Il mio rapporto con gli ingegneri è sempre staro un po’ interlocutorio.

Ai tempi dell’Università (Smemoranda, teatro tre volte a settimana, martedì al Centro culturale francese con la Susi, lunghi pomeriggi a studiare nel chiostro della Ca’ Granda) quando mi capitava di finire verso Città Studi mi imbattevo in una fauna inedita: quasi tutti maschi (a lettere eravamo tutte femmine) , abbigliati solo per non essere nudi (a lettere l’abito è espressione dell’anima) con valigette rigide che rischiavano di smagliarti le calze sulle scale mobili della metropolitana.
Non erano gli studenti di medicina (gli amici di mia sorella erano diversi) né quelli di architettura (ça va sans dir) ma si trattava dei secchioni introversi del Politecnico che scendevano a Piola.
Adesso che sono passati molti anni, la professione e l’esperienza hanno evoluto quegli strani esseri verso un minimo di capacità relazionale, ottenuta più con l’autocontrollo che con l’empatia per il genere umano.
Ho avuto un capo che ho molto amato in Armani, l’Ingegner Fantò, che alla timidezza della specie “Ing”, aggiungeva l’approccio selvatico delle origini valtellinesi: un analfabeta sociale dall’intelligenza acuta e dalla crudeltà infantile. Un ingegnere valtellinese che vede il re nudo in una azienda di moda! A lui non sfuggiva neanche un numero, capiva da un chilometro di distanza certe approssimazioni attaccate con lo scotch, ma noi, dall’intelligenza emotiva spiccata e dalle letture classiche, abbiamo fatto spesso i mediatori culturali tra la sua ruvidezza matematica e le morbidezze da twill di seta dell’Ufficio Stile (LUI: al cliente la stampa lilla ha fatto schifo NOI : il mercato ha preferito concentrarsi sulle tinte unite).
La settimana scorsa, a casa di Beniamino, mi sono imbattuta in un altro ingegnere. La frequentazione tete à tete è durata lo spazio di 4 piani di ascensore, seguiti da qualche ora di chiacchiere salottiere in mezzo a molti altri amici. Ma se è vero che l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, il mio cluster “Ing” è confermato.
Alfonso Fuggetta, professore di Informatica al Politecnico, amministratore delegato di Cefriel, scrittore e ingegnere alla massima potenza, è discretamente ruvido pur nel suo abbigliamento morbido (mocassino in suede, colori autunnali, materiali in velluto e fustagno, un po’ come ci immagineremmo un professore di archeologia in California). Viene dalla Brianza, che non è la Valtellina ma ho riconosciuto lo stesso sguardo , un po’ sornione e curioso nei confronti delle mollezze cittadine rispetto alla concretezza delle regioni che si danno da fare. Un po’ come il Massimo della pièce di Giacosa (chi si ricorda la commedia drammatica “Come le foglie”?) che guarda il frivolo e inconcludente Tommy. Chi di noi non avrebbe voluto sposare il concreto Massimo anziché quell’invertebrato di Tommy?
E l’Ing Fuggetta infatti ci convince, parlando di lavoro, anzi di UN BEL LAVORO (titolo del suo ultimo libro, edito da Egea). Senza pretese da sociologo o economista (però davvero c’è profondità socioeconomica nel suo scritto), raccoglie e osserva la realtà dei ragazzi intorno a lui (sia dei suoi – molti – che guida al Cefriel, sia dei figli, dei nipoti, degli amici) che iniziano, dopo gli studi, la loro vita professionale, spesso con la frustrazione di non avere trovato l’impiego che sognavano per la grande contraddizione della mancanza di lavoro che convive con la mancanza di lavoratori.

Servono più ingegneri (ossantinumi bisognerà bene rassegnarsi alla proliferazione di questi ruvidi genietti?) e meno comunicatori. C’è mismatching tra domanda e offerta di formazione.
Ma ci sono anche imprese con manager che non hanno visione e pretendono dipendenti tuttologi anziché team interdisciplinari. Che considerano lo Smart working un telelavoro per fare saving sui costi e non una opportunità per aumentare motivazione e produttività dell’impresa.
I 10 comandamenti di Fuggetta (la specie ingegnere normalmente ha una certa familiarità con l’antico testamento) per dare significato al nostro lavoro, dovrebbero leggerli soprattutto i capi per valorizzare le loro strutture, ma anche i lavoratori che possono, nel loro perimetro, darsi un metodo, studiare anche dopo essersi laureati (la formazione all life long è un antidoto alla nostra obsolescenza), aprirsi all’esterno e contaminarsi con realtà feconde (i viaggi non è necessario che siano overseas: andare a Como per seguire i processi di stampa della seta permette di non ridurre le proprie relazioni a un mero tastiera affair).
Insomma, meglio sarebbe lavorare in imprese che rispettino tutti i dieci comandamenti, ma un bel lavoro (magari da fare in tandem con un ingegnere) un po’ ce lo possiamo disegnare anche noi.
BTW venerdì sono andata a Teatro a vedere La Leggenda del santo bevitore, romanzo di Roth, portato sul palcoscenico dal maestro Carlo Cecchi . Nel foyer del Franco Parenti (che bello è il foyer del Franco Parenti?) era allestito il Book Shop di Egea. E lì in bella mostra il libro di Fuggetta che mi inseguiva, a dimostrare che tra umanesimo e ingegneria le schermaglie continuano e alla fine pare anche essersi simpatiche.


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