In bilico tra Wim Wenders e Carlotta Clerici: dove sta il Perfect day?

La nostra amica Carlotta, compagna di studi in Statale ma ormai parigina d’adozione, ha scritto un libro Eloge de la passion,

che ha finalmente tradotto in italiano (Elogio della Passione, editore Ventanas) e che ha presentato a Milano la scorsa settimana. Eravamo tanti (amici, prof, colleghi, ex mariti) a sostenerla alla Scatola Lilla, deliziosa libreria a pochi passi da Porta Romana.

La inquieta e volitiva Matilde, la protagonista del romanzo che assomiglia pericolosamente all’autrice, ha bisogno di incenerire quanto le sta attorno, per mettersi a costruire un paesaggio nuovo. Che magari non è migliore di quello passato (un trio musicale di successo, un marito, una figlia, una bella casa) ma ha il merito di essere nuovo, eccitante, doloroso e vibrante, rischioso e anticonvenzionale.

Mentre leggi il libro, senti quanto tutto ad un certo punto può andarti stretto. Quanto le tue relazioni ti paiano banali. Quanto il senso comune sia comune a tutti meno che a te.

Questa Anna Karenina dei sobborghi parigini alla fine non si suicida ma si ritrova sola, ferita e libera, senza rimpiangere ciò che ha perduto (neanche l’amante, semplice strumento, suo malgrado, della liberazione dalla routine noiosa e borghese in cui era rimasta incagliata). Finisce così che questa passione distruttiva faccia rinascere Matilde dalle sue ceneri. Dei comprimari (spiaccicati dalla esigenza del brivido) non abbiamo notizia.

Negli stessi giorni, molti di quelli che erano al reading, sono andati a vedere Perfetc days al cinema.

Hirayama, il protagonista del film di Wenders, conduce una vita silenziosa e contemplativa, fatta di piccoli gesti ripetuti. Pulisce i bagni pubblici di Tokio con meticolosità estrema, vive incontri semplici di cui si intuisce la pienezza. Si cura delle cose minute che lo circondano, annaffia le piante, fotografa le ombre degli alberi, ascolta musica anni ’70 con audiocassette di un mondo dimenticato. E’ un film dove non succede quasi niente, in cui lo sceneggiatore, per scrivere i dialoghi, non devono averlo pagato a cottimo. Sono giorni uguali a sé stessi, dove non c’è un passato, dove non c’è un futuro. Sono perfetti.

Chissà cosa succederebbe se gli occhi di brace di Matilde dovessero incontrare quelli pacificati di Hirayama; magari lei conoscerebbe la compassione, e lui un brivido ad agitare le acque limpide del suo presente.

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