Sabato sera la fashion week quasi volgeva al termine proprio mentre toccava il suo culmine. Con quel sapore un po’ malinconico che hanno le cose al massimo della maturità, a un passo dall’essere caduche. Come la finale di un torneo. O la domenica pomeriggio.

Io con gli amici del CAI, mentre a Milano si sparavano le ultime cartucce della Moda, mi avventuravo in una ciaspolata notturna a Bielmonte, Oasi Zegna (forse è destino che la moda ci metta sempre lo zampino).
Tutto era puro, bianco, silenzioso. Niente luna e stelle per via delle nubi. Solo una magica atmosfera ovattata e noi a avanzare con le torce frontali nel bianco. Abbiamo passato qualche ora in una dimensione sospesa e favolosa.
Mi vengono in mente la Neve del ’56, in cui Mia Martini canta una Roma imbiancata tutta pulita e lucida, oppure la Nevicata dell’85 a Milano, raccontata da Colaprico tra malavita e città sospesa sotto una assurda coperta immacolata. Ma anche i quadri di Angelo Inganni (è davvero un pittore, non solo una fermata del metro) con un Naviglio ottocentesco tutto imbiancato.

Ora mi chiedo: doveva per forza essere malinconica questa notte di sabato? Forse si, dovevo solo scegliere di che malinconia nutrirmi. Allora ho scelto la neve capace di evocare una nostalgia indefinibile, un abbandono dolce, un vagare silenzioso.
Quasi quasi mi spiace finisca l’inverno. In primavera mi toccherà una malinconia meno dolce. O un’altra neve in cui smarrirmi.

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