Pare che il concept terrazza con piscina sia un trend dell’hospitality milanese.

Business people abituati a stare a Milano giusto il tempo della firma di un contratto, hanno scoperto che la città si può anche un po’ godere (la città business diventa sempre più leasure, però il neologismo città Bleasure è orrendo e Milano non se lo merita neanche quando sogniamo di abbandonarla per sempre, neanche quando si allaga Niguarda, neanche quando c’è lo sciopero dei mezzi).
Il nuovo hotel VIU a Milano (zona Procaccini) ha una bella vista sulla città (otto piani a Milano sono già una vetta dolomitica) e una grande piscina lassù sul tetto (dalle 18,30 ci si può andare anche se non si soggiorna in Hotel). Vedere la città dall’alto con i piedi a bagno (soprattutto nell’estate incandescente) pare non sia per niente male.
Non si tratta però di una idea stravagante o inedita. Chi non sogna di prendere l’ascensore dalla propria stanza e, senza buttarsi nel traffico alla ricerca di un parcheggio da competere con gli indigeni, di trovarsi sul tetto della città?
Durante le vacanze di Natale (per uno strano pasticcio che magari approfondirò in un altro luogo) sono stata a Marsiglia anziché a Valencia. Nella città francese, ho visitato, grazie a Bobo (amico architetto e amante entusiasta di finestre a nastro e beton brut) , l’Unité d’habitation di Le Corbusier. Una città verticale immaginata nel 1947 (risposta al bisogno abitativo nel periodo post bellico) e realizzata nel 1952. Un prodigio di tecnologia (doppi vetri? piastre elettriche? cappa aspirante? ) mentre il mio immaginario di quegli anni è legato al bianco e nero del cinema neorealista.

Ebbene, sul tetto di questa icona dell’architettura, c’è un giardino, una piscina e una pista di atletica lunga 300 metri.
Con buona pace della vista di Milano, gli occhi si perdono verso il mare anziché verso il Monumentale

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