Gran Tour a Palazzo Reale, “dalle mani al cuore”

A Palazzo Reale c’è una mostra che si chiama “Dalle mani al cuore”. Alcuni abiti realizzati dall’atelier di Dolce&Gabbana sono eccezionalmente visibili (prestiti dalle collezioni private delle segretissime clienti dell’Alta Moda) pezzi unici che forse non riusciremo mai più a vedere da vicino.

Tali opere d’arte (difficile definirle altrimenti) sono ambientate in sale che sono a metà tra una installazione e una scena teatrale. Tableaux che danno corpo e anima a tutte le suggestioni della carriera dei due stilisti e ci trasportano nella Magna Grecia tra pepli e colonne, oppure nel folclore siciliano con l’euforia dei colori del carretto o nel bianco assoluto degli stucchi del Serpotta, per passare all’oro e al nero del sacro o al ballo del Gattopardo di Visconti.

Iperdecorate, in un tripudio di ricami, applicazioni, invenzioni sceniche, sorprese e colori, tutte le sale ci lasciano senza fiato per la loro opulenza.

L’ultima sala, approdo espositivo laddove tutto ha avuto origine, è dedicata a Milano. Siamo al teatro alla Scala. Palchi dorati e velluti rossi. Abiti sontuosi con bordi in ermellino e gonne infinite con applicate rose in seta che paiono vere a un passo dall’essere fanées. Costumi che immaginiamo indossati dalle dive del melodramma, a incarnare Tosca, Butterlfy, Turandot.

Ma la Milano che conosco, quella sobria e operosa, discreta e generosa , la trovo più autentica nell’atelier che riproduce la sartoria della maison, la trovo nella sala del cocktail offerto agli ospiti per sostenere Humanitas e la ricerca. Il pubblico dei visitatori della mostra (si trattava di una apertura speciale, il lunedì sera) affascinato da tanto splendore, era composto per la gran parte da medici, tecnici, ricercatori, amici sostenitori, in abiti austeri, venuti direttamente dai loro reparti, dalle loro aule universitarie. Padrone di casa il dottor Mantovani, che ha detto parole preziose e senza retorica, as usual (noi – la amiche – naturalmente siamo TUTTE innamorate di Mantovani). Una Milano che non sta sul palcoscenico e preferisce pagare il biglietto. Ma il pubblico fa parte dello spettacolo, non è vero? che gusto ci sarebbe a allestire un palco se le poltrone là di fronte non fossero piene? Se non si percepisse nel buio della sala una moltitudine di occhi e orecchie avidi?

Lascia un commento