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  • Emergency room

    Ci sono luoghi non necessariamente ameni dove, per motivi variegati, ci si muove con dimestichezza e ci si sente a proprio agio.

    A me funziona con gli ospedali. Mamma, sorelle, cognati in camice bianco hanno reso le sale bianche, il blocco operatorio, la radiologia luoghi degli affetti prima che del dolore. Ricordo un Capodanno da bambini quando papà ci portò a brindare all’oblò della sala operatoria dove la mamma (in edizione splatter con camice bianco insanguinato) stava operando, rapita a mezzanotte da una reperibilità dispettosa. Noi sollevavamo i calici, lei il bisturi.

    Con Silvia, il caffè al bar dell’ospedale, in coda tra piantane della flebo e camici svolazzanti è un rito pre-screening mammografico o post esami del sangue.

    Il bancomat è nell’atrio, di fronte al pianoforte dove il giovedì qualche musico intrattiene i pazienti. Alle pareti i quadri degli studenti del liceo artistico.

    Ma le migliori occasioni per frequentare reparti e pronto soccorso me le ha offerte Erri che si è dilettato fin dagli esordi della nostra relazione a farsi ricoverare per i più svariati malanni.

    Appassionato di moto, gradisce di tanto in tanto spiaccicarsi sull’asfalto e fratturarsi gli arti (predilige quelli superiori) con derive chirurgiche e riabilitative.

    Due braccia rotte guidando la Triumph nel parcheggio ghiacciato dell’ufficio.

    Abrasione severa provando la moto nuova dell’Ape in infradito e calzoncini.

    Mano e gomito lesionati facendosi arrotare mentre guidava il mio Scarabeo. Erri lo abbiamo salvato ma lo scooter non ce l’ha fatta.

    Poi qualche menisco, qualche protesi d’anca, qualche tiroide hanno allargato la tipologia dei ricoveri e delle sedi nosocomiali, regalandomi grande dimestichezza nell’intrusione fuori orario (il calendario della fashion week non è compatibile con gli orari di visita), nella fuga tramite il pronto soccorso, la cappella, l’obitorio. Galeazzi? Humanitas? San Raffaele? Fornaroli? Non hanno segreti per me.

    Le divise blu delle infermiere di reparto, quelle verdi delle ferriste di sala operatoria, le beige delle OS mi scatenano desideri di disegnare collezioni ospedaliere. Più funzionali, più belle, più comode. Ma quella tela robusta e il logo degli ospedali sulla cimosa delle lenzuola mi piacciono assai.

    Mi piace anche il menu con il purè e la mela cotta. Adoro i comodini pieni di libri e giornali. Gli amici in visita che portano i biscotti, la vita orizzontale in cui non devi fare niente se non aspettare che qualcuno ti cambi la flebo o la medicazione. Non fosse che per ottenere questo trattamento estatico si debba essere malati, lo preferirei a un resort.

    Paola sta bene negli aeroporti, Simo negli autogrill, Silvia al mercato, Lidia nelle stamperie. Arianna dappertutto. Ma questa è un’altra storia.

  • Milano real estate

    In una delle serate tra amici in cui si dissertava dei prezzi delle case a Milano e delle tende degli studenti al Politecnico, ho conosciuto la sofisticata immobiliarista Alexandra Zerykier, che pubblica su Linkedin (ma anche su Instagram e tik tok) piccole pillole a fondo blu (no, non è come sembra) di info immobiliari. Tali pillole sono deliziose, creano dipendenza e tratteggiano involontariamente un profilo di Milano via mattone.

    Anche per chi non sta cercando casa per abitare in corso Concordia o investire a Nolo, queste nugae sono un ritratto gustoso della città che cambia: zona Lorenteggio da non sottovalutare per i suoi prezzi abbordabili e il carattere residenziale; il quartiere Ortica con polemica su murales e gentrificazione; Pagano dove è una sciocchezza investire ma una gran cosa abitare; la piantumazione degli alberi cittadini ad alto assorbimento di idrocarburi ; il recupero del Giambellino con ponte pedonale verso il naviglio; gli affitti per coprire le spese delle case al mare (la Liguria di levante è per Milano quello che la Guadalupe è per la Francia: ci incontri i tuoi concittadini con lo stesso accento ma con le infradito al posto dei tacchi).

    Nello stesso periodo ho iniziato a ricevere il magazine Pambianco Hotellerie (la versione real estate della classica versione modaiola) che racconta (certo dal punto di vista degli hotel di lusso e dei grandi gruppi che investono in Italia) una città che si trasforma: le ospitalità ibride sui Navigli, dopo quelle di Città Studi, in cui hotel di design integrano anche spazi di coworking e eventi privati, hanno bar e ristorante con terrazze open air aperte anche a chi non dorme in hotel.

    Nascono quartieri come Sei Milano a Bisceglie (hic sunt leones?) con residenze nel verde (almeno sul rendering) e offerte di uffici coworking a pochi metri dalla fermata del metro.

    Il modello del commuter che lavora in centro e vive in campagna sembra superato almeno nei nostri desideri: basta al lavoro-solo-in-Ufficio-zona uno (ho amiche che affogano nel Chianti lo sgomento quotidiano di coprire 30 km nel traffico a/r), basta al lavorosolo-in-pigiamasmart-h24 (ho amiche che ancora non si sono riprese da due anni di pantofole e teams):  pare che forze centripete e forze centrifughe stiano trovando un equilibrio, in un mescolarsi di lavoro e vita, di centro e periferia.

    Di sicuro prendo nota che:

    • non possiamo più vivere senza un balcone, un terrazzo o un giardino (chi se la dimentica la claustrofobia 2020?)
    • non possiamo più permetterci la stanza degli ospiti che può diventare studio (siamo nella fase ex fruttivendolo che può diventare abitazione)
    • non abbiamo neanche una ball room dove organizzare feste sontuose (avendo aimè voglia di feste, se non sontuose almeno affollate)
    • non possiamo rinunciare al confronto con esseri umani in carne ed ossa che non siano i nostri congiunti (per altro anche i congiunti cercano evasioni motociclistiche nel deserto).
    • non ne possiamo più di passare troppe ore al giorno in coda al semaforo (i limiti a 30 all’ora non sono necessari: non li raggiungono neanche i tamarri in fuga post rapina).

    Un bel lavoro diffuso? Come gli alberghi di Matera? Con spazi comuni in comodato d’uso e giardini un po’ dappertutto? E magari il ripristino delle sale d’attesa in stazione?

    AAA città dei sogni cercasi

  • Da Pascal ai consigli del tuo terapeuta: istruzioni per essere almeno un po’ felici

    Al liceo avevo una prof di francese, la Cabibbe, che è riuscita (a 16 anni non ne ero così consapevole) a farci alcune lezioni di cui porto ancora le tracce. Sai come quei farmaci a lento rilascio, che danno beneficio sul lungo periodo?

    Una di codesti intrugli retard riguarda Pascal e la sua scommessa (le pari, in francese, certo prof) sull’esistenza di Dio: non sappiamo se Dio esista davvero, ma conviene scommetterci. Se esiste avremo il Paradiso, altrimenti saremo polvere ma avremo comunque vissuto una vita virtuosa. Meglio del condurre una vita dissoluta rischiando pianto e stridore di denti all’Inferno.

    Blaise Pascal

    Non so come mai ma questo pragmatismo (ho un pelo semplificato le teorie di uno dei maggiori filosofi del XVII secolo) , questo trucco (se non hai fede, comportati come se l’avessi e alla fine la fede nascerà) io lo ho usato e verificato in molte occasioni. Una mia cara amica è cintura nera di Pascal.

    Tuo marito ti ha lasciata per un’altra. Fai finta di poter reggere il colpo. Fai finta di essere una madre che può fare anche da padre ma più simpatica. Fai finta di essere allegra e affascinante. Fai finta che ti piaccia vedere alla tv quello che vuoi, fai finta che lui ti rimpiangerà. Alla fine, tutto diventa vero e ti sposi con uno più figo del tuo primo marito. E anche più giovane.

    Strane congiunture (economiche, sentimentali e ipporiferite) ti hanno portata a vivere fuori Milano con vista sullo stradone e neanche un amico nel raggio di 30 km. Fai finta che se ti metti a cercare con pervicacia puoi trovare una sistemazione come si deve in città. Fai finta che anche se il tuo appartamento non sarà in Porta Romana, potrai sopravvivere. Fai finta che tutte le tecniche di persuasione imparate al lavoro possono funzionare anche per convincere il tuo compagno a fare un trasloco. Fai finta che esista a Milano un quartiere dove trovare parcheggio non sia così difficile (gli uomini sono esseri semplici: se parcheggiano facile rinunciano anche alla sala da pranzo). Alla fine trovi casa, ed è più bella di quella del borgo selvaggio e ha anche la sala da pranzo.

    Al lavoro le tue aspettative vengono deluse, il tuo capo non è Marchionne, i tuoi collaboratori ti mettono il chewing gum sulla sedia. Fai finta di andare in ufficio volentieri, fai finta che avere uno stipendio sia sufficiente per metterti in strada tutti i giorni, fai finta che un tuo lavoro ben fatto possa comunque essere apprezzato anche se nessuno te lo ha chiesto, fai finta di credere che è impossibile che tutti i cattivi del mondo siano stati radunati al civico della tua azienda. Alla fine, scopri che ci sono colleghi simpatici (un po’ nascosti, fanno finta di essere stronzi) che il tuo capo riesci anche a gestirlo e che il tuo stipendio, quello si, fa abbastanza la differenza, perché se il tuo lavoro fosse troppo divertente non ti pagherebbero per farlo.

    Sei spedita a un convegno dove non conosci praticamente nessuno, alloggiando in un Hotel da 80 euro a notte in stanza con letto singolo mentre gli altri stanno alla foresteria dello Yatch club con un Picasso appeso alla parete. Fai finta di essere la maga del new business Real Estate, fai finta di cavartela da dio, fai finta di gironzolare leggera tra i saloni cercando i tuoi supercontatti. Alla fine, ceni con i milionari, fai una raccolta di business card che neanche la Dun&Bradstreet, e ti sei pure divertita. Di sicuro hai divertito tutte le amiche quando ce lo hai raccontato.

    Fake it till you make it. Non lo ha inventato il tuo strizzacervelli. È solo la versione mainstream di Pascal.

    Io punto al Paradiso, quindi scommetto che esista. E le mie amiche con me.

  • Grupies in Banca

    Questa volta al cenacolo di via Letizia la star è il padrone di casa.

    Beniamino Piccone sfoglia le lettere di Paolo Baffi

    L’appuntamento è imperdibile: primo incontro dopo le vacanze, non si può bigiare.  Forse sarei arrivata in ritardo perché tra i buoni propositi della manutenzione post estate, oltre a quello di sistemare il rubinetto del bidet (in pending), avevo prenotato in Humanitas un ECG da sforzo (maledizione alla sudata pre-prandiale) e chissà se sarei arrivata troppo stropicciata. Mi è bastato arrivare viva.

    Marzio presenta Beniamino. Sono vestiti uguali: outfit economista?

    Non c’era la solita economi-star a occupare la sedia del salotto (fronte toro) perché il relatore sarebbe stato lo stesso Beniamino Piccone, non nella consueta veste di moderatore e ospite, ma di professore universitario, studioso, scrittore, intenzionato ad affrontare un argomento a lui molto caro. Si improvvisa presentatore (con tono ludico: il prof è un amico) Marzio, il bocconiano-ragioniere-subacqueo.

    Se potevamo sopravvivere alla vertigine del monologo, ci davano stabilità i cannoncini di Panarello (must have post speech),  una nutritissima squadra di amici,

    studenti, professori (alcuni nella parte di uomini di fatica perché oltre alla star mancava il filippino), un avvocato privo di toga ma con assistente georgiano e cucchiaio di legno a preparare in cucina la zuppa di ceci (tocco di classe: la zuppa la vogliamo anche la prossima volta), fotografi a tempo limitato e immobiliariste sofisticate.

    Il convitato di pietra, l’argomento molto caro, è Paolo Baffi (studioso, economista, governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979), che per Beniamino è amore, ossessione, oggetto di studio, passe-partout per tutte le segrete stanze, personificazione della figura paterna, meme per gli amici.

    Su Baffi il prof Piccone ha scritto diversi libri (che sono soprattutto una montagna di note a commento dei carteggi dell’economista) ma il prossimo lo aspettiamo con ansia per aggiungerci ai 3 prestigiosissimi lettori che hanno letto gli altri.

    E infatti (Freud avrebbe un paio di considerazioni al proposito) Baffi ha tutte le caratteristiche per trasformare il professor Piccone in una grupie. È di umili origini ma scala la posizione ultra prestigiosa di Direttore della Banca d’Italia, orfano di padre e figlio di una sarta, approda in Bocconi a colpi di borse di studio, siede sul cuscino scintillante delle scorte auree del paese ma è di una sobrietà quasi monacale, non ha fatto il liceo classico ma si esprime con un lessico accurato e suggestivo.

    Non solo economista ma intellettuale e visionario, ambientalista molto prima che fosse di moda, europeista nel momento in cui l’Europa monetaria doveva essere inventata, difensore del risparmio contro l’inflazione (che pare di poter rileggere le sue lettere come fossero state scritte ieri, non fosse che nessuno più scrive lettere)  e, alla fine, vittima delle forze del male  sotto un attacco politico e giudiziario da cui non è stato in grado di difendersi e che ha segnato gli anni del disincanto. Un’Italia grigia, dura e paurosa quella di quello scorcio di XX secolo.

    Nelle parole di Beniamino non c’è solo la stima, l’affetto, ma anche il furore, la passione, di chi difende il suo conte di Montecristo dalle ingiustizie, il suo Oppenaimer dall’invidia dei mediocri, dei corrotti, di chi non vuole rendere conto dall’alto della propria torre eburnea.

    Così il professor Piccone scrive, intervista, viaggia come una grupie in tournée al seguito della sua rock star, 2000 pagine alla volta (credo che all’Archivio Storico della Banca d’Italia abbia ormai anche la chiavetta del caffè), un carteggio alla volta (Berlinguer, Jemolo, Cederna…) per contribuire alla riabilitazione del mitico Paolo Baffi e allo smascheramento dei cattivi, di quelle streghe del Macbeth che lo spinsero alle dimissioni e all’amarezza.

    I silenziosi uomini giusti di oggi e di domani, eredi del pensiero liberale, generoso e poetico di Paolo Baffi sono gli eroi che piacciono a Beniamino. E, a dirla tutta, anche a noi.

  • Tennis: lo stile non è solo questione di dritto

    Si sono appena chiusi gli US Open di tennis a New York. A casa mia tv accesa fissa su SuperTennis. Negletto persino il telegiornale.

    La New York di Depero, nel 1930

    Erri e Fede insieme sul divano come non li si vedeva dai tempi dell’asilo.

    “No, ma cosa non gli ha messo lì! …lungolinea…”

    “Il rovescio a una mano di Wawrinca è bello come quello di Federer: lo insegnano in Svizzera?”

    “Sinner ha migliorato il servizio…”

    Al di là di rovesci, volée, lungolinea, pallonetti, servizi… ma come diamine erano vestiti questi ragazzi? Che pure stanno diventando Ambassador di Boss, Gucci, Louis Vuitton. Ma non gli rimane addosso una t-shirt come si deve dopo gli shooting?

    Io parto con le pagelle. Lo hanno fatto tutti per Venezia (cinema) e io mi butto su di New York (tennis).

    La canotta è divisiva. Può essere fighissima (vedi il giovane Ben Shelton vestito ON: spalla larga, volumi morbidi, colore degradé dal grigio al fucsia, perfettamente piazzata con i calzoncini, indossati come una rock star). Voto 10

    Ben Shelton in ON

    Oppure orrenda (Alcaraz in Nike, colori pastello e grafica pigiama, tutta aderentina). Voto 4

    Carlos Alcazaz in Nike

    Wawrinca indossa colori similmente allucinogeni grazie a Yonex (forse lo stilista voleva interpretare i colori e i rumori della città che non dorme mai: buona l’idea ma il risultato… so and so. Vedere il futurista Depero nel 1930 che ritrae NY. Ma appunto era Depero). Un po’ meglio dello spagnolo solo perché almeno era una t-shirt. Voto 5

    Wawrinka in Yonex

    Djokovich gioca in polo, come sempre, giusto per sottolineare che il tennis non è il basket. Lo faceva in Tacchini, lo ha fatto in Uniqlo e ora lo fa in Lacoste. Usa tutte le varianti dell’azzurro (forse un omaggio al campo di Flushing Meadows? Sintetico, sottile, sensato) . Non brilla per originalità ma in mezzo a tanta fantasia horror ci fa stare bene. Tanto le foto della finale le fa lui, l’album dei ricordi è salvo. Voto 8

    Djokovic in Lacoste

    Jannik Sinner in Nike, con le sue adorabili gambette sottili, mi pare Tin Tin.

    Tin Tin

    E come nel fumetto francese lui va vestito: completo verdino, calzoncini da gita, cappellino parasole. Ma perché una zip al collo della tshirt? Però i colori un po’ vintage gli si addicono. Stanno bene anche con la borsa di Gucci (almeno nella versione Alessandro Michele. Vediamo cosa succederà di Sabato). Voto 7

    Yannick Sinner in Nike

    Alla sorpresa Matteo Arnaldi, in Le coq Sportif, darei un 8 per aver giocato in bianco e azzurro, con volumi giusti e scollo a V.

    Matteo Arnaldi in Le coq sportif

    Forse nella tshirt c’è dentro un po’ della figaggine anni ‘80 di Yannick Noah? In ogni modo c’è la bellezza del tennis e il piacere di stare con il fiato sospeso aspettando il match point. Game!

  • Celebriamo? Non troppo

    La bonarietà post vacanza è già in via di esaurimento, sostituita da una rughetta impertinente.

    Starò mica diventando acidina?

    Educata ad un understatement calvinista (la mamma: ragazze un po’ di sobrietà! se solo ridevi forte a cena) ma aspirante tamarra (il papà: attacchiamo la bandiera del Milan al maggiolone?) sono a disagio di fronte a manifestazioni eccessivamente baraccone. Se poi sono autocelebrative mi viene un accenno di faccia da chiulo.

    Ci sono colleghi che danno le dimissioni dopo due anni di azienda (quasi non ci eravamo accorti di loro) e mandano saluti a tutta la rubrica usando formule altisonanti che neanche a Hollywood mentre girano l’allunaggio: E’ stato un privilegio lavorare con voi…; Il ricordo di questi anni è indelebile…; esco diverso e più maturo da questo percorso... Ma se era tutto così favoloso, perché te ne vai?

    Preferisco chi esce con discrezione, lasciando in ordine l’archivio, magari facendo un buon passaggio di consegne.

    Se gli cambiano la scrivania e ottengono vista giardino anziché sguardo sul cavedio, condividono la botta di vita con tutta la rete di Linkedin. Ma se diventano amministratore delegato che fanno? comprano una pagina sul Corriere?

    Per il proprio compleanno non si limitano a portare una torta in ufficio (che è pure cosa gentile) ma pretendono di allestire con i festoni la sala riunioni. Il Big Party si può organizzare per chi celebra i 25 anni in azienda, per il collega adorato che cambia continente, in ogni modo per qualcuno che non sei tu.

    Ci sono studenti che si laureano alla triennale (recuperano anche filologicamente il momento topico con fitocorone che io trovo più appropriate sulla testa di Dante) e fanno una tesi di 40 pagine – non sempre ben scritte – apponendo in coda ringraziamenti come se avessero pubblicato un Pulitzer.

    Sulle location e le limousine per la festa dei 18 anni non mi esprimo perché non voglio offendere la metà degli amici di mio figlio. Però ridatemi il garage in periferia con amico DJ che sceglie la musica o la pizzata con le amiche e il biglietto dell’interrail.

    Se sposate il compagno boy-scout e fate volontariato in Africa, non è una buona idea usare come bomboniera la vostra foto nel villaggio di fango in mezzo ai bambini festanti. Perché pensate che i vostri invitati vorrebbero avere sul comò la vostra foto Zulù? Allora meglio il veliero in bottiglia. E’ orrendo ma almeno è etero riferito.

    Si capisce che certe frasi (tipo ‘io sono un berlinese’) funzionano se le dice Kennedy? Che “ciao Milano” ci commuove se lo biascica Vasco Rossi? Che la foto con dedica la apprezzi se è di Greta Garbo? Che i ringraziamenti all’allenatore e alla mamma funzionano se vinci Wimbledon?

    Per tutto il resto, per tutte le cose minute per l’umanità ma importanti per noi (passare un esame, avere una promozione al lavoro, vincere ai giochi della gioventù, prendere la patente, fare un figlio, compiere gli anni) non è necessario che tutto il quartiere esulti. Un po’ di sobrietà ragazze

  • Back to school

    Di solito misuro la riuscita di una vacanza dal numero di progetti e di buoni propositi che mi porto a casa dalla spiaggia: il godimento dei nuovi paesaggi e delle avventure estive sono direttamente proporzionali al desiderio di mettere mano alle abitudini autunnali.

    una foto di Guy Bourdin al Silos Armani

    Le vacanze itineranti in Bretagna (freschino) e a Ustica (caldino) mi hanno forzata a bagagli agili (rifare la valigia ogni 3 giorni disincentiverebbe anche Imelda Marcos nella scelta delle scarpe) e funzionali (tutto per la pioggia, tutto per il mare, tutto in un bagaglio a mano). Viaggiare leggeri è stato bello e ha lasciato spazio all’esplorazione.

    Quest’anno, rientrata alla base, ho in mente di guadagnare in sobrietà e qualità. Non comprare niente di nuovo fino a che non avrò fatto manutenzione delle cose preziose che mi circondano. E che spesso ho scordato di avere.

    Desiderio di liberarmi di un sacco di oggetti, abiti, scarpe inutili che mi impediscono di vedere e godere dei miei capi preferiti. Se il Fede li mette su Vinted e si occupa di foto, promo e consegne, gli lascio i ricavi. Altrimenti farò il solito borsone per sorelle, amiche, tata e infine Caritas.

    Desiderio di fare spazio, di aprire il cassetto dei paciam (quello delle cianfrusaglie per i lettori al di fuori della Diocesi Ambrosiana) e trovare subito forbice e scotch, senza lottare con cavi elettrici mai usati, multi prese acquistate a ripetizione in tutti i viaggi in cui le abbiamo dimenticate, caricabatteria di cellulari fuori produzione, istruzioni per elettrodomestici ormai buttati, il manuale del Minipimer (ma oltre ad accendi/spegni che cavolo fa il Minipimer?), portachiavi a forma di pallina da tennis, apribottiglie a forma di Tour Eiffel. Voglio scoprire il colore del fondo del cassetto, occultato da sette compatti centimetri di paciam.

    Ho colleghe che, appena atterrate sulla scrivania, stanno prenotando il ponte di Sant’Ambrogio a Matera, le Maldive a Natale. Io sogno magnifiche gite alla discarica.

    Vecchi sgabelli da eliminare se sono brutti. Da aggiustare se sono belli (comunque i miei in cantina sono brutti).

    Se ho i bicchieri nuovi nella madia in alto, perché uso quelli opachi sullo scaffare a portata di mano? Buttare i brutti e usare i belli (traslocandoli ad altezza 1,50).

    Buttato il brutto e l’inutile (pars destruens) partirei con la manutenzione (pars consturens): pantaloni acquistati oltre tre mesi fa, portati dalla sarta a luglio per fare l’orlo, mai ritirati (c’è traffico; ci sono 40 gradi; c’è l’uragano). Lo spirito è forte ma la carne è debole.

    Manutenzione della casa. Chiamare l’idraulico per sistemare tutte le micro-rogne dei bagni (il rubinetto del bidet perde, quello della doccia è rigido, quello del bagno grigio è da cambiare). Questa parte mi sa che la faccio fare a Erri.

    Manutenzione degli affetti (consolare sorella cuore infranto, chiamare amiche del cuore, consentire a Erri di accendere l’aria condizionata se la temperatura in camera supera i 30 gradi, ascoltare con interesse le ipotesi antropologiche di papà sul genoma degli aborigeni e le eredità dell’uomo sapiens).

    Manutenzione del corpicino (iscrizione al nuovo studio di Pilates, prenotazione pacchetto prevenzione cardio con il Fasi, pap test, scale a piedi anche in pausa pranzo). Con Silvia abbiamo deciso che a settant’anni ricominceremo a fumare. I giochi saranno fatti e potremo sgarrare come adolescenti, loro con la convinzione di essere immortali, noi no.

    Manutenzione della mente (dedicare più tempo all’università, leggere solo libri buoni, guardare la stagione teatrale prima di decidere se abbonarci al Piccolo o al Parenti). Andare a vedere il Silos di Armani (e lì imbattersi per caso con la molto amata Cerruti e essere felici per l’incontro inatteso e chiacchierare molto tra le foto glossy di Guy Bourdin e gli abiti androgini di Giorgio Armani)

    Quando studiavo, e avevo chiuso un esame, mi piaceva sgomberare la scrivania dai vecchi libri, comprare una matita ben temperata e un quaderno nuovo, foderare i volumi intonsi con una carta colorata.

    Con il tavolo pulito, l’odore della carta appena stampata e una pagina bianca su cui prendere appunti, il futuro era tutto da inventare.

    Back to school

  • Posti da uomini

    Erri ha comprato la moto nuova. Il che ha portato, con effetto domino, all’acquisto di numerosi nuovi gadget. Il giubbotto estivo nuovo. Il navigatore nuovo. I caschi nuovi con l’interfono.

    Come mai vuole chiacchierare con me mentre guida? Io quando faccio il passeggero di solito parlo ad alta voce in francese, canto stonata senza che nessuno subisca le mie lagne, progetto post come questo (pensato sulla direttrice Milano – Piombino sfrecciando a fianco degli oleandri fioriti tra il guardrail).

    Mentre desideravo essere sulla provinciale anziché sull’autostrada, pensavo: gli uomini – o almeno quelli che frequento io – prediligono i posti comodi, anche se brutti; anzi per loro la strada comoda diventa automaticamente bella.

    Attraversare tutti i paeselli da Rosignano a Piombino, fermarsi ai semafori, vedere i negozi con i materassini appesi alla vetrina, le reti piene di formine, i secchielli colorati, le betoniere di plastica, per me è vacanza. Per Erri una enorme seccatura. Lui sfreccia sull’autostrada pieno di soddisfazione, mentre io guarderei lentissima tutte le insegne dei campeggi, quelli che affittano le bici, i capanni della frutta.

    Una sosta con una Rustichella o un Camogli suscita in Erri il brivido caldo dell’avventura. A me vedere i barattoli giganti di pop corn o scoprire che alla cassa accettano i ticket restaurant solo se cartacei (ormai da collezione, come i miniassegni) sega i nervi. Io sono una fan dell’app “fuoricasello”

    e mi lancerei in trattorie che distano pochi metri in linea d’aria dall’Autogrill, ma milioni di chilometri in linea psicologica.

    Il mio navigatore mentale dice: strada più breve, possibilmente panoramica. In genere è il centro.

    Quello di Erri dice: strada più veloce, possibilmente senza esseri umani. In genere è la tangenziale.

    A me piace, mentre guido per andare in ufficio, guardare come sono vestite le donne sulla banchina del 14. Quasi da capolinea a capolinea: so i look per quartiere. Dove finiscono le sneacker e iniziano le friulane, dove il jersey cede il passo allo shantung, dove lo zainetto porta computer è sostituito dalla mezzaluna di Prada. Faccio a gara con i ragazzi in bici per vedere se arrivano prima loro o prima io all’incrocio con viale Papiniano, perché ci siamo superati a vicenda da Giambellino a Solari.

    Ferma al semaforo, ammiro le bici modificate ad arte per trasportare i bambini a scuola: chi con una sorta di cabina anteriore, prudenti alla nord europea, chi con portapacchi posteriori che paiono minibus, audaci alla mediterranea. Alla sera i ciclisti cambiano. Bambini aggrappati alla mamma non se ne vedono più, sostituiti dagli zainetti Glovo.

    Monitoro la crescita degli alberi sul viale che solo due anni fa erano sottili come giunchi e ora già fanno ombra. Il deposito dell’Atm lo hanno tutto foderato di piante pensili. E’ la versione affordable del basco verticale di Boeri.  

    Erri si è messo nei guai con l’interfono del casco: nella mia posizione di passeggero chiacchierone temo che gli adorati e comodissimi non luoghi che lui predilige, cederanno il passo ai semafori e alle stradicciole pieni di lenta umanità.

  • Femmine che piacciono alle femmine

    A 9 anni sognavo di diventare Isadora Duncan e ballavo a piedi nudi sull’aia della casa in campagna dove trascorrevamo gran parte dell’estate, con una lunga sciarpa al collo: sarei morta come lei, strozzata da quella seta fluttuante finita accidentalmente nella ruota della Bugatti.

    A 16 anni volevo essere Fernanda Pivano: avrei fumato sicuramente molte sigarette e spento i mozziconi nel piattino del caffè (avrei anche bevuto molti caffè) in una mansarda a Parigi (St Germain? Montmartre?) frequentando scrittori dall’enorme talento e dalla vita disordinata.

    A 30 anni, dopo un concerto all’idroscalo, sotto una pioggia estiva e catartica, volevo essere Patty Smith, avere la sua voce roca e seducente, i capelli lunghi e bagnati, quella bellezza noncurante, rock  e poetica alla Jane Birkin.

    A 40 anni ho pensato che la vita della Signora Fletcher fosse favolosa: scrivere libri, avere buoni amici in tutti i continenti e girare il mondo (di hotel 5 stelle in hotel 5 stelle) per presentare il mio lavoro.

    Se non fosse per la seccatura di tutti quegli omicidi come immaginare una vita più bella? Quando ho scoperto, visitando gli Studi di Hollywood, che Cabot Cove non esiste (infatti era lì, in California, in cartongesso) ho accusato il colpo. Non era tutto veramente girato nel Main?

    In ogni modo sarei stata bella e elegante come Silvana Mangano diretta da Visconti in Morte a Venezia.

    Oggi ho un innamoramento per Helen Mirren, formidabile mix di humor anglo pugliese (quale star del cinema avrebbe ballato con Checco Zalone mentre cantava la veccia muchacha immunizada ? Con La Vacinada ci ha fatto sorridere in momenti in cui c’era solo da piangere), bellissima nei suoi abiti favolosi e nella sua ironia stellare.

    E se tutte queste mie signore dei desideri si trovassero insieme a cena? Chissà cosa si racconterebbero, chissà se diventerebbero amiche. Io me ne starei lì ad ascoltarle con sorriso riconoscente, per avermi fatto sognare vite piene di bellezza, arte, libri, viaggi. Quali sono le vostre donne dei desideri?

  • L’economia a colori. PPP

    Quando passo da Beniamino (alle 7,30 da me comme d’abitude) io, di formazione umanista e frequentazione fashionista, faccio un tuffo in un mare diverso dal solito. No pizzo, no tacchi, no sfilata.

    Per me PPP è il Pink di Pier Paolo Piccioli (che ha reso iconico un rosa quasi fucsia dove, in Valentino, se colore era, era rosso). Alla latitudine Piccone si tratta invece del Partenariato Pubblico-Privato.

    Outsider da sempre, quando incontro roba sconosciuta ma interessante, mi metto in modalità carta assorbente. Tento di domare la timidezza, sgrano occhi e orecchie e prendo appunti (Marco, non stavo chattando con il telefono, ma tenevo traccia del tuo speach).

    Sul sofà professori universitari, qualche studente (ma hanno già superato l’esame di Sistema Finanziario: non c’è conflitto di interessi), il favoloso

    il favoloso Puglisi fa domande Giamburrasca

    Riccardo Puglisi (questa volta tra il pubblico, rispettoso del relatore, ha sparato comunque qualche domandina appuntita. Tipo: la riforma della PA?… ), il serio ma un po’ sornione  Giorgio Gobbi (Direttore della sede di Milano di Bankitalia), l’investitore Antonio Cavarero del Gruppo Generali,  “Il Ragioniere”  (la prossima volta indago, giuro, sul suo nome)  brillante bocconiano che spiegò negli anni 90 ai compagni di corso cosa era la ragioneria (assolutamente incomprensibile nei libri di testo universitari) e a me dove fare immersioni a Ustica.

    Tutti indossano pantaloni normali, camicie normali e scarpe normali.

    Con questo caldo, in ufficio da me, gli uomini indossano pigiama pants in seta con sandali del nonno (quando il brutto si fa bello). I più eleganti ci buttano sopra una camicia in organza trasparente o un pizzo cordonetto.

    Sulla poltrona di via Letizia invece, Marco Leonardi addirittura tiene la giacca (che ieri sera, con 37° alle 19 era prova d’ardimento).

    alla fine anche Leonardi toglie la giacca e accarezza il gatto

    Verso di lui ho provato quella simpatia immediata che mi capitò con Francesco Daveri (professore e economista appassionato, purtroppo scomparso, frequentato quando eravamo entrambi nell’Advisor board della formidabile DUDE): quell’intravvedere dietro un’apparenza pacata e ordinaria una luce intelligente e una conoscenza approfondita, ma non urlata, delle cose economiche. E anche un sottile interesse verso il mio mondo, la moda, che potrebbe, dai, essere interessante nel suo esotismo jaquard persino per i seriosissimi consiglieri della Presidenza del Consiglio.

    Marco Leonardi, consigliere economico nei governi Renzi e Gentiloni, consigliere di Gualtieri, capo di un Dipartimento dal nome troppo lungo per essere ricordato nel governo Draghi, ha dato, durante il suo intervento a casa di Beniamino Piccone , qualche speranza ai giovani (relativamente ai salari) perché sono pochi (i giovani, oltre ai salari: la crisi della natalità rende la risorsa rara) e le aziende, che diamine, ad un certo punto dovranno ben pagarli se li vorranno portare a bordo.

    I vecchi rimangono privilegiati e ben affezionati ai loro vantaggi (salari che non crescono ma sono abbastanza alti e pensioni retributive). Il salario minimo ha nemici diversi da quelli che l’uomo comune immagina (anche i sindacati hanno bisogno di difendere il loro potere) e, dato che le elezioni sono passate, ha poca chance di essere introdotto. La M4 sarà un salasso per il Comune di Milano. Con il Covid e la Pandemia siamo stati bravi. Dalla crisi  2020 ci siamo rialzati meglio che da quella del 2008. E cresciamo più di altri paesi europei.

    Per quanto mi riguarda, mi porto a casa il libro Partita doppia (anche con una dedica supercarina che mi farà leggere le faticose pagine – è un saggio non un romanzo – con una certa scioltezza) e capisco che la M4 (che con i suoi cantieri mi complica la vita dal 2015) presto sarà un problema solo del Comune che dovrà pagare alti canoni per il suo funzionamento. Io sfreccerò in superfice oppure nel sottosuolo, nel colore BLU, nonostante – credo – sia stata costruita in modalità PPP.