Lo scorso anno (sono passati pochi giorni, ma è già l’anno scorso) a dicembre ho partecipato a due benedizioni natalizie in azienda.

La prima in show room (sacerdote fashionista e spiritoso, ha accennato al matrimonio del figlio della Donatella – senza neanche dire il cognome, solo alzando il mento verso la sede della Medusa – e fatto un placement di candidate iraniane pronte a passare dal velo al pizzo cordonetto)
La seconda in fabbrica (parroco popolare intimidito dalla sede, con immaginette al seguito e citazioni di Teresa d’Avila).
Il breve discorso del parroco popolare verteva sul Presepe e sulla grandezza delle piccole cose.
Io spesso mi trovo a riflettere (parlo di lavoro essenzialmente) se sia meglio lavorare alla Nasa o in una limonaia a Sorrento. Per tutta la vita a seconda dell’umore ho aspirato allo Spazio o ai Limoni.
Meglio lavorare in grandi aziende che ti permettono di guardare un mondo ampio, prestigioso e variegato, come nani sulle spalle di giganti (ma che ti imporranno il loro ritmo) o essere il capo della tua edicola, della tua trattoria (con un raggio di azione che non va oltre il tuo quartiere, ma dove tu decidi l’andatura e il tempo)?
A volte le piccole cose mi sembrano mediocri, frutto della pigrizia, della mancanza di ambizione, della chiusura di orizzonti. Maestra di ballo alla scuola di quartiere, modista del villaggio, cuoco della trattoria. Che noia! Perché non prima ballerina alla Scala o Fashion designer o Chef stellato?
A volte le grandi cose mi sembrano roboanti spacconate, sacrifici costosi per gratificazioni passeggere e vanesie. Rock star che muoiono da sole nella notte di Natale, attori da Oscar che si suicidano senza un amico che li soccorra, manager stellari che muoiono impudicamente sulla scrivania, privati e trascurati di ogni minuta letizia domestica.
Certa piccola letteratura e certi messaggi a catena che qualcuno spamma su tutta la rubrica sotto le feste a elogio delle piccole cose (vai a trovare la mamma, chiama un amico, medita al mattino…) mi danno la nausea.
D’altra parte, certe grandi personalità si scoprono nella vita privata miserabili e egoiste (Marx, Freud, Fellini… meglio leggerli e vederli al cinema che farci una famiglia).
Alla fine non è che tutte le piccole cose valgano la pena. Cavoli nel povero presepe c’era il figlio di Dio, mica un pastorello qualsiasi.
Le piccole storie (intese come quelle essenziali, fondanti, senza tempo) sono magnifiche quando raccontate da un grande scrittore (Renzo e Lucia che cosa banale sarebbero senza la penna di Manzoni? E la paura di Renzo quando lascia Milano la prima volta inseguito dalla legge? Sembra la nostra paura. E la sua leggerezza quando la lascia di nuovo, sotto la pioggia, alla fine del romanzo? A peste finita e amore ritrovato? Sembra la nostra gioia).
Oppure le piccole storie sono magnifiche quando sono abitate da persone che sanno essere grandi (anche meno di quello del presepe). Oppure quando i nostri occhi ne vedono la grandezza.
Le piccole cose sono belle quando dentro c’è qualcosa di grande.
Forse devo mettere un telescopio a Sorrento per vedere le stelle dalla limonaia. Buon anno

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