Grupies in Banca

Questa volta al cenacolo di via Letizia la star è il padrone di casa.

Beniamino Piccone sfoglia le lettere di Paolo Baffi

L’appuntamento è imperdibile: primo incontro dopo le vacanze, non si può bigiare.  Forse sarei arrivata in ritardo perché tra i buoni propositi della manutenzione post estate, oltre a quello di sistemare il rubinetto del bidet (in pending), avevo prenotato in Humanitas un ECG da sforzo (maledizione alla sudata pre-prandiale) e chissà se sarei arrivata troppo stropicciata. Mi è bastato arrivare viva.

Marzio presenta Beniamino. Sono vestiti uguali: outfit economista?

Non c’era la solita economi-star a occupare la sedia del salotto (fronte toro) perché il relatore sarebbe stato lo stesso Beniamino Piccone, non nella consueta veste di moderatore e ospite, ma di professore universitario, studioso, scrittore, intenzionato ad affrontare un argomento a lui molto caro. Si improvvisa presentatore (con tono ludico: il prof è un amico) Marzio, il bocconiano-ragioniere-subacqueo.

Se potevamo sopravvivere alla vertigine del monologo, ci davano stabilità i cannoncini di Panarello (must have post speech),  una nutritissima squadra di amici,

studenti, professori (alcuni nella parte di uomini di fatica perché oltre alla star mancava il filippino), un avvocato privo di toga ma con assistente georgiano e cucchiaio di legno a preparare in cucina la zuppa di ceci (tocco di classe: la zuppa la vogliamo anche la prossima volta), fotografi a tempo limitato e immobiliariste sofisticate.

Il convitato di pietra, l’argomento molto caro, è Paolo Baffi (studioso, economista, governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979), che per Beniamino è amore, ossessione, oggetto di studio, passe-partout per tutte le segrete stanze, personificazione della figura paterna, meme per gli amici.

Su Baffi il prof Piccone ha scritto diversi libri (che sono soprattutto una montagna di note a commento dei carteggi dell’economista) ma il prossimo lo aspettiamo con ansia per aggiungerci ai 3 prestigiosissimi lettori che hanno letto gli altri.

E infatti (Freud avrebbe un paio di considerazioni al proposito) Baffi ha tutte le caratteristiche per trasformare il professor Piccone in una grupie. È di umili origini ma scala la posizione ultra prestigiosa di Direttore della Banca d’Italia, orfano di padre e figlio di una sarta, approda in Bocconi a colpi di borse di studio, siede sul cuscino scintillante delle scorte auree del paese ma è di una sobrietà quasi monacale, non ha fatto il liceo classico ma si esprime con un lessico accurato e suggestivo.

Non solo economista ma intellettuale e visionario, ambientalista molto prima che fosse di moda, europeista nel momento in cui l’Europa monetaria doveva essere inventata, difensore del risparmio contro l’inflazione (che pare di poter rileggere le sue lettere come fossero state scritte ieri, non fosse che nessuno più scrive lettere)  e, alla fine, vittima delle forze del male  sotto un attacco politico e giudiziario da cui non è stato in grado di difendersi e che ha segnato gli anni del disincanto. Un’Italia grigia, dura e paurosa quella di quello scorcio di XX secolo.

Nelle parole di Beniamino non c’è solo la stima, l’affetto, ma anche il furore, la passione, di chi difende il suo conte di Montecristo dalle ingiustizie, il suo Oppenaimer dall’invidia dei mediocri, dei corrotti, di chi non vuole rendere conto dall’alto della propria torre eburnea.

Così il professor Piccone scrive, intervista, viaggia come una grupie in tournée al seguito della sua rock star, 2000 pagine alla volta (credo che all’Archivio Storico della Banca d’Italia abbia ormai anche la chiavetta del caffè), un carteggio alla volta (Berlinguer, Jemolo, Cederna…) per contribuire alla riabilitazione del mitico Paolo Baffi e allo smascheramento dei cattivi, di quelle streghe del Macbeth che lo spinsero alle dimissioni e all’amarezza.

I silenziosi uomini giusti di oggi e di domani, eredi del pensiero liberale, generoso e poetico di Paolo Baffi sono gli eroi che piacciono a Beniamino. E, a dirla tutta, anche a noi.

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