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  • Incontri che ti esaltano e altri che ti deprimono

    Reduce da due giorni a Pitti, da due pranzi in sala stampa e da due incontri che mi hanno fatto venire voglia di un post, eccomi con la penna in mano.

    Ecco il libro da curiosare

    Premetto che dopo mesi in cui è socialmente accettabile mangiare solo con i congiunti, viaggiare solo con i congiunti, sedersi accanto solo ai congiunti, la fuga con uno sconosciuto (anche un brutto ceffo intendo, un disgraziato) mi pare un rischio da correre. Magari muoio di qualche cosa, ma non di noia.

    Al netto della mia vertigine da astinenza sociale, io e Marilena (collega incantevole che ho scoperto velista e non solo) ci siamo trovate a pranzare per caso di fianco a un signore ottantatreenne vispo come un ragazzino e interessante come un libro giallo.

    Alfredo Mattiroli (è lui lo sconosciuto commensale, ma lo avremmo scoperto solo al dessert) è la prova vivente che la giovinezza non è una questione anagrafica. In verità lo avevo già intuito con Elio Fiorucci e Patti Smith. Con Mattiroli (terzo indizio) ora ho le prove.

    Nessun rimpianto, nessuna atmosfera vintage nei suoi racconti, nei suoi aneddoti, ma solo continui spunti per il futuro, letture in prospettiva e sguardo capace di vedere opportunità.

    Sono andata alla presentazione del suo libro “Cacciatore di sogni”, edito da Rubattino.

    Poi ho dato il tormento a Marilena e Giulia (pazienti compagne di viaggio) finché non sono andate a prenotarlo su Amazon.

    Ho distillato il suo intervento in pillole: conoscere le lingue, vedere i mercati direttamente, darsi il tempo di visitare i clienti e sentire i loro feed back in presa diretta. Essere internazionali e curiosi. Essere umili. Rifuggire i luoghi comuni (tipo “in quel quel mercato non vado perché i clienti non pagano”), avere un buon network per verificare le referenze di chi si propone con cariche altisonanti.

    E ho aggiunto qualche cosa di mio che lui non ha elencato in presentazione, ma che ho capito dal pranzo e che credo sia parte della ricetta per essere un buon cacciatore di sogni: avere una moglie incantevole, suonare il pianoforte, giocare a golf, avere amici che ti stimano e che tu stimi, non cercare lo scandalo anche se hai le info per scatenarlo, avere un paio di figlie che hanno preso in mano il tuo lavoro e lo portano avanti come si deve, tacere quando è opportuno farlo, avere rispetto del prossimo.

    Ad un certo punto ho pensato di essermi così ingarellata per reazione al troppo isolamento (voi lettori fedeli sapete che il blog nasce dalla cattività covid), entusiasta di chiunque non avesse il mio stesso cognome o non abitasse al mio civico.

    Tranquilli, non si è trattato dell’entusiasmo dell’ergastolano appena evaso: il giorno dopo a pranzo siamo incappate in un tris di tre sciure di straordinaria antipatia, noiosi residui anni ’80 di privilegi demodé, talmente autoreferenziali da non scambiarsi neanche il buongiorno.

    A chi interessa capire come l’Italia sia passata dai sarti all’alta moda, passando per il pret a porter , consiglio di dare un’occhiata al libro. E a tutti auguro gioiosi pranzi con sconosciuti.

  • Tu di che farmacia sei?

    Non macellai, gastronomi, gioiellieri, parrucchieri hanno riempito il nostro ultimo scorcio di dicembre (per cenoni con commensali medi di sei persone è stata sufficiente una piega casalinga e una spesa al mercato di via Calvi), ma popolarissimi farmacisti.

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    Janny Tang, elegante signora di Hong Kong che è stata il mio capo a Milano qualche anno fa, mi chiedeva come mai noi italiani fossimo così affezionati alle farmacie, e perché ce ne fossero così tante in città.

    Il Farmacista sta al Dottore come Wikipedia sta alla Sormani.

    Tu sai che su Wikipedia non scrive Umberto Eco e che non ci trovi incunaboli del 400. Ma se ti serve in tempo reale sapere la capitale del Kazakistan (o se puoi uscire di casa avendo visto un tuo collega che ha la figlia positiva), è perfetto.

    Punto di riferimento di ogni isolato, io ne ho più d’una dove ho vissuto momenti indimenticabili.

    In quella all’angolo tra Porta Romana (dove abitava la Susi) e Santa Sofia, abbiamo preso la nostra prima crema antirughe. Avevamo 22 anni e la pelle liscia, ma la Susi aveva ritenuto si trattasse di un capitale da porre sotto tutela da subito, prima che fosse troppo tardi. La dottoressa al banco sembrava uno sharpei, ma noi non abbiamo ritenuto che tutte quelle rughe fossero un indizio sulla inefficacia del prodotto.

    In piazza Giovine Italia (lì allora viveva la Simo) ho comprato una tinta per capelli color “cioccolato” , in piena notte. Mi avevano avvisato molto tardi che la mattina dopo avrei avuto un colloquio con il sig Armani. Potevo andarci con la crescita? Ci sono invece andata con i capelli arancioni. Mentre piangevo sul disastro, a mezzanotte, Erri mi diceva che da asciutti si sarebbe visto meno tutto quel carotene, che aveva tinto anche il cuoio capelluto. E comunque Giorgio Armani mi ha assunta, quindi la Farmacia Bracco è stata promossa, nonostante i suoi prodotti bio ignorassero assolutamente il concetto di pantone colore.

    All’angolo tra via Giambellino e via Tolstoi c’è una farmacia che ha TUTTO. Candele profumate, suole ortopediche, stampelle, creme, giochi per neonati, pietre guaritrici, lame per manicure, oli, apparecchi aerosol, , caramelle balsamiche, vasi da notte. Quando lavoravo in Via Savona ci andavo per comprare un burro cacao o le vitamine per il Fede, solo per il gusto di potere entrare in quella wunderkammer che mi ricordava gli empori berlinesi dei romanzi di Singer.

    Alla Farmacia di Piazza Risorgimento ho stampato il mio primo green pass, quando sul fascicolo sanitario non lo avevano ancora caricato. In quella di Lampedusa ho comprato un test di gravidanza e poi è arrivato il Fede.

    In questi giorni, tutti in coda alla ricerca di un tampone, una mascherina, un chiarimento, abbiamo sopportato di buon grado freddo e fila, fiduciosi che, una volta arrivati al bancone, qualcuno ci avrebbe dato ascolto.

    Il nostro farmacista, tollerante come un parroco, carismatico come un capotreno, autorevole come la prof di lettere, è stato il presidio sul territorio, laddove il medico di base è collassato, al numero verde non rispondeva più nessuno, lo SPID ti faceva la guerra e il sistema regionale non dava segni di vita.

  • Quell’aria un po’ francese di corso Vercelli

    Di Corso Vercelli mi mancano tre negozi: i Gemelli, dove si vestiva la mamma dopo aver comprato le camice per il papà da De Molfetta (collo 15/38) , Vergelio, dove facevamo window shopping sognando le scarpe più belle, e il giocattolaio Cagnoni (vabbè epoca paleolitica) che io ricordo più favoloso di Hamleys a Londra o FAO Schwarz a New York.

    Emily in Paris Akan Berlanjut di Musim Ke-2 | kumparan.com
    Emily, se non fosse in Paris, potrebbe essere in corso Vercelli

    Ma resistono, a rendere ancora quel tratto di strada tra piazza Piemonte e Piazzale Baracca, una passeggiata incantevole, la Torrefazione all’angolo con via Cherubini (la cassa è provvisoriamente spostata causa covid, ma entrare e sentire il profumo di caffè appena macinato vale più del tampone antigenico: inebriarsi di arabica è garanzia che almeno non abbiamo la Delta) e il COIN che da qualche settimana ospita il Viaggiatore Goloso.

    Ora per noi adepte dell’Esselunga (una fede che passa per via genetica di madre in figlia, come leggere il Corriere della Sera o tenere al Milan) ammettere di essere sedotte da un’altra insegna è un po’ come tradire.

    In ogni modo, non per la spesa settimanale, ma solo per un tuffo dove l’acqua è più blu, uscire dal COIN con un profumo Jo Malone (piano terra) e un barattolo di acciughe sott’olio (piano -1) dà il suo brivido. Se poi ci vai con la tua amica Paola (che lavora nel food e ti fa la spiega anche delle acciughe del Cantabrico) , ancora meglio. Questo dicembre (prima della cattività) ci ho preso anche il panettone allo zafferano, quello in collabo con il Duomo. Ho tradito per la Veneranda Fabbrica.

    Sarà perché da qui, un paio di secoli fa, arrivavano in città piemontesi e francesi, sarà perché i turisti sono pochi e il passo è lento, ma nel corso Vercelli a mio parere gira un’aria piuttosto chic, morbida e elegante. Non sarà Emily in Paris, ma per i flaneur del fine settimana, rimane una belle promenade.

  • About

    Patrizia Bolzoni, redattrice di questo blog, nasce a Milano nel 1964. Si diploma alla Sorbona e poi si laurea alla statale di Milano in Lettere Moderne.

    Ama il teatro, la letteratura, i vestiti, nuotare, camminare, sciare, leggere e scrivere.

    Viene da una famiglia numerosa, eccentrica e davvero speciale. Vive con Erri e con il Fede.

    Ha amiche molto importanti che moltiplicano il suo sguardo sul mondo e sulla vita.

    Ha deciso di scrivere questo blog, che covava da anni, dalla cattività Covid 19. Chissà mai che da una fregatura nasca qualcosa di buono.

    Queste pagine vogliono essere uno sguardo leggero come la nebbia e solido come le pietre per sopravvivere, e talvolta fare villeggiatura, a Milano

  • Una città impacchettata

    Wrapped Monument to Vittorio Emanuele II | Collater.al
    Nel 1970 Christo ha impacchettato Milano

    Da qualche tempo (colpa del super bonus?) la città è tutta un ponteggio.

    Camminare, o guidare, in città, tutto uno zigzagare rocambolesco.

    I marciapiedi sono tunnel, i pali di cui sono piantumati rendono un esercizio da funambuli portare due sacchetti della spesa, bilancieri troppo larghi, da ruotare ogni due metri se non vogliamo ritrovare a casa frutta ammaccata e uova rotte.

    L’incontro con i passanti in direzione inversa, una sfida a chi passa per primo, con sguardo in cagnesco in caso di mascherina abbassata (tanto siamo all’aperto) in uno sfiorarsi che è quasi un bacio alla francese. Sopra la taglia 44 non c’è spazio, è meno pericoloso camminare in mezzo alla strada.

    In via Salvini ha incominciato a essere incappucciata una facciata. Ora Piazza Duse sembra un’opera di Christo: si vede solo una nuvola di cellophane.

    L’attraversamento di Corso Concordia è una prova di coraggio: i ponteggi a destra si specchiano nel cantiere della M4 a sinistra.

    Con sostanziale assenza di marciapiede, strada mono corsia per le auto, rotaie del tram e furgoni con le quattro frecce sulle strisce pedonali, ci si trova talvolta a sperare in una corrente ascensionale per cavarsi d’impiccio.

    Percorrere Via Gustavo Modena all’uscita delle scuole può significare camminare in fila indiana , alla velocità di una tartaruga proprio mentre vorremmo correre come lepri, dietro file di decenni con il trolley, mamme con passeggino, quindicenni con zaino e stupidera.

    Usare la bici (non era roba smart fino a poche settimane fa?) può essere una scelta scellerata, soprattutto se hai amiche a piedi e volevi fare conversazione portando la due ruote a mano, da pilates all’ufficio.

    I pali dei ponteggi si poggiano su cubetti di legno (immagino per non sprofondare nell’asfalto) e creano tunnel traballanti un po’ opprimenti, fatti di tubi verticali in metallo e soffitti di legno o lamiera che tremano e fanno rumore mentre un mondo di operai invisibili lavora al di sopra delle nostre teste.

    Usciti con un po’ di sollievo dalla foresta metallica, incappiamo nella panetteria che ha trasformato il suo dehors, seggiolina dopo tavolino. in un’area ristorazione degna dell’Oktober Fest. Scavalliamo una fila in farmacia che neanche durante il razionamento del pane. Sopravviviamo a una scala telescopica che sta recuperando un pianoforte dal quinto piano (perché se ne va la signora del quinto piano?) e finalmente entriamo nel portone.

    Con la fantasia, come un bimbo che vorrebbe in un baleno spacchettare il suo dono di Natale, mi figuro la città del prossimo futuro: immagino che si potrà di nuovo vedere Piazza Vetra percorrendo la cerchia dei Navigli. E anche la Statale con tutti i suoi mille mattoncini rossi. Che le facciate dei palazzi saranno nuove e pulite.

    Che le farmacie non abbiano la coda , che la linea blu corra sotto sotto i nostri piedi e che i traslochi portino su i pianoforti

  • Invece di stelle ogni sera si accendono parole

    Quando eravamo bambine in piazza Fontana c’erano le telerie Ghidoli, dove la mamma comprava le tende e le tovaglie a misura. Sotto i portici c’era il Bar Commercio. Alla Rinascente un intero piano dedicato a pigiami e intimo. E al Camparino le più buone, così ci pareva, cipolline sotto aceto.

    E soprattutto c’erano in piazza del Duomo, sulla facciata di palazzo Carminati, un sacco di scritte pubblicitarie luminose. Io ricordo la donnina che batteva a macchina, mi piaceva più di tutte. Soprattutto d’inverno, con la nebbia. Che faceva molto più Natale dell’albero.

    Milano | Duomo - Quando palazzo Carminati sembrava Time Square - Urbanfile  Blog

    A quella piazza e a quella città fa riferimento la meravigliosa poesia di Umberto Saba

    Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio
    villeggiatura. Mi riposo in Piazza
    del Duomo. Invece di stelle
    ogni sera si accendono parole.

    Nulla riposa della vita come
    la vita.

    A questa poesia rimanda il titolo di questo blog, che parlerà della vita, leggera come la nebbia e pesante come le pietre. In una città metafora del mondo