Aristocrazia omeopatica

Un palazzo in città, una casa al lago, un palco alla Scala, una tomba al Monumentale: ecco i must have di una famiglia aristocratica milanese nel 1800.

Sentire Franco Pulcini (scrittore, critico musicale, professore al conservatorio) dall’abito grigetto ma dall’anima e dalla lingua caleidoscopiche, è meglio che leggere Novella 2000: lì nel palco Confalonieri, si trovavano i carbonari; in quell’altro stava la contessa Antonietta Fagnani Arese, l’amante di Foscolo, quell’ “amica risanata” che abbiamo studiato al liceo.  E poi vicino al proscenio, nei palchi degli Asburgo (che sono come un duplex dato che non hanno divisione interna anche se hanno due ingressi) il generale Radetzky (quello della marcia) faceva presenza anche se pare non fosse così interessato alla musica.

Amori, intrighi, politica, gioco d’azzardo. Alla Scala, dove il palco era uno status symbol, lo spettacolo più importante non sempre era sulla scena.

I palchi del primo e del secondo ordine, i più richiesti.

Il lato sinistro un po’ più snob del destro.

Quelli vicino al proscenio meglio (per essere visti naturalmente, non per vedere o sentire meglio).

Gli specchi degli arredi privati (perché il palco era tuo, te lo potevi arredare) non solo per sistemarsi la toilette, ma anche per spiare senza essere visti.

In piccionaia stavano gli spettatori “senza guanti” di composizione molto diversa rispetto all’alta nobiltà lombarda che popolava i prestigiosi ordini inferiori.

Al palco 18 (proprio di fianco al Palco Reale), secondo ordine lato sinistro (quello dove ci si divertiva di più seguendo il giro di amanti, contesse, ballerine), c’era Gian Giacomo Poldi Pezzoli (quello della casa Museo in Via Manzoni).

Dunque proprio Gian Giacomo Poldi Pezzoli (patriota, colto, collezionista) è il motivo per cui io me ne sto allegramente seduta nel ridotto dei palchi Arturo Toscanini a sentire i racconti dettagliati di Pulcini che ha messo mano agli archivi della Braidense e a quelli del Teatro per ricostruire la storia di tutti i palchi, almeno fino al 1920, quando sono stati espropriati “per pubblica utilità” (pagando però generosamente gli ex proprietari).

Io sto al Poldi Pezzoli   come uno scugnizzo napoletano sta a Maradona. Amica. Tifosa. Grupie.

Lui, Gian Giacomo, non ne è perfettamente consapevole (è morto nel 1879), ma io della sua casa museo seguo i programmi, giro per la sale, guardo le tele. E’ il mio numero dieci.

Quando il Fede era piccolo lo ho portato nella sala delle armi, al piano terra, tra lance, armature e spade.

Con Silvia (e le sofisticate signore sostenitrici del museo, con casa in via Borgonuovo e capanno alla

Giudecca) ho fatto un viaggio a Roma memorabile. Con Stefano Zuffi (presidente degli Amici del Museo e fratello dell’amica Marta) abbiamo scoperto in un trekking urbano, le bellissime architetture del dopoguerra in giardini nascosti in porta Romana.

Con patrimonio infinitesimale, godo di quasi tutti i must have dei nostri concittadini, antenati, illustri.

Io ho quasi un Palazzo in città (in via Manzoni, al 12). Non è proprio mio ma ci posso andare quando voglio. Al lago vado in moto con Erri. Al Cimitero Monumentale entro da viva, per passeggiare tra le dimore eterne scolpite da Canova o Fontana (e forse me la godo anche di più rispetto ai titolari sepolti sotto tanto marmo). E alla Scala, in quei palchi pieni di memoria e avventure, vado appena posso.

Mi sento una aristocratica omeopatica.

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