Io Sanremo non sono riuscita a seguirlo come avrei voluto.

Un po’ perché Erri, proprietario geloso del divano e del telecomando, mi ha boicottata a favore di controprogrammazioni snob e insignificanti.
Un po’ perché sono uscita con le mie amiche proprio la prima sera, quella del monologo della Ferragni.
Mentre eravamo in attesa che si accendessero le stelle del Planetario (ci siamo date appuntamento sotto la volta di un cielo scintillante che solo dinosauri milanesi di un milione di anni fa avrebbero potuto ammirare) una di noi dava bidone perché sbagliava giorno (Patri, speriamo di non trovarti sola al parco giovedì prossimo) e un’altra veniva licenziata a sorpresa via teams – insieme a tutti i colleghi europei – per cambio strategia aziendale (non è colpa vostra guys, solo gestiremo tutto dagli Stati Uniti: potete tenervi il PC e il telefono).
Quindi le inquietudini della piccola Chiara mi sono passate in secondo piano, perché avevamo da gestirne di più consistenti.
Sistemato anche l’intervento chirurgico di un amico (dai Anna che anche questa volta l’abbiamo svangata) e l’interrogazione di latino del Fede (non so se da grande scriverà una lettera a sé stesso piccolo che va in montagna anziché studiare Petronio) rimango dell’avviso che i monologhi portatori di grandi messaggi festivalieri (razzismo, femminismo, maternità, inclusione, salute mentale) svaporeranno in un batter d’occhio.
E a portarsi a casa il merito di aver contribuito a dare voce a un costume che evolve, saranno state le canzoni (quelle belle, eterne, che le inquietudini e le paure e l’amore e la fragilità le mettono in poesia) e gli abiti che hanno sdoganato la libertà di espressione a colpi di cristalli, gonne, anfibi, smalti, indossati indistintamente da ragazzi quasi nudi o supervestiti e da ragazze supervestite o quasi nude.
Gli artisti, armati delle loro note e protetti dalle loro armature di tessuto colorato, hanno vinto la crociata, senza bisogno del soccorso di Pisa (che arriva a battaglia finita, come i pisani a Gerusalemme quando i genovesi avevano già fatto tutto): biondo, tatuato e dal vivace impeto baciatorio si prende la scena l’egocentrico principe consorte – senza cantare, né presentare, né suonare o pagare il biglietto.
Io una letterina, fossi Chiara, la scriverei a suo marito bambino. Che per una sera poteva stare al suo posto.

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