Lo scorso anno, dopo aver letto l’Onegin di Puskin, decido di leggere A Rebours di Huysmans. Ero in pieno mood dandy-decadente. Non sapevo che il destino (guidato dal dio Amazon) avrebbe operato un incantesimo.

Il Kindle non funziona. Incastrato. Niente da fare. Impossibile scaricare nuovi romanzi.
Dato che i classici costano pochi euro, sul mio Kindle (una biblioteca gigante che sta anche nel bagaglio di Easy Jet) c’è l’opera omnia di diversi autori che in momenti vari ho deciso di acquistare in lingua originale (le edizioni tradotte a pochi euro possono essere pericolose. Non so se temere di più quelle degli stagisti o quelle della AI).
Dato che stavo per scaricare un libro in francese, rimango a Parigi e inizio a leggere Balzac. La Comedie Humaine. Centotrentasette romanzi. Chissà quando avevo deciso di avere TUTTO Balzac sul mio Kindle.
Io leggo il Kindle di notte, la sera prima di addormentarmi o nelle ore piccole per non disturbare Erri durante le mie insonnie. I libri veri (quelli che si sfogliano, che odorano di carta, che si possono sottolineare e di cui si ricorda la copertina) sono appannaggio del giorno.
Ho vissuto almeno otto mesi (il Fede a maggio per il mio compleanno mi ha regalato un Kindle nuovo) con una vita diurna nel XXI secolo, utilizzando auto, metropolitana, computer, andando al lavoro, frequentando gli amici, preparando lezioni, telefonando, nuotando in piscina, pagando la spesa con la carta di credito.
Ma la notte ero a Parigi. Ho vissuto intensamente tra il 1810 e il 1834, spostandomi a cavallo o in carrozza quando ero ricca, spolverando gli stivali dalla polvere della strada quando non potevo permettermi neanche una corsa sulla pubblica vettura ma ero divorata dall’ambizione d’esser ricevuta nei salotti buoni.
Ho impegnato i miei gioielli per mantenere un giovane amante. Ho frequentato i più inquietanti strozzini della città (Gobseck, ancora mi mette i brividi), ho dilapidato al gioco le fortune della mia famiglia, a volte ho vinto per salvare l’onore di un amore appena nato.
Ho cenato nei migliori salotti di Faubourg St Honoré ma anche nella modesta Pension Vauquer. A volte sono stata così miserabile da non cenare affatto. Ho visto i trionfi di Napoleone sotto l’arco del Carrousel che ancora portava in cima i cavalli di San Marco. Sono morta nell’incendio durante la festa del suo matrimonio con Maria Luisa, con il padiglione delle feste in fiamme, nel giardino dell’ambasciata d’Austria.
Ho calcolato la dote per potermi sposare, valutato quanto fosse improbabile un matrimonio d’amore, contato rendite, visto capitali andare in fumo e nuovi ricchi guadagnare posizione. Ho vissuto la riforma del diritto privato di Napoleone e il disfacimento della primogenitura e delle eredità delle grandi famiglie. Sono stata Duchessa e Cortigiana. Madre gelida e figlia ingrata.
Quanti biglietti ho scritto per essere ricevuta, quanti teatri ho frequentato, quanti palchi, quanti sguardi e passeggiate al Bois de Boulogne per un incontro d’amore.
Al ventisettesimo romanzo il Kindle si è spento del tutto. L’incantesimo si è rotto e sono riemersa alla realtà contemporanea. Via i cavalli, i biglietti scritti a mano, gli inviti, le serate agli Italiens, i pettegolezzi della provincia.
Però era incredibile ogni giorno sapere che la sera Parigi mi aspettava attraverso una porta magica, per farmi vivere in una realtà parallela, magnifica e miserabile, generosa fino al sacrificio e ambiziosa fino al delitto. Troppo incredibile per confessarla a Erri o ai colleghi, troppo intensa per condividerla con chi non avrebbe potuto capire.
Magari un giorno me lo riscarico sul Kindle nuovo, tutto Balzac. E riparto dal romanzo trentotto, laddove ho lasciato la porta socchiusa per infilarmi di nuovo nel varco dello spazio-tempo. Au revoir Paris.

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