole, cantano. La trama è talmente complicata, tra spie, tradimenti, assassinii, equivoci, che senza un po’ di preparazione sarebbe difficile capirci qualcosa. Anche per l’ispettore Barnaby.
Essendo che si trattava della prova generale, eleganti sì, ma non troppo. Il Giachi ha ritenuto che un look da matinée fosse adeguato. Io ho approvato.
Il pubblico fa scelte variegate. Ci sono quelli che fanno gli sportivi disincantati e arrivano, credendo di essere cool, con la felpa sgualcita e le sneacker luride (miserabili anche per un trasloco, figuriamoci per entrare in quel teatro). Non ci siamo proprio. Il contrasto con le finiture dorate, i velluti, i lampadari, la cura di centinaia di persone per montare lo spettacolo è talmente stridente che ti verrebbe voglia di buttarli fuori e gettarli nelle tenebre (evangeliche) dove sarà pianto e stridore di denti.
Mi fanno molta più tenerezza i ragazzi con la giacca troppo grande, prestata dal papà o da un amico, alcuni addirittura con il papillon (alla prova generale il papillon lo portano solo i camerieri del bar), accompagnati da ragazze con i tacchi troppo alti o le gonne troppo corte. E’ la loro prima volta alla Scala. E nelle loro mise un po’ goffe ed eccessive c’è tutto il rispetto, la trepidazione, l’aspettativa per il debutto nel tempio della lirica. Come è preferibile sbagliare per troppo rispetto che per troppa supponenza!
Le migliori sono, al solito, le sciure, habitué del teatro e con cultura musicale a prova di loggione. Sono arrivate in tram o metropolitana, vestite di nero e grigio, con una spilla sul golfino e scarpe tacco 5.
Ne abbiamo due esemplari magnifici (e generosi di aneddoti) nel nostro palco di terzo ordine. Una, minuta, dotata di caramelle gommose e sciolte (per non fare rumore di carta durante la recita) che ha recuperato la pellicola del ’42 con Loris Ipanov interpretato da Amedeo Nazzari e Fedora dalla Ferida. L’altra, più imponente e risoluta, ci segnala che stiamo rivedendo un Roberto Alagna (è lui il nostro Loris) sul palco scaligero dopo 16 anni: durante una recita di Aida, aveva piantato a metà lo spettacolo per via dei fischi dal loggione e non era più tornato a Milano. Il suo sostituto era stato cacciato in jeans sul palco (tutti gli altri attori brillavano nei costumi dorati dei faraoni) senza neanche avere il tempo di darsi un filo di trucco o scaldare la voce.
Poi un bicchiere di vino nel ridotto durante l’intervallo. E la passeggiata a chiusura del sipario chiacchierando per riprendere l’automobile. Cosa ne pensiamo dei riferimenti a Magritte? Alcune scene riproducevano i suoi quadri. E dei costumi del terzo atto? Brutti dai, con i fuseaux e le scarpe da ginnastica. Bocciata la tele a colori del primo atto (da Martone mi sarei aspettata di più). Però l’intermezzo musicale a scena chiusa, uno splendore, un godimento assoluto. E anche il libretto, bello vero? Con l’aria della donna russa (angelo e serpe, zingara e regina) e dell’uomo parigino (farmaco biondo, tossico blando).
Una serata che è stata uno spettacolo. Dentro ma anche fuori dalla scena. Forse aveva ragione la prof di italiano. Una serata alla Scala può tenere in piedi un matrimonio. Anche se ci vai senza tuo marito. Grazie fratellino.

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