Come può essere che l’artista che voleva dipingere la luce del sole, sia diventato l’ispiratore del cinema noir e che tutti i suoi quadri evochino pensieri perturbanti?

Ilaria Floreano, l’altra sera a casa di Beniamino Piccone, ci ha raccontato Edward Hopper e il suo rapporto con il cinema. Nel salotto di via Letizia c’erano gli amici di sempre, qualche volto nuovo e chiacchiere collaterali al tavolo del buffet su libri e università (ho scoperto che i coscritti bocconiani hanno un’anima e si occupano di biblioteche in luoghi disagiati con #BBleva89).
Dipingendo la normalità (stazioni di benzina, lobby di alberghi, locali notturni, tavole calde) Hopper è riuscito a creare atmosfere tutt’altro che “normali”.
Amando le avanguardie europee, dipingendo alla francese e rifiutando la richiesta pressante che invocava la nascita di una Arte Americana, è stato il più americano di tutti.
Il nuovo continente vibra più nelle sue stazioni di servizio che nei dipinti coevi delle montagne rocciose (che nessuno di noi ricorda).
Artista fin dal primo vagito ha dipinto solo 50 quadri in tutta la vita. Riconoscibilissimi, citati e stracitati dal cinema (Hitchcock, Dario Argento, Almodovar), con una sola modella per protagonista (la amata/odiata moglie Josephine).

Nel cenacolo di Beniamino capiamo che le intenzioni (sono francese, voglio la luce, non voglio andare in vacanza e piuttosto mi sposo, voglio la fama, non voglio relazioni umane) a volte non coincidono affatto con i risultati della vita. E che la vita succede nonostante tutte le sue volontà.
Il solitario Hopper vive nella affollatissima città di New York e probabilmente solo nel crowded Greenwich Village si può capire quella esistenziale solitudine che ti congela davanti ai suoi quadri.
Nonostante Ilaria parli di cinema seriamente, Beniamino fa un po’ il buffone e tira fuori Repubblica (copia cartacea, roba da feticisti) e ci delizia sui pensieri colti di Silvester Stallone. Volevi il cinema? Eccoti l’urlo “Adrianaaaaaa”
Nonostante i pensieri perturbanti di Hopper, questa sera abbiamo il fou rire. Nonostante l’inquietudine di Hitchcock, nonostante la solitudine congelata dei Nighthawks, ci troviamo insieme a chiacchierare e ridere e abbracciarci. Come Hopper, nonostante lui. Abbiamo la stupidera a dispetto dei suoi quadri e di Dario Argento.

Con tutti questi nonostante, queste premesse disattese, ma a lieto fine, mi viene in mente una frase che mia mamma, medico, soleva citare da Guerra e Pace “Sebbene i dottori lo curassero, gli estraessero sangue e gli dessero da inghiottire delle medicine, ciò nonostante, guarì lo stesso”
La vita a volte prende una strada allegra, nonostante le ombre e le intenzioni.

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