Quest’anno il ponte di sant’Ambrogio lo passiamo a Milano.

Le nuove protesi al titanio di Erri escludono piste da sci e scarpinate in città d’arte.
Quindi la villeggiatura la facciamo dietro casa. E alla fine la città schiude porte misteriose e ci riserba luoghi pieni di fascino.
Partiamo con la diffusa della Scala, la sera del 7 dicembre. Silvia (se non avesse fatto il dottore sarebbe stata una superba organizzatrice turistica) prenota il Boris Godunov al Beccaria, carcere minorile alla periferia sud della città.
E’ la prima volta che ci vado. Dentro c’è un teatro, Puntozero, allestito con le poltroncine rosse dismesse dalla Scala.
Ci godiamo (beh, insomma, tutta in russo, nessuna storia d’amore, manco un’aria che ti rimanga nelle orecchie) l’opera di Mussorgsky sedute sul velluto rosso che è stato del Piermarini.
L’effetto di essere alla prima è davvero realistico: orecchie, occhi e terga sono in collegamento multisensoriale con Chailly. All’intervallo ci servono caffè e brioscine. Con una gentilezza e una grazia che fanno da contraltare alla potenza baritonale dello zar infanticida che tuona sul palcoscenico.
L’arte arriva fino là dentro e ci trascina con lei a varcare confini tristi che non avremmo avvicinato. Usciamo contente e turbate mentre una pesante porta di ferro su chiude alle nostre spalle e una grande luna illumina la strada.
La contaminazione, gli incubi, l’aspirazione alla redenzione, la paura delle tenebre, ci seguono anche nelle tavole di Bosch, a cui è dedicata una mostra imperdibile a Palazzo Reale.
La raggiungiamo domenica aggirando il sagrato del Duomo, blindato, e dribblando un sacco di Alpini (ci deve essere una messa a loro dedicata).
Massimo D’Antico, lo storico dell’arte che ci accompagna, commenta sornione la folla in fila per entrare alla mostra: gli avventori saranno attirati dai mostriciattoli del fiammingo, senza comprenderne la complessità teologica, l’influenza delle confraternite, le citazioni classiche. Io abbozzo e faccio finta di niente. Anche io non so quasi niente di Bosch e sono attratta dai pesci volanti, dalle teste con i piedi, dai mostri che vomitano dannati: un caos pieno zeppo di figure minute dipinte in modo sublime e originalissimo. Per fortuna noi abbiamo Massimo che ce le spiega.
Un Freud ante litteram che ha usato il pennello anziché la penna per rappresentare incubi, sogni, tentazioni, punizioni. Un brivido ci corre lungo la schiena. Forse è un po’ psichiatrico. In ogni modo ci viene una voglia intensa di paganesimo romano.
Scappiamo dal rinascimento fiammingo e fuori c’è il sole, il cielo blu, la facciata splendente del Duomo nel suo bianco di Candoglia. Facciamo l’albero di Natale (che bello ritrovare la pallina di vetro comprata a Venezia, quella tutta brillante di Cracovia e gli angioletti di pasta fatti dal Fede alle elementari).
Ci buttiamo in riti profani, nella coda da Uniqlo (ma la collabo con Marni? Compro un paio di pantaloni verdissimi di velluto e calzini a righe), nello shopping low cost da Bershka per il Fede, nell’ammirazione di tutti gli alberi illuminati, da quello di Chanel in Cordusio allo Swarovski in Galleria.
Sabato piscina per tenerci in forma. Annulliamo ogni beneficio con cena pantagruelica da Paola e vernissage casa-nuova-ad-alto-tasso-alcolico da Patri.
Il ponte di sant’Ambrogio a Milano è promosso. Pieno di alti e di bassi. Di buio e di luce. Di calorie e bracciate. Di sorprese. E di speranza, in attesa del Natale.

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