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  • Una nube (magra) sulla città

    La Fede parte con il dry january. Tutto gennaio senza alcool. A dicembre ci abbiamo dato dentro: è tempo di espiare.

    Laura ha passato le vacanze di Natale in una SPA a farsi massaggiare.

    Giachi si è iscritto in palestra (lui deve mettere massa)

    Angela parte con il Vacuum a infrarossi, che promette miracoli dalla vita in giù.

    La Simo è già arrivata magra alle feste, avendo chiuso la bocca prima ancora che Don Carlo aprisse il sipario.

    Io ho acquistato un bancale di tisana liquirizia/anice/finocchio. Ne bevo una tazza tutte le volte che mi viene voglia di uno spritz o di un risotto. Praticamente vivo con la tazza in mano.

    A noi l’influenza, se riusciamo a non finire in ospedale, è caduta a fagiolo per aiutarci a non desiderare di alimentarci per almeno una settimana. La abbiamo ordinata durante i brindisi di capodanno, abbracciando semi nude sul terrazzo, amici che tossivano vista fuochi d’artificio.

    Certo ci sono eccezioni. Silvia e Cote stanno facendo dieta a base di toma e spezzatino. Ma loro sono – magre – in montagna, dentro pile e tute da sci. Non sentono ancora gli effetti della nube che sovrasta Milano.

    E non si tratta della tempesta nordica che sta perturbando il meteo.

    Stanno per iniziare le sfilate. Ci vorremo mica andare con un tutone elasticizzato vero? Se la fashion week la facessero a Napoli, noi mangeremmo la pastiera e loro il tofu.

    Abbiamo poche settimane per rientrare nel nostro abito preferito. E per salvare il nostro guardaroba, investimento e talismano che nessuna crisi potrà mettere in pericolo. Se non una crisi di fame.

  • La grandezza delle piccole cose

    Lo scorso anno (sono passati pochi giorni, ma è già l’anno scorso) a dicembre ho partecipato a due benedizioni natalizie in azienda.

    La prima in show room (sacerdote fashionista e spiritoso, ha accennato al matrimonio del figlio della Donatella – senza neanche dire il cognome, solo alzando il mento verso la sede della Medusa – e fatto un placement di candidate iraniane pronte a passare dal velo al pizzo cordonetto)

    La seconda in fabbrica (parroco popolare intimidito dalla sede, con immaginette al seguito e citazioni di Teresa d’Avila).

    Il breve discorso del parroco popolare verteva sul Presepe e sulla grandezza delle piccole cose.

    Io spesso mi trovo a riflettere (parlo di lavoro essenzialmente) se sia meglio lavorare alla Nasa o in una limonaia a Sorrento. Per tutta la vita a seconda dell’umore ho aspirato allo Spazio o ai Limoni.

    Meglio lavorare in grandi aziende che ti permettono di guardare un mondo ampio, prestigioso e variegato, come nani sulle spalle di giganti (ma che ti imporranno il loro ritmo) o essere il capo della tua edicola, della tua trattoria (con un raggio di azione che non va oltre il tuo quartiere, ma dove tu decidi l’andatura e il tempo)?

    A volte le piccole cose mi sembrano mediocri, frutto della pigrizia, della mancanza di ambizione, della chiusura di orizzonti. Maestra di ballo alla scuola di quartiere, modista del villaggio, cuoco della trattoria. Che noia! Perché non prima ballerina alla Scala o Fashion designer o Chef stellato?

    A volte le grandi cose mi sembrano roboanti spacconate, sacrifici costosi per gratificazioni passeggere e vanesie. Rock star che muoiono da sole nella notte di Natale, attori da Oscar che si suicidano senza un amico che li soccorra, manager stellari che muoiono impudicamente sulla scrivania, privati e trascurati di ogni minuta letizia domestica.

    Certa piccola letteratura e certi messaggi a catena che qualcuno spamma su tutta la rubrica sotto le feste a elogio delle piccole cose (vai a trovare la mamma, chiama un amico, medita al mattino…) mi danno la nausea.

    D’altra parte, certe grandi personalità si scoprono nella vita privata miserabili e egoiste (Marx, Freud, Fellini… meglio leggerli e vederli al cinema che farci una famiglia).

    Alla fine non è che tutte le piccole cose valgano la pena. Cavoli nel povero presepe c’era il figlio di Dio, mica un pastorello qualsiasi.

    Le piccole storie (intese come quelle essenziali, fondanti, senza tempo) sono magnifiche quando raccontate da un grande scrittore (Renzo e Lucia che cosa banale sarebbero senza la penna di Manzoni? E la paura di Renzo quando lascia Milano la prima volta inseguito dalla legge? Sembra la nostra paura. E la sua leggerezza quando la lascia di nuovo, sotto la pioggia, alla fine del romanzo? A peste finita e amore ritrovato? Sembra la nostra gioia).

    Oppure le piccole storie sono magnifiche quando sono abitate da persone che sanno essere grandi (anche meno di quello del presepe). Oppure quando i nostri occhi ne vedono la grandezza.

    Le piccole cose sono belle quando dentro c’è qualcosa di grande.

    Forse devo mettere un telescopio a Sorrento per vedere le stelle dalla limonaia.  Buon anno

  • Umanisti vs Ingegneri: lo strano caso di Alfonso Fuggetta

    Il mio rapporto con gli ingegneri è sempre staro un po’ interlocutorio.

    Alfonso Fuggetta (ingegnere con la sciarpa) e Walter Susini (bocconiano con l’Ipad) a casa di Beniamino

    Ai tempi dell’Università (Smemoranda, teatro tre volte a settimana, martedì al Centro culturale francese con la Susi, lunghi pomeriggi a studiare nel chiostro della Ca’ Granda) quando mi capitava di finire verso Città Studi mi imbattevo in una fauna inedita: quasi tutti maschi (a lettere eravamo tutte femmine) , abbigliati solo per non essere nudi (a lettere l’abito è espressione dell’anima) con valigette rigide che rischiavano di smagliarti le calze sulle scale mobili della metropolitana.

    Non erano gli studenti di medicina (gli amici di mia sorella erano diversi) né quelli di architettura (ça va sans dir) ma si trattava dei secchioni introversi del Politecnico che scendevano a Piola.

    Adesso che sono passati molti anni,  la professione e l’esperienza hanno evoluto quegli strani esseri verso un minimo di capacità relazionale, ottenuta più con l’autocontrollo che con l’empatia per il genere umano.

    Ho avuto un capo che ho molto amato in Armani, l’Ingegner Fantò, che alla timidezza della specie “Ing”, aggiungeva l’approccio selvatico delle origini valtellinesi: un analfabeta sociale dall’intelligenza acuta e dalla crudeltà infantile. Un ingegnere valtellinese che vede il re nudo in una azienda di moda! A lui non sfuggiva neanche un numero, capiva da un chilometro di distanza certe approssimazioni attaccate con lo scotch, ma noi, dall’intelligenza emotiva spiccata e dalle letture classiche, abbiamo fatto spesso i mediatori culturali tra la sua ruvidezza matematica e le morbidezze da twill di seta dell’Ufficio Stile (LUI: al cliente la stampa lilla ha fatto schifo NOI : il mercato ha preferito concentrarsi sulle tinte unite).

    La settimana scorsa, a casa di Beniamino, mi sono imbattuta in un altro ingegnere. La frequentazione tete à tete è durata lo spazio di 4 piani di ascensore, seguiti da qualche ora di chiacchiere salottiere in mezzo a molti altri amici. Ma se è vero che l’ontogenesi ricapitola la filogenesi, il mio cluster “Ing” è confermato.

    Alfonso Fuggetta, professore di Informatica al Politecnico, amministratore delegato di Cefriel, scrittore e ingegnere alla massima potenza, è discretamente ruvido pur nel suo abbigliamento morbido (mocassino in suede, colori autunnali, materiali in velluto e fustagno, un po’ come ci immagineremmo un professore di archeologia in California). Viene dalla Brianza, che non è la Valtellina ma ho riconosciuto lo stesso sguardo , un po’ sornione e curioso nei confronti delle mollezze cittadine rispetto alla concretezza delle regioni che si danno da fare. Un po’ come il Massimo della pièce di Giacosa (chi si ricorda la commedia drammatica “Come le foglie”?) che guarda il frivolo e inconcludente Tommy. Chi di noi non avrebbe voluto sposare il concreto Massimo anziché quell’invertebrato di Tommy?

    E l’Ing Fuggetta infatti ci convince, parlando di lavoro, anzi di UN BEL LAVORO (titolo del suo ultimo libro, edito da Egea). Senza pretese da sociologo o economista (però davvero c’è profondità socioeconomica nel suo scritto), raccoglie e osserva la realtà dei ragazzi intorno a lui (sia dei suoi – molti – che guida al Cefriel, sia dei figli, dei nipoti, degli amici) che iniziano, dopo gli studi, la loro vita professionale, spesso con la frustrazione di non avere trovato l’impiego che sognavano per la grande contraddizione della mancanza di lavoro che convive con la mancanza di lavoratori.

    Servono più ingegneri (ossantinumi bisognerà bene rassegnarsi alla proliferazione di questi ruvidi genietti?) e meno comunicatori. C’è mismatching tra domanda e offerta di formazione.
    Ma ci sono anche imprese con manager che non hanno visione e pretendono dipendenti tuttologi anziché team interdisciplinari. Che considerano lo Smart working un telelavoro per fare saving sui costi e non una opportunità per aumentare motivazione e produttività dell’impresa.

    I 10 comandamenti di Fuggetta (la specie ingegnere normalmente ha una certa familiarità con l’antico testamento) per dare significato al nostro lavoro, dovrebbero leggerli soprattutto i capi per valorizzare le loro strutture, ma anche i lavoratori che possono, nel loro perimetro, darsi un metodo, studiare anche dopo essersi laureati (la formazione all life long  è un antidoto alla nostra obsolescenza), aprirsi all’esterno e contaminarsi con realtà feconde (i viaggi non è necessario che siano overseas: andare a Como per seguire i processi di stampa della seta permette di non ridurre le proprie relazioni a un mero tastiera affair).

    Insomma, meglio sarebbe lavorare in imprese che rispettino tutti i dieci comandamenti, ma un bel lavoro (magari da fare in tandem con un ingegnere) un po’ ce lo possiamo disegnare anche noi.  

    BTW venerdì sono andata a Teatro a vedere La Leggenda del santo bevitore, romanzo di Roth, portato sul palcoscenico dal maestro Carlo Cecchi . Nel foyer del Franco Parenti (che bello è il foyer del Franco Parenti?) era allestito il Book Shop di Egea. E lì in bella mostra il libro di Fuggetta che mi inseguiva, a dimostrare che tra umanesimo e ingegneria le schermaglie continuano e alla fine pare anche essersi simpatiche.

    sull’angolo del banchetto di Egea, ecco il libro dell’ingegner Fuggetta
  • Emergency room

    Ci sono luoghi non necessariamente ameni dove, per motivi variegati, ci si muove con dimestichezza e ci si sente a proprio agio.

    A me funziona con gli ospedali. Mamma, sorelle, cognati in camice bianco hanno reso le sale bianche, il blocco operatorio, la radiologia luoghi degli affetti prima che del dolore. Ricordo un Capodanno da bambini quando papà ci portò a brindare all’oblò della sala operatoria dove la mamma (in edizione splatter con camice bianco insanguinato) stava operando, rapita a mezzanotte da una reperibilità dispettosa. Noi sollevavamo i calici, lei il bisturi.

    Con Silvia, il caffè al bar dell’ospedale, in coda tra piantane della flebo e camici svolazzanti è un rito pre-screening mammografico o post esami del sangue.

    Il bancomat è nell’atrio, di fronte al pianoforte dove il giovedì qualche musico intrattiene i pazienti. Alle pareti i quadri degli studenti del liceo artistico.

    Ma le migliori occasioni per frequentare reparti e pronto soccorso me le ha offerte Erri che si è dilettato fin dagli esordi della nostra relazione a farsi ricoverare per i più svariati malanni.

    Appassionato di moto, gradisce di tanto in tanto spiaccicarsi sull’asfalto e fratturarsi gli arti (predilige quelli superiori) con derive chirurgiche e riabilitative.

    Due braccia rotte guidando la Triumph nel parcheggio ghiacciato dell’ufficio.

    Abrasione severa provando la moto nuova dell’Ape in infradito e calzoncini.

    Mano e gomito lesionati facendosi arrotare mentre guidava il mio Scarabeo. Erri lo abbiamo salvato ma lo scooter non ce l’ha fatta.

    Poi qualche menisco, qualche protesi d’anca, qualche tiroide hanno allargato la tipologia dei ricoveri e delle sedi nosocomiali, regalandomi grande dimestichezza nell’intrusione fuori orario (il calendario della fashion week non è compatibile con gli orari di visita), nella fuga tramite il pronto soccorso, la cappella, l’obitorio. Galeazzi? Humanitas? San Raffaele? Fornaroli? Non hanno segreti per me.

    Le divise blu delle infermiere di reparto, quelle verdi delle ferriste di sala operatoria, le beige delle OS mi scatenano desideri di disegnare collezioni ospedaliere. Più funzionali, più belle, più comode. Ma quella tela robusta e il logo degli ospedali sulla cimosa delle lenzuola mi piacciono assai.

    Mi piace anche il menu con il purè e la mela cotta. Adoro i comodini pieni di libri e giornali. Gli amici in visita che portano i biscotti, la vita orizzontale in cui non devi fare niente se non aspettare che qualcuno ti cambi la flebo o la medicazione. Non fosse che per ottenere questo trattamento estatico si debba essere malati, lo preferirei a un resort.

    Paola sta bene negli aeroporti, Simo negli autogrill, Silvia al mercato, Lidia nelle stamperie. Arianna dappertutto. Ma questa è un’altra storia.

  • Milano real estate

    In una delle serate tra amici in cui si dissertava dei prezzi delle case a Milano e delle tende degli studenti al Politecnico, ho conosciuto la sofisticata immobiliarista Alexandra Zerykier, che pubblica su Linkedin (ma anche su Instagram e tik tok) piccole pillole a fondo blu (no, non è come sembra) di info immobiliari. Tali pillole sono deliziose, creano dipendenza e tratteggiano involontariamente un profilo di Milano via mattone.

    Anche per chi non sta cercando casa per abitare in corso Concordia o investire a Nolo, queste nugae sono un ritratto gustoso della città che cambia: zona Lorenteggio da non sottovalutare per i suoi prezzi abbordabili e il carattere residenziale; il quartiere Ortica con polemica su murales e gentrificazione; Pagano dove è una sciocchezza investire ma una gran cosa abitare; la piantumazione degli alberi cittadini ad alto assorbimento di idrocarburi ; il recupero del Giambellino con ponte pedonale verso il naviglio; gli affitti per coprire le spese delle case al mare (la Liguria di levante è per Milano quello che la Guadalupe è per la Francia: ci incontri i tuoi concittadini con lo stesso accento ma con le infradito al posto dei tacchi).

    Nello stesso periodo ho iniziato a ricevere il magazine Pambianco Hotellerie (la versione real estate della classica versione modaiola) che racconta (certo dal punto di vista degli hotel di lusso e dei grandi gruppi che investono in Italia) una città che si trasforma: le ospitalità ibride sui Navigli, dopo quelle di Città Studi, in cui hotel di design integrano anche spazi di coworking e eventi privati, hanno bar e ristorante con terrazze open air aperte anche a chi non dorme in hotel.

    Nascono quartieri come Sei Milano a Bisceglie (hic sunt leones?) con residenze nel verde (almeno sul rendering) e offerte di uffici coworking a pochi metri dalla fermata del metro.

    Il modello del commuter che lavora in centro e vive in campagna sembra superato almeno nei nostri desideri: basta al lavoro-solo-in-Ufficio-zona uno (ho amiche che affogano nel Chianti lo sgomento quotidiano di coprire 30 km nel traffico a/r), basta al lavorosolo-in-pigiamasmart-h24 (ho amiche che ancora non si sono riprese da due anni di pantofole e teams):  pare che forze centripete e forze centrifughe stiano trovando un equilibrio, in un mescolarsi di lavoro e vita, di centro e periferia.

    Di sicuro prendo nota che:

    • non possiamo più vivere senza un balcone, un terrazzo o un giardino (chi se la dimentica la claustrofobia 2020?)
    • non possiamo più permetterci la stanza degli ospiti che può diventare studio (siamo nella fase ex fruttivendolo che può diventare abitazione)
    • non abbiamo neanche una ball room dove organizzare feste sontuose (avendo aimè voglia di feste, se non sontuose almeno affollate)
    • non possiamo rinunciare al confronto con esseri umani in carne ed ossa che non siano i nostri congiunti (per altro anche i congiunti cercano evasioni motociclistiche nel deserto).
    • non ne possiamo più di passare troppe ore al giorno in coda al semaforo (i limiti a 30 all’ora non sono necessari: non li raggiungono neanche i tamarri in fuga post rapina).

    Un bel lavoro diffuso? Come gli alberghi di Matera? Con spazi comuni in comodato d’uso e giardini un po’ dappertutto? E magari il ripristino delle sale d’attesa in stazione?

    AAA città dei sogni cercasi

  • Da Pascal ai consigli del tuo terapeuta: istruzioni per essere almeno un po’ felici

    Al liceo avevo una prof di francese, la Cabibbe, che è riuscita (a 16 anni non ne ero così consapevole) a farci alcune lezioni di cui porto ancora le tracce. Sai come quei farmaci a lento rilascio, che danno beneficio sul lungo periodo?

    Una di codesti intrugli retard riguarda Pascal e la sua scommessa (le pari, in francese, certo prof) sull’esistenza di Dio: non sappiamo se Dio esista davvero, ma conviene scommetterci. Se esiste avremo il Paradiso, altrimenti saremo polvere ma avremo comunque vissuto una vita virtuosa. Meglio del condurre una vita dissoluta rischiando pianto e stridore di denti all’Inferno.

    Blaise Pascal

    Non so come mai ma questo pragmatismo (ho un pelo semplificato le teorie di uno dei maggiori filosofi del XVII secolo) , questo trucco (se non hai fede, comportati come se l’avessi e alla fine la fede nascerà) io lo ho usato e verificato in molte occasioni. Una mia cara amica è cintura nera di Pascal.

    Tuo marito ti ha lasciata per un’altra. Fai finta di poter reggere il colpo. Fai finta di essere una madre che può fare anche da padre ma più simpatica. Fai finta di essere allegra e affascinante. Fai finta che ti piaccia vedere alla tv quello che vuoi, fai finta che lui ti rimpiangerà. Alla fine, tutto diventa vero e ti sposi con uno più figo del tuo primo marito. E anche più giovane.

    Strane congiunture (economiche, sentimentali e ipporiferite) ti hanno portata a vivere fuori Milano con vista sullo stradone e neanche un amico nel raggio di 30 km. Fai finta che se ti metti a cercare con pervicacia puoi trovare una sistemazione come si deve in città. Fai finta che anche se il tuo appartamento non sarà in Porta Romana, potrai sopravvivere. Fai finta che tutte le tecniche di persuasione imparate al lavoro possono funzionare anche per convincere il tuo compagno a fare un trasloco. Fai finta che esista a Milano un quartiere dove trovare parcheggio non sia così difficile (gli uomini sono esseri semplici: se parcheggiano facile rinunciano anche alla sala da pranzo). Alla fine trovi casa, ed è più bella di quella del borgo selvaggio e ha anche la sala da pranzo.

    Al lavoro le tue aspettative vengono deluse, il tuo capo non è Marchionne, i tuoi collaboratori ti mettono il chewing gum sulla sedia. Fai finta di andare in ufficio volentieri, fai finta che avere uno stipendio sia sufficiente per metterti in strada tutti i giorni, fai finta che un tuo lavoro ben fatto possa comunque essere apprezzato anche se nessuno te lo ha chiesto, fai finta di credere che è impossibile che tutti i cattivi del mondo siano stati radunati al civico della tua azienda. Alla fine, scopri che ci sono colleghi simpatici (un po’ nascosti, fanno finta di essere stronzi) che il tuo capo riesci anche a gestirlo e che il tuo stipendio, quello si, fa abbastanza la differenza, perché se il tuo lavoro fosse troppo divertente non ti pagherebbero per farlo.

    Sei spedita a un convegno dove non conosci praticamente nessuno, alloggiando in un Hotel da 80 euro a notte in stanza con letto singolo mentre gli altri stanno alla foresteria dello Yatch club con un Picasso appeso alla parete. Fai finta di essere la maga del new business Real Estate, fai finta di cavartela da dio, fai finta di gironzolare leggera tra i saloni cercando i tuoi supercontatti. Alla fine, ceni con i milionari, fai una raccolta di business card che neanche la Dun&Bradstreet, e ti sei pure divertita. Di sicuro hai divertito tutte le amiche quando ce lo hai raccontato.

    Fake it till you make it. Non lo ha inventato il tuo strizzacervelli. È solo la versione mainstream di Pascal.

    Io punto al Paradiso, quindi scommetto che esista. E le mie amiche con me.

  • Grupies in Banca

    Questa volta al cenacolo di via Letizia la star è il padrone di casa.

    Beniamino Piccone sfoglia le lettere di Paolo Baffi

    L’appuntamento è imperdibile: primo incontro dopo le vacanze, non si può bigiare.  Forse sarei arrivata in ritardo perché tra i buoni propositi della manutenzione post estate, oltre a quello di sistemare il rubinetto del bidet (in pending), avevo prenotato in Humanitas un ECG da sforzo (maledizione alla sudata pre-prandiale) e chissà se sarei arrivata troppo stropicciata. Mi è bastato arrivare viva.

    Marzio presenta Beniamino. Sono vestiti uguali: outfit economista?

    Non c’era la solita economi-star a occupare la sedia del salotto (fronte toro) perché il relatore sarebbe stato lo stesso Beniamino Piccone, non nella consueta veste di moderatore e ospite, ma di professore universitario, studioso, scrittore, intenzionato ad affrontare un argomento a lui molto caro. Si improvvisa presentatore (con tono ludico: il prof è un amico) Marzio, il bocconiano-ragioniere-subacqueo.

    Se potevamo sopravvivere alla vertigine del monologo, ci davano stabilità i cannoncini di Panarello (must have post speech),  una nutritissima squadra di amici,

    studenti, professori (alcuni nella parte di uomini di fatica perché oltre alla star mancava il filippino), un avvocato privo di toga ma con assistente georgiano e cucchiaio di legno a preparare in cucina la zuppa di ceci (tocco di classe: la zuppa la vogliamo anche la prossima volta), fotografi a tempo limitato e immobiliariste sofisticate.

    Il convitato di pietra, l’argomento molto caro, è Paolo Baffi (studioso, economista, governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979), che per Beniamino è amore, ossessione, oggetto di studio, passe-partout per tutte le segrete stanze, personificazione della figura paterna, meme per gli amici.

    Su Baffi il prof Piccone ha scritto diversi libri (che sono soprattutto una montagna di note a commento dei carteggi dell’economista) ma il prossimo lo aspettiamo con ansia per aggiungerci ai 3 prestigiosissimi lettori che hanno letto gli altri.

    E infatti (Freud avrebbe un paio di considerazioni al proposito) Baffi ha tutte le caratteristiche per trasformare il professor Piccone in una grupie. È di umili origini ma scala la posizione ultra prestigiosa di Direttore della Banca d’Italia, orfano di padre e figlio di una sarta, approda in Bocconi a colpi di borse di studio, siede sul cuscino scintillante delle scorte auree del paese ma è di una sobrietà quasi monacale, non ha fatto il liceo classico ma si esprime con un lessico accurato e suggestivo.

    Non solo economista ma intellettuale e visionario, ambientalista molto prima che fosse di moda, europeista nel momento in cui l’Europa monetaria doveva essere inventata, difensore del risparmio contro l’inflazione (che pare di poter rileggere le sue lettere come fossero state scritte ieri, non fosse che nessuno più scrive lettere)  e, alla fine, vittima delle forze del male  sotto un attacco politico e giudiziario da cui non è stato in grado di difendersi e che ha segnato gli anni del disincanto. Un’Italia grigia, dura e paurosa quella di quello scorcio di XX secolo.

    Nelle parole di Beniamino non c’è solo la stima, l’affetto, ma anche il furore, la passione, di chi difende il suo conte di Montecristo dalle ingiustizie, il suo Oppenaimer dall’invidia dei mediocri, dei corrotti, di chi non vuole rendere conto dall’alto della propria torre eburnea.

    Così il professor Piccone scrive, intervista, viaggia come una grupie in tournée al seguito della sua rock star, 2000 pagine alla volta (credo che all’Archivio Storico della Banca d’Italia abbia ormai anche la chiavetta del caffè), un carteggio alla volta (Berlinguer, Jemolo, Cederna…) per contribuire alla riabilitazione del mitico Paolo Baffi e allo smascheramento dei cattivi, di quelle streghe del Macbeth che lo spinsero alle dimissioni e all’amarezza.

    I silenziosi uomini giusti di oggi e di domani, eredi del pensiero liberale, generoso e poetico di Paolo Baffi sono gli eroi che piacciono a Beniamino. E, a dirla tutta, anche a noi.

  • Tennis: lo stile non è solo questione di dritto

    Si sono appena chiusi gli US Open di tennis a New York. A casa mia tv accesa fissa su SuperTennis. Negletto persino il telegiornale.

    La New York di Depero, nel 1930

    Erri e Fede insieme sul divano come non li si vedeva dai tempi dell’asilo.

    “No, ma cosa non gli ha messo lì! …lungolinea…”

    “Il rovescio a una mano di Wawrinca è bello come quello di Federer: lo insegnano in Svizzera?”

    “Sinner ha migliorato il servizio…”

    Al di là di rovesci, volée, lungolinea, pallonetti, servizi… ma come diamine erano vestiti questi ragazzi? Che pure stanno diventando Ambassador di Boss, Gucci, Louis Vuitton. Ma non gli rimane addosso una t-shirt come si deve dopo gli shooting?

    Io parto con le pagelle. Lo hanno fatto tutti per Venezia (cinema) e io mi butto su di New York (tennis).

    La canotta è divisiva. Può essere fighissima (vedi il giovane Ben Shelton vestito ON: spalla larga, volumi morbidi, colore degradé dal grigio al fucsia, perfettamente piazzata con i calzoncini, indossati come una rock star). Voto 10

    Ben Shelton in ON

    Oppure orrenda (Alcaraz in Nike, colori pastello e grafica pigiama, tutta aderentina). Voto 4

    Carlos Alcazaz in Nike

    Wawrinca indossa colori similmente allucinogeni grazie a Yonex (forse lo stilista voleva interpretare i colori e i rumori della città che non dorme mai: buona l’idea ma il risultato… so and so. Vedere il futurista Depero nel 1930 che ritrae NY. Ma appunto era Depero). Un po’ meglio dello spagnolo solo perché almeno era una t-shirt. Voto 5

    Wawrinka in Yonex

    Djokovich gioca in polo, come sempre, giusto per sottolineare che il tennis non è il basket. Lo faceva in Tacchini, lo ha fatto in Uniqlo e ora lo fa in Lacoste. Usa tutte le varianti dell’azzurro (forse un omaggio al campo di Flushing Meadows? Sintetico, sottile, sensato) . Non brilla per originalità ma in mezzo a tanta fantasia horror ci fa stare bene. Tanto le foto della finale le fa lui, l’album dei ricordi è salvo. Voto 8

    Djokovic in Lacoste

    Jannik Sinner in Nike, con le sue adorabili gambette sottili, mi pare Tin Tin.

    Tin Tin

    E come nel fumetto francese lui va vestito: completo verdino, calzoncini da gita, cappellino parasole. Ma perché una zip al collo della tshirt? Però i colori un po’ vintage gli si addicono. Stanno bene anche con la borsa di Gucci (almeno nella versione Alessandro Michele. Vediamo cosa succederà di Sabato). Voto 7

    Yannick Sinner in Nike

    Alla sorpresa Matteo Arnaldi, in Le coq Sportif, darei un 8 per aver giocato in bianco e azzurro, con volumi giusti e scollo a V.

    Matteo Arnaldi in Le coq sportif

    Forse nella tshirt c’è dentro un po’ della figaggine anni ‘80 di Yannick Noah? In ogni modo c’è la bellezza del tennis e il piacere di stare con il fiato sospeso aspettando il match point. Game!

  • Celebriamo? Non troppo

    La bonarietà post vacanza è già in via di esaurimento, sostituita da una rughetta impertinente.

    Starò mica diventando acidina?

    Educata ad un understatement calvinista (la mamma: ragazze un po’ di sobrietà! se solo ridevi forte a cena) ma aspirante tamarra (il papà: attacchiamo la bandiera del Milan al maggiolone?) sono a disagio di fronte a manifestazioni eccessivamente baraccone. Se poi sono autocelebrative mi viene un accenno di faccia da chiulo.

    Ci sono colleghi che danno le dimissioni dopo due anni di azienda (quasi non ci eravamo accorti di loro) e mandano saluti a tutta la rubrica usando formule altisonanti che neanche a Hollywood mentre girano l’allunaggio: E’ stato un privilegio lavorare con voi…; Il ricordo di questi anni è indelebile…; esco diverso e più maturo da questo percorso... Ma se era tutto così favoloso, perché te ne vai?

    Preferisco chi esce con discrezione, lasciando in ordine l’archivio, magari facendo un buon passaggio di consegne.

    Se gli cambiano la scrivania e ottengono vista giardino anziché sguardo sul cavedio, condividono la botta di vita con tutta la rete di Linkedin. Ma se diventano amministratore delegato che fanno? comprano una pagina sul Corriere?

    Per il proprio compleanno non si limitano a portare una torta in ufficio (che è pure cosa gentile) ma pretendono di allestire con i festoni la sala riunioni. Il Big Party si può organizzare per chi celebra i 25 anni in azienda, per il collega adorato che cambia continente, in ogni modo per qualcuno che non sei tu.

    Ci sono studenti che si laureano alla triennale (recuperano anche filologicamente il momento topico con fitocorone che io trovo più appropriate sulla testa di Dante) e fanno una tesi di 40 pagine – non sempre ben scritte – apponendo in coda ringraziamenti come se avessero pubblicato un Pulitzer.

    Sulle location e le limousine per la festa dei 18 anni non mi esprimo perché non voglio offendere la metà degli amici di mio figlio. Però ridatemi il garage in periferia con amico DJ che sceglie la musica o la pizzata con le amiche e il biglietto dell’interrail.

    Se sposate il compagno boy-scout e fate volontariato in Africa, non è una buona idea usare come bomboniera la vostra foto nel villaggio di fango in mezzo ai bambini festanti. Perché pensate che i vostri invitati vorrebbero avere sul comò la vostra foto Zulù? Allora meglio il veliero in bottiglia. E’ orrendo ma almeno è etero riferito.

    Si capisce che certe frasi (tipo ‘io sono un berlinese’) funzionano se le dice Kennedy? Che “ciao Milano” ci commuove se lo biascica Vasco Rossi? Che la foto con dedica la apprezzi se è di Greta Garbo? Che i ringraziamenti all’allenatore e alla mamma funzionano se vinci Wimbledon?

    Per tutto il resto, per tutte le cose minute per l’umanità ma importanti per noi (passare un esame, avere una promozione al lavoro, vincere ai giochi della gioventù, prendere la patente, fare un figlio, compiere gli anni) non è necessario che tutto il quartiere esulti. Un po’ di sobrietà ragazze

  • Back to school

    Di solito misuro la riuscita di una vacanza dal numero di progetti e di buoni propositi che mi porto a casa dalla spiaggia: il godimento dei nuovi paesaggi e delle avventure estive sono direttamente proporzionali al desiderio di mettere mano alle abitudini autunnali.

    una foto di Guy Bourdin al Silos Armani

    Le vacanze itineranti in Bretagna (freschino) e a Ustica (caldino) mi hanno forzata a bagagli agili (rifare la valigia ogni 3 giorni disincentiverebbe anche Imelda Marcos nella scelta delle scarpe) e funzionali (tutto per la pioggia, tutto per il mare, tutto in un bagaglio a mano). Viaggiare leggeri è stato bello e ha lasciato spazio all’esplorazione.

    Quest’anno, rientrata alla base, ho in mente di guadagnare in sobrietà e qualità. Non comprare niente di nuovo fino a che non avrò fatto manutenzione delle cose preziose che mi circondano. E che spesso ho scordato di avere.

    Desiderio di liberarmi di un sacco di oggetti, abiti, scarpe inutili che mi impediscono di vedere e godere dei miei capi preferiti. Se il Fede li mette su Vinted e si occupa di foto, promo e consegne, gli lascio i ricavi. Altrimenti farò il solito borsone per sorelle, amiche, tata e infine Caritas.

    Desiderio di fare spazio, di aprire il cassetto dei paciam (quello delle cianfrusaglie per i lettori al di fuori della Diocesi Ambrosiana) e trovare subito forbice e scotch, senza lottare con cavi elettrici mai usati, multi prese acquistate a ripetizione in tutti i viaggi in cui le abbiamo dimenticate, caricabatteria di cellulari fuori produzione, istruzioni per elettrodomestici ormai buttati, il manuale del Minipimer (ma oltre ad accendi/spegni che cavolo fa il Minipimer?), portachiavi a forma di pallina da tennis, apribottiglie a forma di Tour Eiffel. Voglio scoprire il colore del fondo del cassetto, occultato da sette compatti centimetri di paciam.

    Ho colleghe che, appena atterrate sulla scrivania, stanno prenotando il ponte di Sant’Ambrogio a Matera, le Maldive a Natale. Io sogno magnifiche gite alla discarica.

    Vecchi sgabelli da eliminare se sono brutti. Da aggiustare se sono belli (comunque i miei in cantina sono brutti).

    Se ho i bicchieri nuovi nella madia in alto, perché uso quelli opachi sullo scaffare a portata di mano? Buttare i brutti e usare i belli (traslocandoli ad altezza 1,50).

    Buttato il brutto e l’inutile (pars destruens) partirei con la manutenzione (pars consturens): pantaloni acquistati oltre tre mesi fa, portati dalla sarta a luglio per fare l’orlo, mai ritirati (c’è traffico; ci sono 40 gradi; c’è l’uragano). Lo spirito è forte ma la carne è debole.

    Manutenzione della casa. Chiamare l’idraulico per sistemare tutte le micro-rogne dei bagni (il rubinetto del bidet perde, quello della doccia è rigido, quello del bagno grigio è da cambiare). Questa parte mi sa che la faccio fare a Erri.

    Manutenzione degli affetti (consolare sorella cuore infranto, chiamare amiche del cuore, consentire a Erri di accendere l’aria condizionata se la temperatura in camera supera i 30 gradi, ascoltare con interesse le ipotesi antropologiche di papà sul genoma degli aborigeni e le eredità dell’uomo sapiens).

    Manutenzione del corpicino (iscrizione al nuovo studio di Pilates, prenotazione pacchetto prevenzione cardio con il Fasi, pap test, scale a piedi anche in pausa pranzo). Con Silvia abbiamo deciso che a settant’anni ricominceremo a fumare. I giochi saranno fatti e potremo sgarrare come adolescenti, loro con la convinzione di essere immortali, noi no.

    Manutenzione della mente (dedicare più tempo all’università, leggere solo libri buoni, guardare la stagione teatrale prima di decidere se abbonarci al Piccolo o al Parenti). Andare a vedere il Silos di Armani (e lì imbattersi per caso con la molto amata Cerruti e essere felici per l’incontro inatteso e chiacchierare molto tra le foto glossy di Guy Bourdin e gli abiti androgini di Giorgio Armani)

    Quando studiavo, e avevo chiuso un esame, mi piaceva sgomberare la scrivania dai vecchi libri, comprare una matita ben temperata e un quaderno nuovo, foderare i volumi intonsi con una carta colorata.

    Con il tavolo pulito, l’odore della carta appena stampata e una pagina bianca su cui prendere appunti, il futuro era tutto da inventare.

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