-
Mamma, ti facciamo la festa!
Ecco in fila perché mi è venuta voglia di scrivere questo post:

- Il Fede ha compiuto 18 anni: i tempi del bagnetto sono finiti. Da oltre 10 anni. Devo prendere atto.
- È stata la festa della mamma e io ho pensato alla mia: chirurgo con quattro figli. Come diavolo ha fatto?!
- Ho risentito per caso Antonella G., esperta digitale con cui ho collaborato qualche anno fa, che ha da poco scodellato un bimbo. Rientrata in Italia, si dibatte tra felicità e amarezza.
- Un ex collega mi ha chiamata per sapere se avessi sotto mano una risorsa che volesse traferirsi in Austria per un anno: sostituzione congedo di paternità.
- Elisabetta Franchi assume solo “anta” disposte a lavorare h24
Chiaro che la simpatica uscita dell’imprenditrice bolognese mi abbia dato la stura.
Purtroppo non scriverò cosa sarebbe giusto che fosse (molti stanno dicendo la loro, il legislatore è a buon punto, la nostra cultura meno) ma come siamo sopravvissute io e le mie amiche riuscendo, bene o male, a essere felici, dare un contributo al proseguo della specie umana e portare a casa uno stipendio?
Il mantra è stato mentire, mentire, mentire.
Il mondo professionale deve credere che la creatura minuscola che gira per casa vostra sia un esserino perfetto senza esigenze. Un tamagotchi acquistato in vacanza utile solo a fare presenza tenera nelle foto sul pianoforte.
Non si ammala, non vi desidera fuori orario, cucina da solo e carica la lavastoviglie. A scuola va da dio. E’ educato come il piccolo George e di bellezza classica. Praticamente non ci accorgiamo neanche di averlo, tanto è perfetto.
Tutte le volte che avrete una riunione con la maestra, una visita medica, la recita di fine anno, la baby sitter malata (dio no, ti prego no, Nico riguardati), dovrete mentire. Se volete essere mamme, fatelo di nascosto.
Fate finta di essere il vostro collega superfigo YY, che si assenta più di voi ma le cui vacanze producono ammirazione virile anziché compatimento muliebre.
Un’ora di coda dalla pediatra? ritardo per cardiogramma sotto sforzo
Erri in vacanza con gli amici e dovete portare voi il pupo a scuola tutta la settimana? vi state allenando per la maratona di NY.
Colloquio con la prof di matematica alle 10 del mattino? Uno speach al Master.
Notte insonne con Fede che vomita? Più cool un hangover post party.
Non tenete foto, disegni, tracce dei vostri cuccioli in ufficio. Tali indizi sono considerati estremamente affascinanti solo sulla scrivania dell’amministratore delegato, maschio. Se li tenete voi, siete delle mammolette in odor di pannolino.
Oltre al vostro capo, c’è solo un’altra persona a cui dovrete mentire con altrettanta creatività: il pupo.
Lui crederà che il vostro lavoro sia una rottura di scatole inevitabile, che voi non desideriate che lui. Che quando siete in viaggio (che relax: vi potete spalmare anche tutte le amenities che trovate in hotel, scendere e trovare la colazione pronta, mettere i tacchi senza rischiare la vita con in braccio un fagotto di 9 kg) vorreste anticipare il volo per tornare al più presto.
La mamma in incognito come se la cava? Un marito che fa la spesa, una baby sitter in buona salute, un paio di nonne, vicini di casa comprensivi e generosi, un nido affidabile aiutano.
E poi un buon gruppo di amiche a cui dire, solo a loro, tutta la verità: che il capo è un maschilista sociopatico, che le feste di fine anno all’asilo sono terrificanti, che la tata sbaglia il bucato, che il nanetto va male in matematica, che a volte vorreste scappare.
E’ maggio. W la mamma.
-
Tra Piazza del Duomo e le spiagge di Siviglia: in vacanza con Joaquin Sorolla
Giovedì sera io e Paola siamo andate a vedere la mostra di Sorolla, a Palazzo Reale.

Il giovedì Palazzo Reale chiude alle 22.30, cosi che anche noi indigeni con tacchi e giacca, possiamo sentirci per una sera turisti in Piazza del Duomo.
Io sono arrivata con calma, guardando le vetrine del Libraccio in Santa Tecla (perché il Fede non porta qui i suoi libri usati? gli mando un reminder con foto della scritta “valutiamo bene e paghiamo subito”: chissà che l’avidità adolescenziale lo spinga a vincere la pigrizia adolescenziale).
Paola invece è arrivata trafelata, al fotofinish, con voce rotta e camminata scomposta (voglio una vita più semplice! chi diavolo ha messo il mercatino in Pagano!? il telefono è scarico, il navigatore non funziona, trovo solo strisce gialle, non ho fatto il bancomat , non ce la farò mai…).
Alle 19.15, contro ogni pronostico, salivamo lo scalone d’onore e ci lasciavamo alle spalle tutta la stizza della fretta, per buttarci sulle spiagge piene di luce di Joaquin Sorolla.
Vele bianche, riflessi sull’acqua, bimbi nudi e abbronzati a Valencia, donne eleganti con capello a Biarritz.
Ma che bello è questo Sorolla? Dove lo avevano nascosto fino ad ora? Dove eravamo noi mentre se lo contendevano le gallerie di Parigi e New York? Massimo D’antico, la nostra colta e sofisticata guida, ci ha svelato un mondo nuovo, pieno di fascino , di eleganza e semplicità.
Dato che l’arte non sufficit a farci sentire proprio in vacanza, abbiamo chiuso con un club sandwich da Giacomo. E un calice di Pinot. E un bel po’ di chiacchiere. E così abbiamo fatto Villeggiatura tra le pietre della città , mentre si accendevano parole. Ogni riferimento a Saba è voluto.
-
Milano: tutte le donne vengono al pettine
La scheda del mio colore per i capelli (i miei parrucchieri sanno delle mie

infedeltà – come le ex di Ghali o le pratoliniane ragazze di San Frediano – e condividono talvolta la ricetta segreta in modo che io non cambi criniera ad ogni tradimento) è depositata in almeno dieci negozi dell’aera metropolitana di Milano. Nel salone Aveda vicino a casa dove Raffaella custodisce la ricetta originale, in quello di Via Salvini, vicino all’ufficio, dove Angela usa una spazzola giapponese con pelo di cinghiale, nel parrucchiere del centro commerciale di corso Lodi (vicino alla sede di Manager Italia), in quello di Coni Zugna vicino alle show room di via Savona.
La piega e le mani le faccio scegliendo su google map il negozio più vicino a dove il destino mi trascina (Legnano se vado all’outlet DG, in Corso Concordia se se vado al mercato di via Calvi, in via Regina Giovanna se faccio due passi a piedi).
E lì, seduta con le mani a bagno nella ciotolina o con i capelli spalmati di crema, consulto il variegato catalogo delle sciure al salone di bellezza.
- Quella che l’ultima volta che si è fatta uno shampoo da sola è stato nel marzo del 2020 (lockdown + coprifuoco) e ancora non ha superato il trauma. Dal parrucchiere passa quotidianamente anche a pettinarsi la frangia
- Quella che rimane un giorno intero (extension, colore, shatush, piega, onde) e spende con nonchalance il massimale della mia carta di credito
- Quella che vuole solo Daniele.
- Quella trafelata, che lavora al computer e al cellulare per tutta la seduta, perché è una influencer sempre in piega e lo smart work lo fa dalla poltrona del lavello
- Quella che le unghie le voleva quadrate, anzi no rotonde, e che i mocassini di Miu Miu sono ormai troppo cari e lei i mocassini come si deve li trova solo a Londra , ma il Brera dei Fratelli Rossetti è ancora passabile
- Quella che ha i capelli molto speciali, rari (nel senso di “inconsueti” secondo lei, non “diradati” come pare a noi), che il biondo come lo vuole lei non riesce più a farlo nessuno (forse lo aveva formulato Rolando? o Coppola? o i Vergottini? scomparsi senza lasciarle la ricetta?), che le radici le vuole così, ma le punte le vuole colà.
- Quella che ha solo il tempo della pausa pranzo e mette l’ansia a chi si occupa di lei. Mi tagli chi vuole. Mi pettini chi è libero. Basta che faccia in fretta.
L’ultima, quella di fretta, sono io. Che però in quell’ora non solo faccio i capelli, ma osservo con divertita empatia tutto il bestiario nevrotico delle mie simili, alla ricerca di chi, moderno confessore o analista a portata di forbice, sia in grado di renderci felici in pochi tocchi. Almeno fino alla prossima piega.
-
Giusi Ferré: guida di stile per capire la moda
Diversi anni fa lavoravo in Giorgio Armani. Ero appena arrivata (venivo da Dolce&Gabbana, figuriamoci)

e non riuscivo ancora a capire la cartella colori: mi presentarono un cartoncino nero, con spillati alcuni frammenti di tessuto (pezzi piccolissimi, dato che i campioni selezionati da LUI, venivano porzionati per tutti i responsabili di prodotto sparsi sull’orbe teracqueo in particole sacre di circa 2cmq). Un cartoncino pieno di un sacco di grigi, antracite, asfalto, nebbia, fumo beige, greige …
ok, un paio di grigi li faremo ma i colori dove sono?
Mi ci sono voluti diversi mesi e diversi insegnanti di sostegno (i ragazzi dello stile divertiti dai miei occhi spaesati, i colleghi impietositi da tanta primitività, i fotografi che non avevano mai conosciuto che il bianco e nero…) per capire che quelli erano i colori di stagione. Che quella infinita gamma di grigi aveva un senso, era l’universo espressivo dove ero finita dopo l’indigestione di stampe floreali a 54 colori.
Fra i molti sussidi alla comprensione del nuovo mondo a 60 (e anche di più) sfumature di grigio, devo ricordare Giusi Ferré.
Di fronte a un rosso scipito (ero ancora in fase di disintossicazione da pantone) ho letto la descrizione della collezione redatta da Giusi Ferré: si trattava di un “rosso a basso voltaggio” e la minigonna di cui si dissertava era una gonna “breve” e anche “svelta” perché era leggera con il suo tessuto liquido e svolazzante.
Sono rimasta folgorata dalla sua capacità di rendere speciale quello che io ancora non ero in grado di capire.
Ma quanto è diventata piena di senso la mia gonnellina che ho scoperto essere breve e non corta, a basso voltaggio e non scolorita!
Di Giusi Ferré ho letto (fino a questa domenica) la sua Buccia di banana, e il suo Tocco di classe su Io Donna, rubriche catartiche e ironiche, che ti fanno godere degli errori delle star con occhio un po’ voyeur, senza farti sentire in colpa.
Ma di lei ho il ricordo indelebile di quella gonna breve, di quelle parole piene di stile, che hanno dato significato a tante collezioni. Nel quadro variopinto delle sfilate, le sue pennellate vibranti hanno spesso contribuito al pari degli abiti alla magia della passerella. A me, di sicuro, hanno aperto la mente all’universo Armani.
-
In viaggio sulle scale: cartoline dal terzo piano
Reduce da un paio di riunioni con i sistemi informativi per la definizione di un programma di pianificazione, mi sono trovata in un universo linguistico (e estetico) straniante.

bagagli per un viaggio al terzo piano Non è stato necessario prendere un treno e neanche preparare la valigia, per trovarmi in viaggio.
Gli interlocutori non indossano né pizzi neri, né giacche leopardate, né abiti a fiori. Ma costoro sono davvero colleghi? Portano pullover azzurri e camicie a righine!
Il meglio del trip è però arrivato con il vocabolario. Al nostro solito linguaggio (la Spring, la Fall, la Flash, il Formale, la Main, la Donna…) in cui la parte per il tutto, il contenitore per il contenuto, l’aggettivo per il sostantivo rappresentano il trionfo delle figure retoriche fashion (sineddochi precedute da articoli forse comprensibili solo a chi lavora nella moda entro la cerchia dei Navigli) si è sostituito un mirabolante grammelot di derivazione informatico/anglosassone. Neologismi che avrebbero inorridito il prof di lettere.
Vado ad elencare in ordine di uscita:
- “sto sherando lo schermo?” (la condivisione dei documenti su teams è ormai pane quotidiano)
- “le richieste sono state recappate” (Scendere il cane è ormai roba da Accademia della Crusca)
- “il piano è stato frizzato” (congelato forse era meno freddo, meno immobile)
- “le modifiche sono deployate” (e qui ho dovuto guardare su google traslator per capire che le modifiche erano state versate a sistema)
A volte, per fare un tuffo in un mare diverso, basta scendere al terzo piano (anche virtualmente, senza muoversi dalla scrivania, dato che la riunione era via teams). E chissà se anche i nostri seri interlocutori con pullover azzurro hanno pensato lo stesso di noi, zoo colorato e talvolta guascone, e stanno scrivendo una cartolina agli amici, dal loro viaggio al quinto piano
-
La differenza fra essere cinici e essere vivi

In questi giorni a casa avrei bisogno di una tuta mimetica al posto del pigiama. Radio, tv, internet sono costantemente sintonizzati sulla guerra in Ukraina.
Io e Erri abbiamo visioni poco compatibili. Non sul conflitto, ma su come convivere con il conflitto.
Io rifuggo i dettagli, i closeup, la testimonianza in diretta, il giornalista fuori dalla buca del metro, la vecchina trasportata con la carriola. Faccio la parte dello struzzo? della superficiale insensibile?
Erri si becca, senza soluzione di continuo, TUTTI i dibattiti, approfondimenti, reportage dalla Ukraina.
Sostituiti in poche ore i virologi con gli strateghi del fronte (io evitavo anche le dirette dalla terapia intensiva) mi tocca rimpiangere il Generale Figliuolo, così esagerato con tutte le sue decorazioni sul petto, fronte Palazzo delle Scintille, sostituito da soldati che paiono mio figlio e divise su cui non si può fare ironia.
Ma questa presa diretta sul dolore, sulla tragedia, a me crea solo frustrazione, se non riesco a capire come fare la mia parte.
Il rischio, dopo le lacrime e lo sgomento, è di avere il suono delle bombe in salotto come sottofondo alla vita. Con due possibili esiti: diventare cinici (mi passi il sale? è dietro il posto di blocco) o vivere con l’ansia perenne (che cosa studio a fare matematica se sta per scoppiare la terza guerra mondiale?).
Per salvare il nostro diritto e dovere di vivere pienamente, di sognare le feste di compleanno, di imparare a cucire o di suonare in una band, e nello stesso tempo di essere uomini (nel senso di umani, alla Saint Exupery) e sentire la responsabilità di fronte alle miserie del mondo, ho un piano sottile.
Punto a ripristinare le virili perversioni del telecomando (io ho un marito che lo reputa sua assoluta proprietà e lo infila nel taschino della camicia quando si sposta dal divano, per evitare che io possa impossessarmene e magari scovare una replica della Signora Fletcher) riproponendo programmi che trovavo insensati (e ora rimpiango): navi che parcheggiano, doganieri che scovano semi clandestini nelle imbottiture delle valige, documentari sugli insetti, aste di orologi o garage.
Avendo in sottofondo l’accoppiamento delle cavallette o la grande migrazione del Serengheti (grande classico di Erri), sarà più facile chiedersi veramente come porci di fronte al dolore. Cercando l’empatia, ma in modo pudico, dosando la sofferenza affinché non ci paralizzi o ci renda indifferenti.
-
Cena a City Life
Mercoledì scorso ho cenato con alcuni amici che non vedevo da tempo.

il dritto , lo storto , il curvo a City Life La Cler (si, ancora lei, quella del tennis) ha scelto un locale non proprio indimenticabile. Per quanto City Life District sia più bello del Fiordaliso, l’effetto pranzo al centro commerciale ti rimane addosso e a me richiede uno sforzo di fantasia per non sentirmi in autogrill o in aeroporto. In ogni modo la abbiamo perdonata perché le chiacchiere e le nostre parole accavallate e ingarbugliate, valevano la pena. Molte novità lato Gae, qualche turbolenza lato Franco.
Al netto della gradevole compagnia, sono arrivata in piazza Tre Torri nel buio del tardo pomeriggio, con una nebbiolina tutta milanese che non si vedeva da molto tempo, mannaggia all’alta pressione e al Favonio.
Ho parcheggiato in piazza Giulio Cesare (devo giocare il civico al lotto, perché un parcheggio in strada, for free, vicino alla meta, all’ora di cena, è roba da segnare sul calendario) quindi sono entrata in City Life da piazza Elsa Morante, evitando l’ascensore dal parcheggio sotterraneo.
Alle 19,30 solo qualche runner post lavoro, cani con i loro padroni a passeggio pre prandiale e il rumore dei miei passi sul vialetto dei giardini.
La fontana zampillava e le case progettate da Zaha Hadid, come prue di navi a solcare la città, erano illuminate di una luce domestica e intima.
L’ascensore panoramico del “dritto” di Isozaki saliva luminoso come un’astronave.
Sono rimasta a osservare la capsula illuminata, velocissima, che saliva nella notte lattiginosa. 50 piani in 40 secondi.
Se fosse atterrato un disco volante, lo avrei trovato credibile.
Sarà che avevo trovato parcheggio, che mi apprestavo a vedere amici ritrovati dopo oltre un anno, ma l’anima era leggera e quella Milano esotica (è strano vedere questo quartiere che era della Fiera Campionaria, a un passo dalla casa di riposo per musicisti Giuseppe Verdi, così trasformato e pieno di abitanti nuovi) mi è sembrata algida ma anche bella nella sua atmosfera metafisica.
Merito della nebbia forse. Che ammorbidisce i contorni e ha quell’odore di casa.
-
Tra cerimoniale e protocollo: manuali di sopravvivenza
La mia amica Cler, responsabile della comunicazione all’epoca Tacchini, si è lanciata in studi istituzionali, avendola il destino trascinata dai campi da Tennis ai Consigli Comunali. Lei è sempre stata il mio maestro di cerimonia.

Perché non facciamo un bel logo all over? le chiesi io entusiasta e un po’ guascona appena atterrata dalle passerelle alla terra rossa, credendo che le regole della moda potessero essere valide anche nello sport. Scoprii con lei le complicatissime e rigorose norme di tutto il circuito tennistico mondiale. A Wimbledon (dove il protocollo è uno spettacolo) un solo logo, piccolo, su maglia bianca, con scarpe bianche, piping di pochi millimetri concesso con il contagocce. Gli unici che corrono sono gli atleti. Il pubblico può solo camminare, anche se è in ritardo. In mezzo a quella erbetta perfetta e a quei fiori viola non c’è niente di meno elegante che essere griffati. Mi sono sentita peggio solo in Giappone.
Tra i libri di cui Cristina mi ha parlato all’inizio della sua avventura nella Pubblica Amministrazione, mi ha colpita “Il Cerimoniale” di Massimo Sgrelli. Pare sia una bibbia per chi deve studiare il protocollo di stato. Una serie di norme che favoriscono le relazioni sul piano formale e di conseguenza anche sostanziale.
A me il manuale di comportamento ha sempre affascinato. La mamma leggeva Donna Letizia su Grazia e ci faceva sorridere con i suoi sottili consigli a giovani nuore messe sotto esame da perfide suocere. A scuola abbiamo studiato il Galateo di Giovanni della Casa (le sue indicazioni su come comportarsi a tavola facevano sembrare dei principini anche i più selvaggi della classe: possibile che nel ‘500 si dovesse dire a un cortigiano di non mettersi le dita in bocca a tavola? o di non assaggiare le pietanze dal piatto del vicino?)
In Azienda e spesso in società, le regole del cerimoniale non sono scritte.
Consuetudini e manie rendono unici certi piccoli inferni e santi certi salvifici maestri di cerimonie che ti tendono una mano proprio sull’orlo del precipizio, suggerendoti, quando non ci arrivi da solo, come comportarti.
Io ho spiegato a una bella e giovane ospite che togliere i suoi tacchi a spillo per salire su uno yacht a Montecarlo non era un’opzione, ma una regola a cui non si sarebbe potuta sottrarre neanche Cenerentola con le sue scarpine di cristallo. Il teak di coperta per un marinaio vale molto più del tuo outfit della festa.
A me hanno spiegato, prima che mi profondessi in saluti inopportuni, che al principe Alberto mi sarei dovuta rivolgere con un Monseigneur (anche se non era la mia prima comunione) e non con un Monsieur .
Se ti rivolgi per iscritto a un professore universitario, lo chiami Chiarissimo anche se avresti bisogno di Google Traslator per capire le sue lezioni. Con il buon senso non ci arrivi, te lo deve dire qualcuno.
In ufficio le regole non scritte segnano senza ombra di dubbio chi è in linea e chi no. Anche nel dress code. Les chemises bleu di certi dirigenti in Chantelle indicavano con chiarezza i primi riporti del Patron. Gli ignari novellini, con camicia bianca o rosa, erano out senza saperlo. I pullover di Marchionne (consiglio di amministrazione o casual friday?), ti facevano capire chi il fine settimana non lo avrebbe fatto al mare (Vacanza da cosa?).
In Dolce la cerimonia del pricing ha sulla coscienza diversi menischi (ore in piedi snocciolando carrelli di giacche e cappotti) e pennarelli rossi (Manuel ha quelli giusti). Solo gli iniziati sanno come sopravvivere.
In assenza di manuali scritti (non sempre si può avere uno Sgrelli sotto mano), dobbiamo augurarci di capire in fretta le regole non scritte e di trovare una buon’anima che ci blocchi una stampa all over prima di inciampare direttamente sull’erba di WImbledon. Game
-
Prove di normalità. Tutti a teatro
La Lidia è andata a vedere Moby Dick all’Elfo Puccini. Persino disposta a rivederlo pur di trascinarci a teatro, ci ha scritto sul gruppo delle Ragazze: lo spettacole è da non perdere.

Moby Dick alla prova, Elfo Puccini. Marinai sulle lance Cosi io Susi e Arianna ci siamo date appuntamento in corso Buenos Aires per cena e teatro.
Nel bagno dell’ufficio mi sistemo il trucco, rossetto compreso anche se so che per tutta la durata dello spettacolo dovrò tenere una ffp2. E’ questione di resistenza, come scegliere il colore degli slip dello stesso colore del reggiseno. Lo sai solo tu, ma sei contenta.
Poi sedute a tavola, in un ristorante preso a caso dove non eravamo mai state (gran cielo, che bello un posto nuovo dopo tanta consuetudine) a chiacchierare di fronte a un cameriere forse più allegro di noi.
E finalmente in sala, in quarta fila (brava Ari a procurarci posti così belli!). Una sala gremita (che impressione: si può?) e tutta felice di essere lì. I visi quasi non si vedono, ma si capiscono le anime dai capelli e dal capotto (ci vorrebbe un post tricologico per parlare dei nuovi grigi messi in piega. L’isolamento ha dato un duro colpo al castano).
Poi si abbassano le luci e si sente la prima voce profonda. E si intuisce il palco vuoto, con pochi attrezzi di scena, che per magia diventano onde e tempesta e vele.
Ho visto le lance e gli arpioni e sentito la fatica dei remi. Anche se non c’erano né lance, né arpioni, né remi.
La balena bianca, le nostre ossessioni, le nostre paure erano tutte su quel palcoscenico. Ma c’era anche la nostra felicità di essere parte di quella platea, a guardare in faccia gli attori, a sentirne il respiro, fianco a fianco con sconosciuti che avevano, per quelle poche ora, così tanto in comune con noi.
Metto il teatro (e forse un concerto d’estate, dal vivo, magari all’idroscalo) tra le terapie per tornare a vedere nel prossimo un amico e non un pericolo.

