
Da qualche tempo (colpa del super bonus?) la città è tutta un ponteggio.
Camminare, o guidare, in città, tutto uno zigzagare rocambolesco.
I marciapiedi sono tunnel, i pali di cui sono piantumati rendono un esercizio da funambuli portare due sacchetti della spesa, bilancieri troppo larghi, da ruotare ogni due metri se non vogliamo ritrovare a casa frutta ammaccata e uova rotte.
L’incontro con i passanti in direzione inversa, una sfida a chi passa per primo, con sguardo in cagnesco in caso di mascherina abbassata (tanto siamo all’aperto) in uno sfiorarsi che è quasi un bacio alla francese. Sopra la taglia 44 non c’è spazio, è meno pericoloso camminare in mezzo alla strada.
In via Salvini ha incominciato a essere incappucciata una facciata. Ora Piazza Duse sembra un’opera di Christo: si vede solo una nuvola di cellophane.
L’attraversamento di Corso Concordia è una prova di coraggio: i ponteggi a destra si specchiano nel cantiere della M4 a sinistra.
Con sostanziale assenza di marciapiede, strada mono corsia per le auto, rotaie del tram e furgoni con le quattro frecce sulle strisce pedonali, ci si trova talvolta a sperare in una corrente ascensionale per cavarsi d’impiccio.
Percorrere Via Gustavo Modena all’uscita delle scuole può significare camminare in fila indiana , alla velocità di una tartaruga proprio mentre vorremmo correre come lepri, dietro file di decenni con il trolley, mamme con passeggino, quindicenni con zaino e stupidera.
Usare la bici (non era roba smart fino a poche settimane fa?) può essere una scelta scellerata, soprattutto se hai amiche a piedi e volevi fare conversazione portando la due ruote a mano, da pilates all’ufficio.
I pali dei ponteggi si poggiano su cubetti di legno (immagino per non sprofondare nell’asfalto) e creano tunnel traballanti un po’ opprimenti, fatti di tubi verticali in metallo e soffitti di legno o lamiera che tremano e fanno rumore mentre un mondo di operai invisibili lavora al di sopra delle nostre teste.
Usciti con un po’ di sollievo dalla foresta metallica, incappiamo nella panetteria che ha trasformato il suo dehors, seggiolina dopo tavolino. in un’area ristorazione degna dell’Oktober Fest. Scavalliamo una fila in farmacia che neanche durante il razionamento del pane. Sopravviviamo a una scala telescopica che sta recuperando un pianoforte dal quinto piano (perché se ne va la signora del quinto piano?) e finalmente entriamo nel portone.
Con la fantasia, come un bimbo che vorrebbe in un baleno spacchettare il suo dono di Natale, mi figuro la città del prossimo futuro: immagino che si potrà di nuovo vedere Piazza Vetra percorrendo la cerchia dei Navigli. E anche la Statale con tutti i suoi mille mattoncini rossi. Che le facciate dei palazzi saranno nuove e pulite.
Che le farmacie non abbiano la coda , che la linea blu corra sotto sotto i nostri piedi e che i traslochi portino su i pianoforti

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