Io, Silvia e Cate, la prima domenica del mese, facciamo i volontari alla mensa dell’Opera Cardinal Ferrari, non lontano dalla Bocconi e da Fondazione Prada.
Eppure lì nessuno studia e pochi si occupano di stile

Al centro diurno arrivano poche donne (per lo più straniere, vestite con ordine, gentili, cui il destino forse con malaugurato sgambetto ha tolto una opportunità, facendole scivolare in un dirupo) e molti uomini (di età e nazionalità miste) con zaini, trolley o borsoni in cui conservano i loro averi. Più sciupati, più tristi, più polemici e soli.
Questa settimana , sarà la pioggia che non dà tregua, saranno le porzioni di pasta che domenica erano più modeste del solito, c’era un certo nervosismo tra i carissimi (così si chiamano gli ospiti di OCF) che sedevano a tavola.
I soliti polemici (pancetta? dov’è la pancetta?) davano il loro meglio diventando quasi scurrili (mandi aff… il cuoco!) o perlomeno coloriti (entriamo affamati, usciamo morti di fame).
Per un attimo mi è venuta voglia di restituire alle frasi maleducate, una buona dose di risposte sarcastiche. Poi ho riflettuto sul fatto che il senso della dignità in persone che la hanno persa o la vedono in pericolo ad ogni passo (senza una casa, senza un lavoro, senza una famiglia) può sostanziarsi anche nella pretesa di una porzione abbondante o di un sorriso ad ogni costo che li confermi al centro dell’attenzione, almeno una volta, almeno alla mensa.
By the way la povertà e le sorti avverse non sono garanzia di bonarietà. Se esistono persone sgradevoli tra manager o vip danarosi, non c’è ragione statistica per cui anche un clochard non possa essere un imbecille.
Forse, dato che fuori fa freddo e probabilmente andranno a dormire sulla 90 anziché tra lenzuola fresche di bucato, ci portiamo a casa le loro intemperanze senza pretendere la cartolina del buon vecchino grato per il cibo e il servizio.
Troppi schiaffi dalla sorte. Troppi crediti dal destino. Hanno ragione, il cuoco doveva buttare qualche chilo in più di pasta.

Lascia un commento