Alle Tremiti, a passeggio con il biologo del Touring Club, camminiamo guardando la vegetazione della macchia mediterranea . Mai come durante questo avanzare tra arbusti e Pini di Aleppo , le piante mi sono sembrate così simili agli uomini.

E certo Ovidio deve averle osservate parecchio se dentro quei rami ritorti, quelle fronde agitate, quegli spini lacrimosi, è riuscito a vedere ninfe e fauni e figli di dei e figli di uomini trasformati in piante da divinità capricciose.

Ci imbattiamo nelle Xerofite, organismi che si sono adattati ai climi aridi, trasformando le loro foglie in spine, oppure rendendole piccole, gommose, pelose per tenersi l’acqua il più possibile.
Cielo, ma quante volte abbiamo dovuto trasformarci per difenderci da un ambiente arido? Quanti esempi in cui la durezza ci è parsa necessaria per non essere feriti? O il farci piccoli e invisibili ci ha salvato dalla tempesta?
Anche i nomi che gli uomini hanno dato a queste piante talvolta sono buffi e richiamano la condizione umana. La Salsapariglia, detta Stracciabraghe ha foglie a forma di cuore. E spine che ti strappano i pantaloni. Ci vedo solo io la metafora delle nostre relazioni d’amore?
In ogni modo questa boscaglia che si sviluppa verso il basso per fregare il vento, che si fa sottile per non disidratarsi, che punge per difendersi, che fiorisce al momento giusto (chi in primavera come la viola ciocca fin dentro le grotte, chi a settembre come la cipolla di mare, a dire che l’estate è finita) e profuma di resina e liquirizia , rende la pineta così diversa dai nostri giardini urbani, eppure così simile ai suoi abitanti.

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