L’altra sera da Beniamino il tema era un po’ inquietante: la guerra Russia Ucraina. Per altro in una serata che doveva essere importantissima per l’incontro tra Putin e Zelensky (dai che magari citofonava pure Trump all’ultimo) e che invece a Istambul (non in via Letizia dove gli incontri superano sempre le aspettative) ha partorito un topolino.

Santo cielo che argomento difficile, che peso sul cuore, quasi vorrei una serata sulla botanica, o la nutrizione, o le creme abbronzanti, o il riciclo della carta. Ma l’idea di vedere sulla poltroncina spalle al toro una giornalista speciale come Anna Zafesova mi ha fatto vincere ogni resistenza.
Anna è certamente italiana (sa dove è Rozzano, ha un accento familiare, scrive nel nostro idioma sulla Stampa, sul Foglio, collabora con Radio Radicale e scrive libri in italiano che vincono premi) ma sicuramente è russa (con quel nome che sembra uscire da un romanzo di Tolstoj, quella camicina bianca ricamata a piccoli fiori e ramage come quelli delle matrioske, con gli infiniti giri di perle, pietre, catene che sembrano discese dalle icone bizantine a decorarle il collo).
Tutto in lei mi pare delicato (le mani sottili e morbide, il broncio, i tatuaggi fitomorfi di cui c’è solo il tratto disegnato, solo i vuoti senza i pieni) e nello stesso tempo saldo e sicuro.

La sua Russia è quella grigia della letteratura (quel grigiore, quella burocrazia, quella disillusione, quelle sconfinate steppe non ci hanno fatto vedere in Cechov un Leopardi esotico). Non la abbiamo amata quella sconfinata Russia anche solo per come era meravigliosamente raccontata? Una Russia, quella che ci racconta Anna Zafesova, con ambizioni piccolo borghesi che sono già una bella aspirazione per chi non ha mai conosciuto né la libertà politica né quella personale.
La fine della servitù della gleba è arrivata solo nel 1861 ed è stato un bene certo, ma anche uno shock. Un mondo vecchio finiva e c’era da costruirne uno nuovo. Ma senza il topos del buon padrone c’è stato anche da far girare la testa. Gorbaciov, con la sua glasnost e la sua perestrojka (parole oggi cancellate dal revisionismo di Putin) inizia un processo di cambiamento senza conoscerne davvero i contorni e si butta in una economia di mercato che nessuno in quelle latitudini conosceva. L’occidente si compiace ma non ci investe più di tanto. Non ce la può fare Gorbaciov. E in effetti non ce la fa. Quando crolla nel 1991 l’Unione Sovietica i russi sono di nuovo scioccati. E con gli scaffali dei supermercati vuoti, una natalità bassa come in occidente e una mortalità alta come nel terzo mondo.
Meglio recuperare un buon padrone allora, magari un grigio funzionario del kgb con cui condividere il desiderio di una casa, un’auto, una famigliola e un impiego al ministero?

Così ecco di nuovo un sistema quasi monarchico, una economia di guerra che non ci si può permettere di stoppare (ferraglia, farmaci, divise…), una guerra agli avversari politici (Navalny avrebbe potuto per intelligenza, popolarità e coraggio essere una alternativa a Putin, ma appunto sappiamo come è andata), una guerra contro il pericolo del contagio democratico (i figli dei russi in guerra e quegli degli ucraini all’Erasmus? Meglio lanciargli un missile).
Il ruolo della Cina (dai Trump corteggia un po’ Xi Jinping anziché far la guerra dei dazi) potrebbe essere determinante.
Anna ma allora per chi facciamo il tifo se una Russia che va a pezzi potrebbe essere ancora più pericolosa di una Russia in guerra? Se non possiamo neanche sperare che venga un coccolone allo zar?
Ecco forse proprio per l’Ucraina (con un passato autoritario ma con un sogno europeo) che potrebbe davvero far da modello per un possibile uscita da quella steppa (così bella, così russa, così grigia, così serva) che può riscrivere un copione nuovo in cui la libertà personale e politica possano avere spazio.
Finiamo con le lasagne di Silvia, i cannoli di Panarello, la focaccia di Recco. Tutto è così buono che neanche il caviale ci vien da rimpiangere. Eppure ci stava, con tutta questa Russia sulla punta delle dita…


Lascia un commento