Il pacco da giù. Se lo avesse fatto Proust

Mentre tornavamo da pilates, Silvia ci ha fatto ascoltare “la lettera” di Jannacci, una canzone che non conoscevo e che (ma perché la voce stridula e scomposta di Jannacci mi tocca corde così intime?) mi ha commossa.

Poi alla radio sento di un ragazzo (studente pugliese fuori sede a Torino) che ha scritto la sua tesi di laurea sul “pacco da giù“,

fenomeno noto a chiunque abbia un amico o collega nato al sud e venuto a Milano per studio o lavoro. Antropologia prestata ai taralli.

La Patri mi manda il link per un podcast in cui Piperno parla di Philip Roth ma anche di Proust (Piperno da piccolo deve essere caduto in una confezione di Madeleine, perché non può prescindere da Proust).

In ogni modo tutto sembra parlarmi di legami e distanze tra luoghi e tempi lontani. E di fili tessuti con la trama dell’amore che pur sottili , fatti di parole non necessariamente definitive ([…] lettera senza firma, lettera con pochi argomenti […] ) o di cibi non necessariamente esclusivi (i taralli si trovano anche nei supermercati padani) sono importanti non per la loro qualità, ma per il semplice fatto di esistere.

“Il pacco da giù” non contiene solo cibo ma soprattutto la cura di chi lo ha confezionato (mamme, nonne, zie) , l’impegno del corriere ( un Michele Strogoff foriero di struggente nostalgia), la voglia di condividerlo con compagni di studio, con l’orgoglio del proprio paesello d’origine.

Io che perdo tutto, io che lontano dagli occhi lontano dal cuore, io che se anche mi mandi a vivere in un residence va bene lo stesso, conservo tutte le lettere che amiche, fidanzato, genitori, fratelli, nonni mi hanno scritto mentre studiavo a Parigi. Erano il mio salvagente, il mio legame vivo con ciò che amavo.

Silvia ha mandato a sua figlia che studiava in Canada un panettone della pasticceria sotto casa: voleva che sentisse la fragranza dell’isolato, non solo dei canditi. A casa di Susi non ho in mente una cena che non avesse la sorpresa di una melanzana sott’olio o di una pizza si scarole proveniente “da giù”.

E capisco l’epica del postale di Saint Exupery , che sfidava l’oceano e le tempeste a bordo del suo aereo per tenere il filo dei legami tra l’Europa e l’America.

Non erano solo dispacci, non erano solo pacchi. Erano la trama delle relazioni.

Se chi ti scrive non c’è più, se chi metteva le conserve nel pluriball è scomparso, ti rimane solo di scrivere un romanzo , magari sulla ricerca del tempo perduto

Lascia un commento