Se non lo sai fare, leggi le istruzioni

La mia prima volta alla Scala (Don Carlo, regia di Ronconi) avevo scarpine di vernice ai piedi e caramelle sfuse in borsa: nel caso mi fosse venuta la tosse, avrei potuto succhiare uno zuccherino senza che il fruscio della carta disturbasse i cantanti o chi stava intorno a noi. La zia di Vito (eravamo ospiti del suo palco) ci aveva bene istruito sulla condotta da tenere.

Nonostante la durata mostruosa dell’opera verdiana (oltre 5 ore di spettacolo), nonostante la nostra età (eravamo alle medie), nonostante ci dessimo il turno per appisolarci sugli strapuntini di seconda fila, né io né i miei fratelli abbiamo prodotto suoni, luci o vibrazioni che potessero dare noia agli altri spettatori. Quella prova di resistenza (a fissare l’orologio sopra il palco e la pelata degli spettatori di platea più che i carri pieni di teschi che si muovevano sulla scena) è stato un rito di passaggio.

Dopo i primi rudimenti educativi, la consuetudine al teatro ci ha reso familiari anche le leggi non scritte (leggere il libretto in anticipo, arrivare almeno 15 minuti prima dell’apertura del sipario, non applaudire a scena aperta a meno che non ci sia una reincarnazione della Callas, spegnere il cellulare – e riporlo bene, perché non cada con un tonfo sul più bello – , togliere il cappello, non fotografare, non filmare, non chiacchierare, non mangiare, non bere, non uscire se non all’intervallo, non correre al parcheggio mentre gli attori si inchinano a prendere i meritati applausi) e ci ha naturalmente indotto a rispettare le regole in sala  (post Wagner certo; fino a qualche secolo fa in teatro si faceva di tutto, dal gioco d’azzardo all’amore, ma era un’altra epoca).

Ora mi chiedo: ma se non sei un assiduo amante del teatro (io sono inesperta di altre centinaia di cose), ci vuole tanto a leggere le istruzioni sul biglietto e a imitare quelli che stanno di fianco a te? A informarti brevemente sulle regole di base? Lo stesso vale per la piscina, la biblioteca, la discoteca, lo stadio, la chiesa, il torneo di tennis, una visita guidata al Quirinale, una udienza in Vaticano, una pista da sci alpino, una serata al pub.

Io non sono una esperta di bricolage e ho due mani sinistre. Ma se devo montare un comodino dell’IKEA prendo il foglietto delle istruzioni, le seguo pedissequamente e alla fine arrivo alla decenza. Lo stesso vale per montare il sottomarino della Lego, per compilare la nota spese con Concur, per collegare il mio telefono all’auto di cortesia.

Alla consuetudine, alle istruzioni, alla imitazione degli esperti, mi permetto di aggiungere che ci vorrebbe anche un po’ di perseveranza.

Se adolescenti inquieti riescono a sopportare certe lezioni di matematica che non finiscono mai, certe versioni di latino da 16 righe che li tengono inchiodati al Castiglioni Mariotti per tre ore filate, come è possibile che uomini adulti e in salute non riescano a stare composti prima che finisca il primo atto (a quel punto possono darsi alla fuga) anche se lo spettacolo non gli piace? Che debbano avere sete, caldo, bisogno di mandare un messaggio, di fare la pipì, di scattare una foto, di fare conversazione prima che ci sia un intervallo?

La incantevole nonchalance che ci dà la consuetudine può trasformarsi facilmente in goffaggine se veniamo trasportati in luoghi che non ci sono familiari. Anche l’Albatros di Baudelaire, trascinato dal cielo al ponte della nave, diviene goffo e brutto.

Ma l’essere neofiti non ci dà il diritto di essere ottusi. Dove manca l’istinto, dove latita l’educazione, dotiamoci almeno del manuale di istruzioni e di una briciola di resistenza.

In ogni modo non agitarsi e non disturbare aiuta.

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