Quando l’economista fa spettacolo.

L’altra sera Beniamino ha proprio dovuto lottare per tenere la conversazione sui binari.

Puglisi infiamma la platea e Beniamino getta a terra la scaletta

Invitare a casa Riccardo Puglisi, economista e docente di scienza della finanza all’Università di Pavia (che avrebbe dovuto parlare di mercato immobiliare a Milano) è stato come mettere uno sciamano guaritore all’ostello degli incurabili per parlare di eritema solare.

L’onda delle domande (tipo chi-se-ne-frega-di airbnb, troviamo-questa-sera-le-risposte-a tutti-i-problemi- economici-del-mondo) ha spaziato dalle pensioni alla patrimoniale, dalle politiche pro famiglia in Francia ai consigli virtuali per la Santanché.

Gli invasati e indisciplinati domandatori eravamo noi, gli invitati appollaiati sui divani. Avallati dall’indomito relatore, taumaturgo che a grappolo ha navigato tra Libero Lenti e Cechov, tra Don Sturzo e la regola del 70 sul raddoppio del PIL (vabbè 72 se vogliamo essere fiscali), tra il benevolo giudizio sulla Fornero (pensioni) e la sottovalutazione dell’effetto sistemico dell’Imu (Monti).

Puglisi è un Dario Fo dell’economia. Timido ed istrionico ad un tempo.

Ama gli ordini di grandezza (ma come ha ragione? Ma come lo amo? Quanta approssimazione di pensiero nelle citazioni con due zeri sbagliati), ma è accurato nei dettagli (a Milano 200.000 studenti e solo 3.000 posti letto nelle residenze universitarie).

Serio nella sostanza ma giocoso come un Giamburrasca al Ghislieri, aspetta ancora le scuse dal PD (dai Provenzano, manda un mazzo di fiori con bigliettino adeguato) e non scrive più sul Corriere perché, cavoli, un editoriale a 25 euro, allora è più dignitoso farlo gratis.

Agita le braccia intorno ad un corpo minuto e nervoso

Segue il corso dei suoi pensieri aprendo parentesi immaginifiche sulla teoria Cliometrica (qui Beniamino ha cominciato ad arrendersi: non saremmo mai arrivati a parlare delle tende davanti al Politecnico) e sulla storia statistica, sugli effetti economici di un approccio cattolico (maledizione forse ha ragione la Lidia, io sono cattocomunista) rispetto al liberismo delle culture a matrice protestante.

Così l’economia e la statistica mi appaiono per una sera (non solo a me: anche Serena dal capello tizianesco esce dal salotto con un trip macroeconomico) affascinanti e pieni di spunti da approfondire (che diamine si sono detti di così interessante Costa, Don Sturzo e La Pira negli anni ’70? Come ha fatto il nonno di Beniamino, il giusto Carlo Tagliabue, ad applicare la matematica alla pescicoltura per risanare i conti della Pia Casa di cui era Direttore?).

Beniamino, al timone di una barca ormai impazzita, su cui i marinai ballavano e il vento matematico scompigliava tutti i piani, rinunciava alla lotta e si lasciava andare all’ascolto della tribù inebriata: se era impossibile guidare, tanto valeva godersi il paesaggio.

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