Selezionare i migliori. Oppure no.

Chi cerca collaboratori, fidanzati, professori, dipendenti, allievi è molto concentrato sul trovare “la persona giusta”. Selezionatori con metodi divinatori, Intelligenza Artificiale predittiva, algoritmi che scartano a priori chi non risponde alle caratteristiche ideali disegnate a tavolino, amiche che analizzano il 730 del tuo ragazzo, complicati test d’ingresso alla facoltà dei tuoi sogni, assesment psico attitudinali che paiono l’indovinello della sfinge.

Con tutta questa energia dedicata a scegliere e scartare e selezionare dovremmo essere di fronte a aziende geniali che lavorano come orologi svizzeri, a coppie che sprizzano amore e energia da ogni poro, a servizi ineccepibili.

Dato che non è così, mi chiedo se un bravo manager, anziché passare il tempo a selezionare i migliori, non debba lavorare per far funzionare le risorse che ha a disposizione.

Il pigro ma divertente, l’intelligente ambizioso, l’ipercinetico organizzatore, il colto, il figo, il carrierista spietato, l’indolente belloccio, la sciura in pantofole, la fashion victim con i tacchi, l’assenteista, quello che fa notte, quello che si ammala.

Credo che gli esseri umani siano molto più simili tra loro di quanto non pensiamo (gli archeologi di domani, scavando nei nostri cimiteri, non saranno in grado di trovarci così diversi l’uno dall’altro, coperti di tatuaggi maori dalla Nuova Zelanda alla cerchia dei navigli). Forse vale la pena di metterci meno a sceglierli e più a formarli?

Credo che nella nostra vita a volte siamo stati i migliori e a volte i peggiori. Che la biodiversità nell’ecosistema aziendale funzioni (in squadra servono leader e gregari, anche a corrente alterna) e che a uno stipendio hanno diritto anche quelli che in gara non arrivano sul podio. Magari non faranno una carriera mirabolante ma dovranno bene, che diamine, portare a casa il loro salario anche se non sono Marchionne.  

Una delle mie esperienze professionali migliori è stata in un’azienda in cui non c’era il budget neanche per accaparrarsi uno stagista, in cui la metà dei dipendenti (i migliori?) avevano dato le dimissioni prima che la barca affondasse. Il consulente del lavoro non selezionava, licenziava. Ebbene in questa atmosfera distopica (grandi uffici semi vuoti e Glassex sulla scrivania perché l’impresa delle pulizie, mai pagata, si era ammutinata), gestendo al meglio quello che c’era (le risorse umane, variegate in un mix di età, sesso, motivazione, e un magazzino esuberante di merce obsoleta) abbiamo portato in salvo buona parte dell’equipaggio e i valori di un marchio che ci ha poi fatto risorgere. Come Rossella O’Hara che si cuciva da sola l’abito da sera ricavato dalle tende di velluto, siamo riusciti ad andare al ballo. Lì non abbiamo sedotto il principe azzurro, ma almeno quello di Montecarlo, che ci ha finanziato abbastanza per sopravvivere e ricominciare.  

Ho avuto una mamma che prima di essere mamma era un dottore. E’ stata iscritta all’ordine dei medici fino al suo ultimo respiro, definendosi un medico a riposo (la parola pensione non è mai stata pronunciata a casa nostra) quando non poteva più esserlo in corsia. Perché medico (direi di più: un ottimo medico) è stata sempre. Ma non credo che avrebbe passato i test di ingresso alla facoltà di medicina che oggi assillano i suoi giovani aspiranti colleghi.

Anche perché i “migliori” sono una categoria variabile, transitoria, soggettiva.

A volte i migliori sono degli out sider. Io lo sono stata per tutta la vita (out sider intendo): letterata prestata al conto economico; donna a occuparmi di collezioni uomo; bradipo a girare tra barche a vela e campi da tennis.

Se avessero fatto un filtro su laurea-in-economia/uomo/sportivo non avrei fatto niente di quello che ho fatto.

Per fortuna ho sempre abilmente dribblato i cacciatori di migliori, preferendo, di maieutica memoria, quelli che da me hanno cavato il meglio.

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