Spigolare il tempo

A volte i ritagli di tempo (rubati un po’ di nascosto) compongono un patchwork formidabile.

Gli appuntamenti importanti (lavoro, famiglia, amici del cuore) occupano quasi tutta la nostra vita.

Io poi, che ho bisogno di dormire otto ore per notte per essere felice e almeno sei per non sbadigliare sulla scrivania, non posso contare su notti brave in cui imparare una nuova lingua, suonare in una band o fare un secondo lavoro al pub.

Eppure, pur così strizzata in 16 ore di veglia in cui infilare anche due ore di auto nel traffico e un’oretta per impostare la cena a due maschi tanto voraci quanto inattivi ai fornelli, talvolta riesco a spigolare qualche momento speciale.

Strisciando nell’ombra, approfittando di un buco in agenda, abitando silenziosamente le intercapedini dei miei impegni, compongo una trama di delizie fatta di piccoli momenti inediti.

Come Rut spigolava nel campo di Booz (sono molto Antico testamento in questo periodo, essendomi impegolata nella lettura di Singer), io raccolgo nelle pause i minuti per fare qualche cosa di inedito, non programmato, di cui non devo rendere conto a nessuno.

Così, tra la fine della giornata lavorativa ma prima dell’ora di cena, posso infilare un aperitivo con la spumeggiante Sacco, che mi racconta della Fondazione Dude, o scegliere un quaderno nuovo nella cartoleria di corso Concordia. Mi capita a volte di pranzare al bar della scuola (a pochi metri dalla show room esiste un mondo normale, con zainetti al posto dei tacchi a spillo), dove credono io sia una prof perché sono l’unica che ha più di 14 anni (adoro questa impostura, spero non essere mai smascherata).

Posso in quell’oretta farmi le mani da Flowers (cinesino di fronte all’ufficio) o far confezionare una canotta in seta (avete notato che non si trovano più canotte di seta?)  con foulard dismessi, dal sarto di viale Piave.

Lunedì, sono volata al Poldi Pezzoli: la nuova direttrice, Alessandra Quarto, ha deciso di aprire in pausa pranzo con visite guidate di mezz’ora, ogni volta a raccontare un singolo capolavoro.

Io qualche anno fa avevo letto sui Meridiani (avrei voluto fare una vacanza in Iran) che esisteva a Milano il Tappeto delle Tigri, uno dei più preziosi tappeti persiani esistenti in Europa, con trama e ordito in seta e vello in lana colorata: un giardino del paradiso fatto di piccoli nodi.

Sfumato il viaggio esotico (aimè, mai andata in Persia), mi ero recata in via Manzoni (dal mio amico Giangiacomo, chi mi conosce sa) per vedere il tappeto. Ma nulla da fare. Troppo prezioso e troppo delicato, se ne stava nel deposito, nascosto alla polvere, alla luce, ai nostri occhi.

Però lunedì, per un’ora, si poteva vedere. Ne ho ascoltato – io e un altro piccolo manipolo di spigolatori – la storia (“quella scritta nel bordo non è una preghiera, ma una poesia” … “il tappeto risale al 1570 e ci hanno messo tre anni a confezionarlo” … ”Giangiacomo lo ha acquistato alla fine dell’ottocento e lo ha appeso a fianco del camino”…” il restauro ha rivelato i fili d’argento dorato…”) e ho goduto (grazie Federica Manoli) di quel giardino incantato, pieno di belve feroci e piccoli leprotti, draghi e alberi fioriti.

Così di mezz’ora in mezz’ora, spigolando qua e là, anche io disegno il mio trappeto segreto. Pieno di sorprese e incontri inattesi, su cui poggiano, inconsapevoli, i pilastri della mia vita.  

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