
La scorsa settimana sono stata invitata ad una giornata di riflessione sul concetto di innovazione. Al Teatro Manzoni Stazione di partenza, un format a metà tra la convention e talk show dava voce a manager provenienti da aziende informatiche, logistiche, agenzie pubblicitarie, pubblica amministrazione, fornitori di servizi che esprimevano (chi con piglio attorale, chi supportato da slides) la loro visione del futuro prossimo, del ruolo dell’intelligenza artificiale, dell’impatto sul lavoro, del concetto di tempo e di responsabilità.
In platea manager e docenti ad ascoltare diversi interventi della durata ognuno di una decina di minuti.
Diversi spunti interessanti. Mi sono piaciuti l’intervento di Lorenzo Foffani di Dude, che ha parlato di disobbedienza e creatività, quello di Diego D’Ambrosi di Command per la scelta delle immagini rubate al cinema e quello di Federico Faggin (è lui la star per cui ho deciso di andare al convegno) che si è elevato nell’iperspazio lasciando a terra tutti i nerd del palcoscenico per parlare di spiritualità, dei limiti dello scientismo, del fatto che non siamo macchine. Lui, che ha inventato i microchip, che ha rivoluzionato il mondo digitale, che ha venduto a Apple la tecnica del touch screen, ha fatto l’intervento più filosofico della giornata.
Ma se il teatro era bello, se l’inizio dei lavori è stato puntuale, se alcuni spunti mi sono piaciuti, perché ne esco con una sensazione di disagio?
Ecco cosa non mi è piaciuto:
I relatori erano TUTTI uomini con una unica eccezione (Simona Zelli, filosofa che lavora per la Pubblica Amministrazione della città di Trento) che rendeva ancora più percepibile la rumorosissima assenza di voci femminili.
L’intervento di un logistico, che auspicava un approccio virtuale per il trasporto delle merci, (con l’idea mica stupida di ridurre i movimenti inutili dei beni fisici tramite la condivisione dei dati tra gli attori della filiera) si esprimeva con una slides urticante (per altro orrenda, di quelle che trovi su internet aggratis) : lui che a fianco della sua ragazza si gira con aria marpiona ad ammirarne un’altra. Il tempo della monogamia (nella logistica) è finito. L’ardita metafora mi lascia basita.

Non so se hanno chiesto alla Intelligenza Artificiale di fare la scaletta (migliaia di anni a voce maschile non potevano generare che un modello di convegno YY) ma un poco di libero arbitrio avrebbe dovuto far virare la macchina e dare voce a scienziate e manager capaci di portare una voce originale sul palcoscenico. La tecnologia e la Innovazione non possono essere sostantivi femminili solo sulle pagine del vocabolario. Il format di Stazione di partenza sembra sia destinato a viaggiare per l’Italia. Procederei con una vigorosa revisione del genere dei relatori. Giusto per innovare un po’.

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