Quando eravamo piccoli vivevamo prolifici periodi di noia mortale durante l’estate o il fine settimana, quando i tuoi amici facevano le vacanze in mesi (mesi, non long week end) diversi rispetto ai tuoi.

I genitori non si accordavano tra loro, canaglie. E tu ti ritrovavi all’Elba mentre Paola era da sola al piano di sotto. E poi da sola al piano di sopra mentre Paola era a Brusson. Noi in vacanza a luglio e lei ad agosto. Giornate infinite in cui io ho costruito fabbriche di cartone dipinte con le tempere e Paola studi televisivi nella spalliera di una sedia.
Da grandi la noia non è contemplata, si corre come trottole. Ma siccome sentiamo di doverci rilassare prima di scoppiare, corriamo molto per arrivare in tempo a pilates o a yoga dopo avere inviato una dozzina di messaggi sincopati dall’auto alla maestra (mi hanno messo riunione alle 5, arrivo al pelo; Non arrivo, c’è troppo traffico; Posso recuperare settimana prossima maledizione?; Forse si libera la strada per miracolo e arrivo…) che quando ci palesiamo in studio trafelate di tutto lo stress dell’occidente (nonostante il look ganesha e il palo santo che brucia) sentiamo lo sguardo del compatimento olistico sulle nostre mascelle serrate. Così che, dopo una giornata da incubo, ci vergogniamo anche un po’ delle nostre nevrosi.
La scorsa settimana abbiamo fatto vacanza in moto con amici nelle Marche e in Abruzzo. Come passeggero mi sono annoiata parecchio. No auricolari, no musica, no telefono, no letture, solo paesaggi e pensieri. Ma quando mai mi ricapita? Immobile là dietro senza potere fare niente. Sulla Milano-Bologna senti poi il senso dell’horror vacui. Ho fatto più progetti in questa settimana che negli ultimi sei mesi. Potere della noia?
Con Susi sono andata a vedere la casa di Leopardi a Recanati (ogni tanto scendevamo dalla moto). Palazzo del conte Monaldo, proprio quello che abbiamo studiato a scuola. Il povero Giacomo, nel suo natio borgo selvaggio, si annoiava terribilmente. Pochissime le persone interessanti con cui fare conversazione: il prete, il precettore (che prestissimo ne saprà meno di lui), qualche raro visitatore. A fargli compagnia i 20.000 volumi della biblioteca paterna. E in tutta quella noia Giacomo (vabbè era Leopardi, molti altri si sono annoiati e non hanno scritto neanche la lista della spesa) ha scritto L’Infinito e le Operette Morali.
Poi leggo la newsletter di Francesco Oggiano (giornalista digitale che mi piace sempre tantissimo) che parla di noia e creatività. Chiaro che se Leopardi avesse avuto da scrollare su IG, se avesse potuto telefonare, andare al cinema, in vacanza con gli amici, a cena in centro, avrebbe scritto molto meno.
Ieri sera ho visto l’Odissea di Nolan. Che mi è piaciuto ma avrei inserito un po’ delle parole di Omero rispetto alle diverse che avrei evitato di Nolan (in particolare il “bisogno di controllo” di Ulisse che più che sulla zattera pareva sul lettino dello psicanalista e i “venti anni di esperienza” di Penelope che odoravano di quote rosa).

Quindi cerco in libreria, nella stanza del Fede, sul soppalco, l’Odissea (dopo il film voglio rileggerla) e le Operette Morali (finite all’indice dopo la morte di Leopardi). Trovo almeno due copie dell’Eneide, la Gerusalemme liberata di Tasso, Canti e vari testi di Leopardi, le opere di Curzio Rufo (ma quando mai mi era venuta voglia di leggere Curzio Rufo?!) e le Lettere a Lucilio di Seneca (quelle si, belle belle) ma non le Operette morali. E neanche l’Odissea.
Quindi nei buoni propositi dell’estate metto: ordinare la libreria, rileggere i classici, portare al Libero scambio i libri che non vorremo mai rileggere, liberando i capolavori dalla compagnia molesta di pagine irrilevanti. Desidero un’estate in cui sentire il canto della diva e l’ira di Achille, voglio naufragare dolcemente nel mare leopardiano, voglio guardare il soffitto e annoiarmi un po’. Voglio anche cucinare di più e mangiare meglio. Ma quello è un altro progetto, fatto mentre mi annoiavo sull’A14, all’altezza di Pescara.

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