Ci sono luoghi non necessariamente ameni dove, per motivi variegati, ci si muove con dimestichezza e ci si sente a proprio agio.

A me funziona con gli ospedali. Mamma, sorelle, cognati in camice bianco hanno reso le sale bianche, il blocco operatorio, la radiologia luoghi degli affetti prima che del dolore. Ricordo un Capodanno da bambini quando papà ci portò a brindare all’oblò della sala operatoria dove la mamma (in edizione splatter con camice bianco insanguinato) stava operando, rapita a mezzanotte da una reperibilità dispettosa. Noi sollevavamo i calici, lei il bisturi.
Con Silvia, il caffè al bar dell’ospedale, in coda tra piantane della flebo e camici svolazzanti è un rito pre-screening mammografico o post esami del sangue.
Il bancomat è nell’atrio, di fronte al pianoforte dove il giovedì qualche musico intrattiene i pazienti. Alle pareti i quadri degli studenti del liceo artistico.
Ma le migliori occasioni per frequentare reparti e pronto soccorso me le ha offerte Erri che si è dilettato fin dagli esordi della nostra relazione a farsi ricoverare per i più svariati malanni.
Appassionato di moto, gradisce di tanto in tanto spiaccicarsi sull’asfalto e fratturarsi gli arti (predilige quelli superiori) con derive chirurgiche e riabilitative.
Due braccia rotte guidando la Triumph nel parcheggio ghiacciato dell’ufficio.
Abrasione severa provando la moto nuova dell’Ape in infradito e calzoncini.
Mano e gomito lesionati facendosi arrotare mentre guidava il mio Scarabeo. Erri lo abbiamo salvato ma lo scooter non ce l’ha fatta.
Poi qualche menisco, qualche protesi d’anca, qualche tiroide hanno allargato la tipologia dei ricoveri e delle sedi nosocomiali, regalandomi grande dimestichezza nell’intrusione fuori orario (il calendario della fashion week non è compatibile con gli orari di visita), nella fuga tramite il pronto soccorso, la cappella, l’obitorio. Galeazzi? Humanitas? San Raffaele? Fornaroli? Non hanno segreti per me.
Le divise blu delle infermiere di reparto, quelle verdi delle ferriste di sala operatoria, le beige delle OS mi scatenano desideri di disegnare collezioni ospedaliere. Più funzionali, più belle, più comode. Ma quella tela robusta e il logo degli ospedali sulla cimosa delle lenzuola mi piacciono assai.
Mi piace anche il menu con il purè e la mela cotta. Adoro i comodini pieni di libri e giornali. Gli amici in visita che portano i biscotti, la vita orizzontale in cui non devi fare niente se non aspettare che qualcuno ti cambi la flebo o la medicazione. Non fosse che per ottenere questo trattamento estatico si debba essere malati, lo preferirei a un resort.
Paola sta bene negli aeroporti, Simo negli autogrill, Silvia al mercato, Lidia nelle stamperie. Arianna dappertutto. Ma questa è un’altra storia.

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