Inviti con delitto (di forma)

Invitare qualcuno a cena rappresenta un grande piacere e un certo impegno. Sicuramente non è una medicina amara che ci ha ordinato il dottore.

Quindi quelli che ti invitano e poi fanno di tutto per evitare ‘lo sbatti’ di averti invitato, chi li ha obbligati?

Quelli che usano solo piatti e bicchieri di carta (non alla festa delle elementari), in grado di mortificare qualsiasi pietanza. Perché lo fanno? Per evitare il rischio di rompere una fondina? Per risparmiare sul Finish? Non si usava una volta tirare fuori il servizio buono per le occasioni speciali?

Una tavola ben apparecchiata, un piatto cucinato ad hoc, che facciano capire l’impegno di chi ti invita è proprio quello che ci rende gradevole essere invitati. Una certa varietà degli alimenti è segno di attenzione per la poliedrica popolazione che siederà al nostro tavolo (anche con una cena a tema è opportuno non fare la verticale del fungo a meno di non conoscere perfettamente i gusti di tutti i commensali).

Far emergere la cura per gli ospiti non significa però sottolineare per tutta la serata che vi siete sbattuti senza risparmio, che avete mal di schiena a furia di mondare insalata dell’orto, che avete speso un botto per preparare tutto quel ben di dio e che la prossima volta li invitate al ristorante che vi conviene.

Quelli che ti invitano ma devi portare da mangiare (loro sostanzialmente mettono la location). Ma perché ti invitano se non hanno voglia di preparare? Allora fai un dopocena, no? Oppure mangiamo fuori.

Certo non devi arrivare a mani vuote. Porti un buon vino, un fiore, un dolce. Non puoi portare la parmigiana di melanzane a una cena magari impostata tutta sul pesce crudo (uniche eccezioni: la pizza di scarole della Susi o il caviale beluga dell’amica iraniana, che superano ogni galateo. Oppure vai a cena da Arianna che è capace di integrare, trasfigurare e rendere elegante qualsiasi piatto tu possa portare alle sue favolose feste in campagna).  

La collaborazione dei commensali/amici se non hai la cameriera che serve in tavola va benissimo e fa anche piacere. Ma iniziare a caricarti la lavapiatti quando non sei ancora al secondo è onestamente fuori luogo. Si sa che mentre gli ospiti, poco dopo aver lasciato il tuo desco, saranno a casa in pigiama a lavarsi i denti, tu starai mettendo a posto la cucina. Ma una volta ogni tanto si può fare: passare il tempo a rassettare anziché fare conversazione per risparmiare un quarto d’ora di pulizie notturne è uno spreco.

Poi ci sono gli invitati: a dieta, celiaci, fruttariani, con il colon irritabile, che odiano il pesce, allergici alla frutta secca, vegani, astemi, kosher, mussulmani.

Tutti costoro saranno sicuramente in grado di scegliere qualche cosa di compatibile con le loro idiosincrasie a tavola. Oppure arrivino mangiati, evitando di annoiare convitati e amici dissertando sulla nocività dei lieviti sul loro metabolismo, condannando la crudeltà degli allevamenti intensivi mentre viene servito il pollo o parando con la mano il bordo del bicchiere manco stessero difendendo il Santo Graal solo perché non consumano alcolici (lascino due dita nel bicchiere e non lo bevano: nessuno lo riempirà più).

Ricordo una cena aziendale di saluto all’allora Amministratore Delegato. Probabilmente chi aveva studiato il menù era un parente del salumaio di zona, ma ci siamo trovati di fronte a un trionfo di – ottimi, certo ma senza scampo – piatti a base di maiale: prosciutto, porchetta, stinco, risotto alla salsiccia.

Io sedevo di fianco a un collega di religione mussulmana che ha sorriso e chiacchierato tutta la sera sbocconcellando pane e verdure con aplomb britannico. È stato il più elegante della tavola e non ha voluto mettere in imbarazzo l’ospite che offriva la cena chiedendo almeno un piatto di pasta al pomodoro.

D’altra parte ci si aspetta che l’ospite non insista per far ingurgitare il proprio manufatto a tutti i costi, obbligando a un’agnizione pubblica delle proprie confessioni religiose, malattie o paranoie (che fanno soffrire uguale).

È anche vero che recentemente ho bevuto in bicchieri di plastica a casa di amici che si erano dati molto da fare per preparare un ottimo buffet. E che a Natale io e le mie sorelle giriamo la location della cena di famiglia ma ognuna di noi prepara un pezzo del menù per dividersi l’onere di un banchetto festivo.

Forse l’unico galateo è quello di mettere intorno a un tavolo persone che hanno voglia di stare insieme. Cibo, piatti e tovaglia saranno perfetti solo se declinati alla voce amore.

Lascia un commento