A cena con Antigone e il prof Guidorizzi

Ieri sera da Beniamino gli invitati arrivavano anche dall’Ade. Quello greco intendo (con Antigone, Ettore, Achille, Ulisse evocati per l’occasione), non solo dalle profondità della M4 scavata fino alle viscere di Milano.

Giulio Guidorizzi e Beniamino Piccone

Sulla poltrona fronte toro (quinta teatrale potente e invariabile sensibile per relatori del cenacolo di via Letizia) siede l’ellenista Giulio Guidorizzi. Professore di letteratura greca alla Statale di Milano, scrittore di miti, antropologo del mondo antico. Ce n’è abbastanza per farci scartabellare con un filo d’ansia i libri del liceo e far partire per errore un audio-bigino sull’età di Pericle (cellulare traditore!).

E ad ascoltarlo una platea variegata, insolitamente popolata di ragazzi (i figli degli amici, che faranno il classico e quelli ancora alle medie come Costanza o quelli che hanno appena iniziato l’università come Sofia).

Il mito greco ha vinto tutte le pigrizie e la tentazione da divano dopo una giornata di lavoro. Forse a riprova che il mythos ci seduce più del logos, in barba a ingegneri e economisti, che per una sera si sono lasciati incantare dalle 30 parole che riassumono la nostra civiltà. Beniamino ha tra le mani il volume “Il lessico dei greci”. Più tardi ce lo facciamo dedicare, sicuro.

 Il prof parte con un inno alla felicità, al vino, all’amore grazie a Dioniso che danza e domina un mondo felice. Che senso avrebbe dominare un mondo triste? E mentre l’ellenista sorride un po’ sornione, capiamo che a lui Dioniso è parecchio simpatico e Eros è un suo caro amico. Teodosio invece, imperatore bigotto, gli sta parecchio antipatico con il suo cristianesimo bacchettone e per avere vietato le Olimpiadi. Troppo pagane, troppo gaudenti.

Questi dei greci, con i loro capricci e innamoramenti, con le loro azioni gioiose e senza comandamenti, lasciano all’umanità la libertà di agire. La libertà della filosofia.

Certo, questi uomini liberi subiscono le conseguenze del destino, si fanno travolgere dall’hybris per poi essere puniti della propria tracotanza. Uomini senza colpa, con l’orgoglio del proprio corpo bello e potente, senza promessa di un futuro oltre la morte, anzi con la coscienza della propria sconfitta proprio mentre gustano la vittoria nell’agòn.

Essere donne in ogni modo non era un buon affare a quei tempi. Se proprio femmina dovevi nascere nella culla della civiltà, meglio a Sparta che ad Atene. Diritti ben pochi per le ragazze. E la democrazia, insomma, era piuttosto YY. Ma dato che le parole hanno un peso, non parlerò più di Patriarcato come fosse un sinonimo di Maschilismo: il “padre” in quella penisola spazzata dai venti comandava su tutti, non solo sulle donne. Anche gli uomini più giovani del clan e i figli maschi potevano essere venduti da questo padre dominante. Da oggi sono femminista uguale, ma con il vocabolario corretto.

Sai cosa ti dico prof? Io ora, come succede alle città che si evolvono secolo dopo secolo, uno strato sull’altro, tenendo mura spagnole e terme romane, torri che fanno il solletico al cielo e navigli coperti e scoperti, da questa serata mi porto via il fortilizio invincibile di Marco Aurelio da tenere nel cuore, l’allegrezza di Dioniso, la passione di Eros, la fedeltà di philìa ma anche la Provvidenza del Manzoni e se possibile la speranza di un ordine buono e la promessa di una vita eterna.

Intanto le olimpiadi le abbiamo riesumate nonostante Teodosio… e la serata, sotto il Tadini nuovo di Beniamino, si è chiusa tra bicchieri vuoti, bottiglie rovesciate e mille promesse di letture classiche.

 

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