Venerdì in Cattolica guardavo le ragazze a lezione. Cappotto color cammello (tipo il classico beige di Max Mara, con cintura da annodare come una vestaglia),

capelli lunghi, dolcevita o camicia in popeline con righe maschili. Occhiali e computer Apple su cui prendere appunti.
Mentre facevamo lezione, davanti a noi c’erano tanti coperchi grigio/argento con in mezzo una mela.
In Statale le ragazze sono diverse (Rosa si è laureata la scorsa settimana e sembrava una socialista americana degli anni ’40, in total brown) . In Bicocca va il tailleur pantalone.
Giovedì sera sono andata a vedere la mostra su Moroni alle Gallerie d’Italia. E ieri con Paola e le amiche d’infanzia a vedere Boldini e De Nittis a Novara. In entrambe le mostre (così diverse per epoca e suggestioni) gli abiti, i tessuti, gli accessori erano rappresentati con una perizia, una ricchezza, una definizione da lasciare sbalorditi. Crinoline, velluti, voiles, passamanerie, bottoni, perle che sembravano uscire dalla tela, morbidi e lucidi, come fossero veri.
Forse si tratta di deformazione professionale ma i vestiti per me sono un brand alla potenza, perché ci stanno attaccati, perché parlano di loro ma soprattutto parlano di noi. Cosa sarebbero le fascinose donne di Boldini senza quei rasi bianchi che sembra di sentire il fruscio della seta?

E il cavaliere in rosa di Moroni che cosa voleva raccontare con il suo incredibile abito color corallo?

Più della tua casa, della tua mensa , della tua macchina, della tua professione, gli abiti hanno il potere di rappresentarti in un batter d’occhio.
Sono un’arma per nasconderti o svelarti, per difenderti o esibirti.
Parlare di brand per gli yogurt o per la pasta, per i vaccini o per le automobili è un interessante esercizio di marketing. Tante sono le case history che io e Simona estraiamo dal cappello e raccontiamo ai nostri studenti.
Ma nessun prodotto ha il potere così prodigioso di raccontarci come un abito.
La moda è l’intruglio magico che ci rappresenta sul palcoscenico della vita.

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