Tre (o quattro) cose che non sopporto più

Sai come quando in vacanza ti innamori dei crostini toscani e tuo marito, tornati a casa, li compra tutte le settimane alla gastronomia dell’Esselunga e tu dopo quattro mesi preferiresti un vasa con l’emmenthal a un crostino con i fegatini?

Così succede ad alcune parole talmente abusate che non ne possiamo più. Non ne possiamo più neanche quando sarebbero corrette perché ormai abbiamo la nausea.

ICONICO. La borsa iconica, la forma iconica, il colore iconico.

Se fino a qualche anno fa alla voce “iconico” mi veniva in mente Marilyn Monroe o Lady Diana, oggi mi sale un leggero malessere, un sapore di raffermo comunicato stampa, una tristezza semantica.

Se una borsa non va in saldo perché il merch la mette nel piano di collezione anche la prossima stagione, non è iconica, è solo un NOS, un riconfermato, un continuativo. Insomma, qualcosa che troverai in negozio anche il prossimo anno.

Qualche prodotto che si fa riconoscere di stagione in stagione anche senza il supporto del RIS di Parma, magari è rappresentativo, emblematico, ricorrente, di successo, non necessariamente iconico, come se fosse sceso dal cielo su una tavola lignea lavorata a foglia d’oro.

Se poi le icone sono tante come le carte dei tarocchi allora rischi di usare un’altra parola che cancello dal mio vocabolario:

ESCLUSIVO. Insieme al suo contrario (con cui vive legato in amoroso ossimoro): INCLUSIVO

I marchi desiderano vendere il più possibile promuovendo alla intera umanità (varia per età, sesso, religione, latitudine, taglia) un prodotto fatto esclusivamente per loro.

Roba esclusiva che posso comprare dappertutto e vedere dappertutto, conoscere nei minimi dettagli, dalla scheda tecnica al red carpet, dal flagship store all’outlet on line, dalla news letter alla TV in prima serata. Direi una relazione esclusiva come una amicizia su facebook.

AUTENTICO. Chissà se questo accento morale sulla autenticità deriva dal pentimento per averci ingannati per anni e dalla decisione di dire infine la verità. La pizza con la mozzarella di bufala contiene davvero mozzarella di bufala.

Tanta ostentazione di autenticità mi ricorda le esagerate professioni d’amore dei coniugi infedeli e le tovaglie a quadretti delle trattorie fuoriporta che servono zuppe di verdura Orogel.

Excusatio non petita, accusatio manifesta dicevano i latini.  

E chiudo con un oggetto, che ha il merito di incarnare quasi tutto l’orrore di quanto sopra: la TOTE BAG.

Quella borsa di tela che una volta ti regalavano alla Feltrinelli ed era comodissima, occupava lo spazio di un fazzoletto e si dispiegava come una tenda canadese alla bisogna, ora è sostituita da quelle orribili borse di tela di Christian Dior, Fendi, Chloé con loghi giganteschi e fattura sempliciotta. Mark Jakobs ci ha pure scritto a caratteri cubitali THE TOTE BAG caso mai avessimo da scambiarla per un bauletto in vitello spazzolato.

Direi che per l’estate possiamo riproporci una igienizzazione del vocabolario (editing di tutte le parole ormai svuotate di significato e che ci fanno storcere il naso) e anche dell’armadio. Io sono sicura di avere in fondo al cassetto una borsa di tela della Feltrinelli. La metterò in valigia per le vacanze.

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