Dicono che il tempo sia la risorsa più preziosa di cui disponiamo. Pare lo si debba trattare con i guanti bianchi e che il suo spreco sia peggio dei buchi nelle tubature d’acqua nelle regioni assetate del sud.

Dopo decenni di sprechi, finalmente la vita on demand ci consente ottimizzazioni favolose.
Su Instagram vediamo solo quello che ci piace. Nel mio caso stand up comedy in inglese con accento indiano; gentlemen anglosassoni che parlano di porcellane antiche; parrucchieri sudamericani che tagliano caschetti francesi a capellute clienti che entrano come Marcella Bella e escono come Ines de la Fressange. Sicuramente è colpa mia. Ho riso troppo con la Mannino e quando volevo cambiare taglio ho esagerato con la ricerca di reference da far vedere al parrucchiere. Però giuro ho anche altri interessi, come faccio a uscire dal tunnel del french bob?
Netflix ti consiglia di vedere la ennesima stagione di Emily in Paris o l’ultimo film della Marvel, a seconda che l’ultimo a connettersi sia stata io o il Fede. Coppie di amici con ritmi diversi nella visione delle serie preferite hanno matrimonio in bilico per via del rischio spoiler.
Morto il quotidiano, ucciso da breaking news e versioni on line fatte da stagisti (ridateci la nera di Buzzati) , rafferma come un vecchio cracker la TV generalista, malata la radio a cui preferiamo il podcast, possiamo finalmente indirizzare la nostra vita solo su canali tematici e vedere anche le repliche dell’Ispettore Barnaby (c’è qualcosa di più idiota di vedere un giallo di cui conosci già il colpevole e i colpi di scena?) o tutti i tornei di tennis del pianeta giocati da sconosciuti in luoghi forse ancora più sconosciuti. Siamo condannati dal nostro interesse per i gialli o il tennis a farne una scorpacciata nauseante.
I concerti sono così costosi che ce ne possiamo permettere tre all’anno: non possiamo sbagliare la scelta e scegliamo solo quelli che ci piaceranno di certo. Eliminiamo il rischio di scoprire qualche cosa di nuovo.
Davide Ferrario, sulla Lettura della scorsa domenica parlava di mondi paralleli: adulti colti e informati che non sanno nulla di Taylor Swift, giovani studenti di arti visive che non conoscono il nome dell’ultimo vincitore del Festival di Cannes. Due argomenti (Taylor e Cannes) celeberrimi per due mondi coesistenti ma impermeabili.
Penso all’Antologia della scuola, che non amavo particolarmente sui banchi del liceo: perché tutti quei pezzettini di letteratura anziché sprofondare totalmente in un’opera completa? Eppure oggi, io che amavo i romanzi russi e ero annoiata dal neorealismo italiano, sono contenta di avere incontrato Calvino, sfiorato Fenoglio, pianto con Elsa Morante e sbuffato con Cassola.
Basta, per questo scorcio di agosto ho deciso di tentare la fuga da questo mondo on demand. Voglio rischiare di vedere un film di cui non so niente, e lo voglio fare in un’arena estiva , con altri spettatori diversi da me ma tutti seduti nello stesso momento, che se arrivi in ritardo hai perso l’inizio. Voglio fare un giro nei mondi paralleli che mi sono preclusi dalle mie scelte on demand.
La mia antologia saranno i miei giovani allievi, il Fede, gli sconosciuti in metropolitana, i colleghi, i figli dei colleghi, le vetrine dei negozi, il cineforum, i quartieri fuori mano, mia sorella Silvia e le mie amiche.
Vorrei rischiare di scoprire che mi piace qualche cosa che non sapevo mi sarebbe piaciuto. Non vorrei sprecare il mio tempo frequentando solo quello che mi piace. Là fuori forse c’è di meglio.

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