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  • L’economia a colori. PPP

    Quando passo da Beniamino (alle 7,30 da me comme d’abitude) io, di formazione umanista e frequentazione fashionista, faccio un tuffo in un mare diverso dal solito. No pizzo, no tacchi, no sfilata.

    Per me PPP è il Pink di Pier Paolo Piccioli (che ha reso iconico un rosa quasi fucsia dove, in Valentino, se colore era, era rosso). Alla latitudine Piccone si tratta invece del Partenariato Pubblico-Privato.

    Outsider da sempre, quando incontro roba sconosciuta ma interessante, mi metto in modalità carta assorbente. Tento di domare la timidezza, sgrano occhi e orecchie e prendo appunti (Marco, non stavo chattando con il telefono, ma tenevo traccia del tuo speach).

    Sul sofà professori universitari, qualche studente (ma hanno già superato l’esame di Sistema Finanziario: non c’è conflitto di interessi), il favoloso

    il favoloso Puglisi fa domande Giamburrasca

    Riccardo Puglisi (questa volta tra il pubblico, rispettoso del relatore, ha sparato comunque qualche domandina appuntita. Tipo: la riforma della PA?… ), il serio ma un po’ sornione  Giorgio Gobbi (Direttore della sede di Milano di Bankitalia), l’investitore Antonio Cavarero del Gruppo Generali,  “Il Ragioniere”  (la prossima volta indago, giuro, sul suo nome)  brillante bocconiano che spiegò negli anni 90 ai compagni di corso cosa era la ragioneria (assolutamente incomprensibile nei libri di testo universitari) e a me dove fare immersioni a Ustica.

    Tutti indossano pantaloni normali, camicie normali e scarpe normali.

    Con questo caldo, in ufficio da me, gli uomini indossano pigiama pants in seta con sandali del nonno (quando il brutto si fa bello). I più eleganti ci buttano sopra una camicia in organza trasparente o un pizzo cordonetto.

    Sulla poltrona di via Letizia invece, Marco Leonardi addirittura tiene la giacca (che ieri sera, con 37° alle 19 era prova d’ardimento).

    alla fine anche Leonardi toglie la giacca e accarezza il gatto

    Verso di lui ho provato quella simpatia immediata che mi capitò con Francesco Daveri (professore e economista appassionato, purtroppo scomparso, frequentato quando eravamo entrambi nell’Advisor board della formidabile DUDE): quell’intravvedere dietro un’apparenza pacata e ordinaria una luce intelligente e una conoscenza approfondita, ma non urlata, delle cose economiche. E anche un sottile interesse verso il mio mondo, la moda, che potrebbe, dai, essere interessante nel suo esotismo jaquard persino per i seriosissimi consiglieri della Presidenza del Consiglio.

    Marco Leonardi, consigliere economico nei governi Renzi e Gentiloni, consigliere di Gualtieri, capo di un Dipartimento dal nome troppo lungo per essere ricordato nel governo Draghi, ha dato, durante il suo intervento a casa di Beniamino Piccone , qualche speranza ai giovani (relativamente ai salari) perché sono pochi (i giovani, oltre ai salari: la crisi della natalità rende la risorsa rara) e le aziende, che diamine, ad un certo punto dovranno ben pagarli se li vorranno portare a bordo.

    I vecchi rimangono privilegiati e ben affezionati ai loro vantaggi (salari che non crescono ma sono abbastanza alti e pensioni retributive). Il salario minimo ha nemici diversi da quelli che l’uomo comune immagina (anche i sindacati hanno bisogno di difendere il loro potere) e, dato che le elezioni sono passate, ha poca chance di essere introdotto. La M4 sarà un salasso per il Comune di Milano. Con il Covid e la Pandemia siamo stati bravi. Dalla crisi  2020 ci siamo rialzati meglio che da quella del 2008. E cresciamo più di altri paesi europei.

    Per quanto mi riguarda, mi porto a casa il libro Partita doppia (anche con una dedica supercarina che mi farà leggere le faticose pagine – è un saggio non un romanzo – con una certa scioltezza) e capisco che la M4 (che con i suoi cantieri mi complica la vita dal 2015) presto sarà un problema solo del Comune che dovrà pagare alti canoni per il suo funzionamento. Io sfreccerò in superfice oppure nel sottosuolo, nel colore BLU, nonostante – credo – sia stata costruita in modalità PPP.

  • Luglio, con l’ansia che ti voglio

    Quest’anno luglio è un mese impegnativo: il Fede ha la maturità (mamma ho deciso di prenderla scialla) e anche la Cate figlia di Silvia (voglio prendere 20 alla prova di arte) e Luca, figlio della Simo (fa crediti seguire l’Inter fino a Istanbul?).

    In contemporanea ci sono i test di accesso alla scuola di orologeria (numero chiusissimo) da cui dipende il suo futuro o la ricerca di una casa (anche un bivacco) a Roma e a Parigi dove i figli più grandi delle mie amiche faranno un master fuori Milano dai primi di settembre. Non c’era niente di interessante in città vero?

    Al bar della scuola una giovane donna con il respiro affannato organizza il GREST del figlioletto ipotizzando di mettergli al polso un aggeggio (tipo quello che metti alle chiavi per localizzarle) in modo da sapere sempre dove sia esattamente. Perché non farlo anche pedinare?

    L’Agenzia delle entrate ti manda lettere in cui sei in debito di 9. 000 euro per un conguaglio trattenute di quattro anni fa. Speri che abbiano sbagliato. Scopri che non hanno sbagliato.

    Paola, Patri e Lidia si ingegnano per trovare ai rispettivi cani (Apple, Bullo, Murphy: sto parlando di voi) pensioni estive adeguate ad alleggerire il loro senso di colpa di abbandonarli due settimane ad agosto (come si troveranno in gabbia di notte abituati a fare incursioni nel lettone? Signore fa che non mordano altri cani durante l’inserimento!  Quando manderanno il primo sms di aggiornamento dal dog resort?). Non so il senso di colpa, ma di sicuro il portafoglio sarà più leggero a fine estate.

    La badante del nonno  va in vacanza. Bisogna trovare la supplente. Fidata. Che cucina bene. Se non fa conversazione fa niente: il nonno è snob oltre che sordo.  Se sul suo profilo Facebook sembra una escort è un problema o un plus? Forse bene per il nonno, basta che non faccia in tempo a cambiare il testamento in un paio di settimane.

    Se arriviamo vive al 20 luglio è andata.  Archiviata la maturità, passati i test universitari, trovata la badante al nonno, la stanza a Parigi, la pensione stellata per il cane, potremo finalmente rilassarci nel torrido agosto, occhieggiando sulla spiaggia consorelle sfinite dalla medesima ansia, solidali sopravvissute all’ultimo miglio prima delle vacanze. Mentre il nonno flirta con la bionda, il cane si diverte un botto, i ragazzi folleggiano a Parigi e Milano si svuota di tutte le nevrosi.

    Il prossimo anno, quasi quasi, la villeggiatura la passo all’idroscalo. Con un Ansiolin

  • Party again

    Durante la clausura da Covid 19, non potendo frequentare i consueti amici e congiunti, ma disperatamente bisognosi di contatti sociali, abbiamo stabilito relazioni (anche molto gradevoli e sorprendenti) con vicini di casa a cui fino ad allora avevamo solo sorriso sul pianerottolo o prestato il trapano.

    La Franci (finestra di fronte, tre figli, tre cani) è stata grande animatrice delle attività sociali al civico 8 (Pilates in giardino due volte alla settimana seguendo le lezioni sul suo portatile, Walking alle 18,15 tutti i giorni, pranzo di Pasqua ognuno con il suo cibo, ognuno con il suo tavolo, ognuno con il suo coperto, ma tutti insieme in cortile, sembravamo agli street party del Giubileo di Elisabetta II).

    Come succede in microsocietà provvisorie (in vacanza o durante un corso di formazione aziendale o se ti ricoverano in ospedale) tutto succede in modo intenso e veloce (amori estivi, confidenze intime a sconosciuti, prove di ardimento sportivo che non ripeteremo mai più) e poi tutto svanisce in un attimo non appena si rientra alla vita consueta.

    Il pilates ora lo facciamo sulle macchine in Studio, con Flora o Manuela. Alle 18.15 siamo ancora in ufficio. Il pranzo di Pasqua lo consumiamo magari in vacanza o a casa di papà.

    Se non che, a volte, qualcosa di quegli strani eventi precipitati nel laboratorio dei temporary mondi, si insinua e resiste, a diventare un pezzo di vita vera.

    Anche se la Franci ha ormai traslocato (il civico 8 rimane orbo del G.O.) il suo talento di collezionista di relazioni (mariti e fidanzati compresi) ci coinvolge ancora nella rete dei nice neighbor. Che si allarga a quelli nuovi naturalmente!

    Così venerdì sera io e Erri eravamo alla sua festa dell’Estate (che poi era il suo compleanno, potevamo sospettarlo). Nel salone erano esposti i quadri di un suo nuovo vicino di casa, pittore dalla mano acquarellata, che quasi sembrava un vernissage. Ancora non era tramontato il sole che un gruppo di musici (ragazzi in jeans e occhiali) ha iniziato a suonare sotto le lucine gialle del giardino. La musica, dolce di oboe e flauti, arrivava dappertutto. Dai balconi intorno si affacciavano i curiosi, a godere di una sigaretta post-prandiale con colonna sonora morbida e inattesa. Un amico faceva foto con il cellulare e le girava su un mini-aggeggio instax da cui uscivano stampe tipo polaroid: come alle feste di Andrea negli anni 90! Con tutti i visi degli invitati incollati sopra la mensolina dell’ingresso!

    Lo champagne era una deliziosa bottiglia procacciata nella cantina del Banjo, i cannoncini di Panarello, la torta salata di Knam (non sapevo facesse anche il salato).

    Ma il meglio erano i nostri vicini! Bello rincontrare il Preside (ironico e disincantato narratore di aneddoti liceali, che si burla dei nostri romantici pensieri pedagogici) e il Nardi, fascinoso single di ritorno alle prese con grane da pianerottolo e programmi sciistici del figlio (inverno a St.Moritz, estate in Argentina) . Bello chiacchierare con Elena, donna dalla chioma esplosiva e dal piglio risoluto (essere donna e lavorare alla Michelin c’entra? Intendo con il piglio risoluto? ), con cui ho condiviso in passato lo sgomento di uscire di casa e non trovare più i fanali delle nostre auto, rubati nella notte (ma cosa ci sono? I ricettatori di fanali led?) per ben due volte, ma soprattutto pensieri paralleli su un mucchio di cose, compreso un figlio unico, maschio.

    Quest’anno il Fede ha la matura. E poi un programma vacanze da fare invidia al Phileas Fogg di Jules Verne.

    Io, anche se ho vacanze brevi da travet (sai, devo pagare quelle lunghe del Fede), non temo l’estate a casa (senza traffico sarà comunque più bella), se rimane a farmi compagnia qualcuno dei vicini. Prepariamo il secchiello del ghiaccio. When will we party again?

  • Inviti con delitto (di forma)

    Invitare qualcuno a cena rappresenta un grande piacere e un certo impegno. Sicuramente non è una medicina amara che ci ha ordinato il dottore.

    Quindi quelli che ti invitano e poi fanno di tutto per evitare ‘lo sbatti’ di averti invitato, chi li ha obbligati?

    Quelli che usano solo piatti e bicchieri di carta (non alla festa delle elementari), in grado di mortificare qualsiasi pietanza. Perché lo fanno? Per evitare il rischio di rompere una fondina? Per risparmiare sul Finish? Non si usava una volta tirare fuori il servizio buono per le occasioni speciali?

    Una tavola ben apparecchiata, un piatto cucinato ad hoc, che facciano capire l’impegno di chi ti invita è proprio quello che ci rende gradevole essere invitati. Una certa varietà degli alimenti è segno di attenzione per la poliedrica popolazione che siederà al nostro tavolo (anche con una cena a tema è opportuno non fare la verticale del fungo a meno di non conoscere perfettamente i gusti di tutti i commensali).

    Far emergere la cura per gli ospiti non significa però sottolineare per tutta la serata che vi siete sbattuti senza risparmio, che avete mal di schiena a furia di mondare insalata dell’orto, che avete speso un botto per preparare tutto quel ben di dio e che la prossima volta li invitate al ristorante che vi conviene.

    Quelli che ti invitano ma devi portare da mangiare (loro sostanzialmente mettono la location). Ma perché ti invitano se non hanno voglia di preparare? Allora fai un dopocena, no? Oppure mangiamo fuori.

    Certo non devi arrivare a mani vuote. Porti un buon vino, un fiore, un dolce. Non puoi portare la parmigiana di melanzane a una cena magari impostata tutta sul pesce crudo (uniche eccezioni: la pizza di scarole della Susi o il caviale beluga dell’amica iraniana, che superano ogni galateo. Oppure vai a cena da Arianna che è capace di integrare, trasfigurare e rendere elegante qualsiasi piatto tu possa portare alle sue favolose feste in campagna).  

    La collaborazione dei commensali/amici se non hai la cameriera che serve in tavola va benissimo e fa anche piacere. Ma iniziare a caricarti la lavapiatti quando non sei ancora al secondo è onestamente fuori luogo. Si sa che mentre gli ospiti, poco dopo aver lasciato il tuo desco, saranno a casa in pigiama a lavarsi i denti, tu starai mettendo a posto la cucina. Ma una volta ogni tanto si può fare: passare il tempo a rassettare anziché fare conversazione per risparmiare un quarto d’ora di pulizie notturne è uno spreco.

    Poi ci sono gli invitati: a dieta, celiaci, fruttariani, con il colon irritabile, che odiano il pesce, allergici alla frutta secca, vegani, astemi, kosher, mussulmani.

    Tutti costoro saranno sicuramente in grado di scegliere qualche cosa di compatibile con le loro idiosincrasie a tavola. Oppure arrivino mangiati, evitando di annoiare convitati e amici dissertando sulla nocività dei lieviti sul loro metabolismo, condannando la crudeltà degli allevamenti intensivi mentre viene servito il pollo o parando con la mano il bordo del bicchiere manco stessero difendendo il Santo Graal solo perché non consumano alcolici (lascino due dita nel bicchiere e non lo bevano: nessuno lo riempirà più).

    Ricordo una cena aziendale di saluto all’allora Amministratore Delegato. Probabilmente chi aveva studiato il menù era un parente del salumaio di zona, ma ci siamo trovati di fronte a un trionfo di – ottimi, certo ma senza scampo – piatti a base di maiale: prosciutto, porchetta, stinco, risotto alla salsiccia.

    Io sedevo di fianco a un collega di religione mussulmana che ha sorriso e chiacchierato tutta la sera sbocconcellando pane e verdure con aplomb britannico. È stato il più elegante della tavola e non ha voluto mettere in imbarazzo l’ospite che offriva la cena chiedendo almeno un piatto di pasta al pomodoro.

    D’altra parte ci si aspetta che l’ospite non insista per far ingurgitare il proprio manufatto a tutti i costi, obbligando a un’agnizione pubblica delle proprie confessioni religiose, malattie o paranoie (che fanno soffrire uguale).

    È anche vero che recentemente ho bevuto in bicchieri di plastica a casa di amici che si erano dati molto da fare per preparare un ottimo buffet. E che a Natale io e le mie sorelle giriamo la location della cena di famiglia ma ognuna di noi prepara un pezzo del menù per dividersi l’onere di un banchetto festivo.

    Forse l’unico galateo è quello di mettere intorno a un tavolo persone che hanno voglia di stare insieme. Cibo, piatti e tovaglia saranno perfetti solo se declinati alla voce amore.

  • Quando l’economista fa spettacolo.

    L’altra sera Beniamino ha proprio dovuto lottare per tenere la conversazione sui binari.

    Puglisi infiamma la platea e Beniamino getta a terra la scaletta

    Invitare a casa Riccardo Puglisi, economista e docente di scienza della finanza all’Università di Pavia (che avrebbe dovuto parlare di mercato immobiliare a Milano) è stato come mettere uno sciamano guaritore all’ostello degli incurabili per parlare di eritema solare.

    L’onda delle domande (tipo chi-se-ne-frega-di airbnb, troviamo-questa-sera-le-risposte-a tutti-i-problemi- economici-del-mondo) ha spaziato dalle pensioni alla patrimoniale, dalle politiche pro famiglia in Francia ai consigli virtuali per la Santanché.

    Gli invasati e indisciplinati domandatori eravamo noi, gli invitati appollaiati sui divani. Avallati dall’indomito relatore, taumaturgo che a grappolo ha navigato tra Libero Lenti e Cechov, tra Don Sturzo e la regola del 70 sul raddoppio del PIL (vabbè 72 se vogliamo essere fiscali), tra il benevolo giudizio sulla Fornero (pensioni) e la sottovalutazione dell’effetto sistemico dell’Imu (Monti).

    Puglisi è un Dario Fo dell’economia. Timido ed istrionico ad un tempo.

    Ama gli ordini di grandezza (ma come ha ragione? Ma come lo amo? Quanta approssimazione di pensiero nelle citazioni con due zeri sbagliati), ma è accurato nei dettagli (a Milano 200.000 studenti e solo 3.000 posti letto nelle residenze universitarie).

    Serio nella sostanza ma giocoso come un Giamburrasca al Ghislieri, aspetta ancora le scuse dal PD (dai Provenzano, manda un mazzo di fiori con bigliettino adeguato) e non scrive più sul Corriere perché, cavoli, un editoriale a 25 euro, allora è più dignitoso farlo gratis.

    Agita le braccia intorno ad un corpo minuto e nervoso

    Segue il corso dei suoi pensieri aprendo parentesi immaginifiche sulla teoria Cliometrica (qui Beniamino ha cominciato ad arrendersi: non saremmo mai arrivati a parlare delle tende davanti al Politecnico) e sulla storia statistica, sugli effetti economici di un approccio cattolico (maledizione forse ha ragione la Lidia, io sono cattocomunista) rispetto al liberismo delle culture a matrice protestante.

    Così l’economia e la statistica mi appaiono per una sera (non solo a me: anche Serena dal capello tizianesco esce dal salotto con un trip macroeconomico) affascinanti e pieni di spunti da approfondire (che diamine si sono detti di così interessante Costa, Don Sturzo e La Pira negli anni ’70? Come ha fatto il nonno di Beniamino, il giusto Carlo Tagliabue, ad applicare la matematica alla pescicoltura per risanare i conti della Pia Casa di cui era Direttore?).

    Beniamino, al timone di una barca ormai impazzita, su cui i marinai ballavano e il vento matematico scompigliava tutti i piani, rinunciava alla lotta e si lasciava andare all’ascolto della tribù inebriata: se era impossibile guidare, tanto valeva godersi il paesaggio.

  • Il compleanno della Simo

    Nel mese di maggio tutte le colleghe e le amiche si sono messe a dieta. E sono anche dimagrite, le infingarde.

    Sonia fa la dieta dell’astronauta

    Lara mangia uno Jocca alle 11,45 e poi tira fino a sera.

    Patrizia porta in ufficio la schiscetta preparata, pesata, valutata a casa.

    L’area manager che solo tre settimane fa era adorato perché portava in ufficio brioches per tutti, ora è guardato con sospetto, evitato come il tentatore nel deserto.

    Al dispenser in buvette vanno a ruba acqua naturale e coca zero. Noccioline e Loacker?  slow mover.

    Dunque io, con spirito di emulazione e dopo una clothing in cui non mi piaceva niente per colpa del pannicolo adiposo impropriamente depositato sul mio giro vita durante l’inverno, venerdì mi sono messa a stecchetto. No pane no pasta no vino.

    Senonché maggio è una infilata di compleanni (il mio compreso) per cui mi domando come mai questa idea slim non mi sia venuta ad aprile.

    Parte la Simo, con il suo compleanno. Ma io sono solo al terzo giorno di mortificazione alimentare. Motivata come un eremita paleocristiano, non mi farò tentare da niente.

    Mi preparo a dribblare pop corn caramellati e marshmallow  alla griglia, panna montata e bevande gasate.

    Per fortuna il party non è alla Cascina Cuccagna, dove il tagliere di salumi è una commodity, ma a Palazzo Parigi. Le calorie lì non le fanno neanche entrare. Espulse dalla porta girevole se solo osano affacciarsi alla lobby. Gli snack sono costituiti da carotine croccanti e foglie verdine di una sorta di belga minuscola e arricciata. Il rumore sotto i denti simula il sound delle Pringles. Almeno il senso dell’udito è appagato.

    Le acque hanno bottiglie sofisticate e si mimetizzano bene tra le bollicine e il vino bianco. Si può bere acqua senza doversi giustificare.

    L’opzione Ozempic, farmaco di gran moda nella Milano snella, per me rimane sul tavolo delle risoluzioni miracolose ma inquietanti (Barbara, se è troppo facile, forse c’è un prezzo sconosciuto da pagare. Timeo Danaos et dona ferentes).

    Le convitate? Solo femmine. Riunite in una gustosa macedonia di amiche di sempre, di compagne di università, di mamme conosciute a scuola e rimaste nella rete amorosa anche se i figli hanno preso strade diverse, di donne in sintonia trovate durante progetti di lavoro.

    L’armonia è tangibile, il livello alto, l’allegria diffusa.

    Poi arriva la torta. Deliziosa e a piccole fette. Chi gusta un bis. Chi gusta il pasticcere, bello almeno come la torta. Auguri Simo!

  • Come sopravvivere al Salone del mobile

    Il Giachi ha sul terrazzo api anarco- sindacaliste che impollinano molto ma non producono miele. Non lavorano per il capitale.

    Come si comportano durante il Salone del Mobile questi insetti proletari? Curiosano in giro? Se la tirano dalla loro installazione? ignorano il fenomeno borghese?

    @Il_parods (su Instagram, molto divertente anche se un po’ fascistello come dice la Greta) fa una descrizione esilarante (e sarcastica, ça va sans dir) del creativo da fuorisalone. Certo lui, vestito tutto l’anno per la caccia alla volpe e alla guida del naftone, non ha empatia per lo stilista in Balenciaga che si muove con monopattino elettrico.

    Le amiche che vanno a lavorare si scambiano tattiche, ricette, trucchi per sopravvivere a questa settimana di traffico in cui pare ci siano a Milano più di 800 eventi. Dopo il milione di furgoncini in seconda fila dovremo dribblare il milione di cocktail nei dehors che invadono strade e marciapiedi. Se poi inaugura la Meloni, anche i blocchi della polizia.

    Tutte quelle che hanno potuto hanno organizzato trasferte fuori Milano dal 17 al 21 aprile: meglio store check a Napoli con auto a noleggio che la cerchia dei navigli con auto aziendale. Oppure una settimana in clausura da smart work, dato che là fuori, con il pretesto Design Week, occupa il marciapiede anche il bar dell’angolo con garantito effetto Oktoberfest.

    La Dani si è trasferita temporaneamente da sua sorella e ha affittato casa sul Naviglio per tutta la settimana. Ci rimedia quasi le vacanze estive. Io almeno un giorno fuori sede lo metto in conto.

    Trasversalmente tutti quelli che conosco, ex colleghe in crisi mistica, amiche in carriera, congiunti anarchici, celebrities danarose, hanno un brivido lungo la schiena da salone del mobile. E non pare un brivido di piacere (dai che svangata questa settimana ci sono due ponti a fila in cui scappare dalla città)

    Chissà se sarà come per le olimpiadi di Londra del 2012. Ricordo che tutti i londinesi erano terrorizzati dall’invasione massiccia che avrebbe stravolto la città, le strade, gli orari. E alla fine, ospitanti obtorto collo, si sono ritrovati a commentare emozionati i risultati e le medaglie con vicini di casa con cui non avevano parlato che del tempo per anni, a denti stretti in ascensore.

    Io, a piedi, ho dato un’occhiata alla via Durini super allestita e alla Rinascente; punto al Cortile della Meraviglia in zona Garibaldi per giovedì e alla Gen D in via Broggi per domani. Se riesco passo anche in Statale per gli allestimenti nel chiostro del Filarete.

    Se il tempo regge e uso la metropolitana va a finire che quasi me la godo.

  • Una storia milanese

    Trovarsi da Beniamino (alle 7,30 da me) è sempre gradevole.

    Divani accoglienti, alcool e salumi a sfidare il metabolismo (chissenefrega della dieta) e appagare il sensorio (che buona la coppa tagliata al coltello), amici colti (più finanza che letteratura) e divertenti (il giusto dai, son quasi tutti bocconiani).

    Ma questa volta, colpo di scena, finalmente un’ospite (anzi due) di sesso femminile, a tenere banco e tirare il filo della serata.

    Tiziana Ferrario (giornalista e inviata di guerra) ci racconta la storia di una donna (La bambina di Odessa) che pare la sceneggiatura di un film. Piena di tragedia e riscatto, amore e lutto, crepe e riparazioni.

    Nonostante le suggestioni guerresche del titolo (io ho pensato subito ai bombardamenti di questi mesi), si tratta di una storia italiana. Di più, di una storia milanese. Di quella Milano inquieta e spaventosa che io ricordo, bambina, negli anni ’70.  Una Milano in bianco e nero. Di conflitti, bombe e paura.

    Perché Lydia (la protagonista del libro che è romanzo e inchiesta ad un tempo) è la mamma di Roberto Franceschi, studente della Bocconi ucciso nel ’73 da un colpo di pistola sparato dalla polizia durante gli scontri con gli studenti.

    Nel racconto della Ferrario che prende la piccola Lydia per mano e la segue fino all’età adulta, ci sono il dolore per la perdita dei genitori, l’orfanotrofio, lo studio, l’amore, la scuola, l’uccisione del figlio (e la pena della sorella di Roberto, Cristina, che è la seconda ospite da Beniamino) il processo ventennale senza un colpevole, il monumento davanti alla Bocconi, poi donato alla città, la Fondazione.

    Mi sovvengono due suggestioni letterarie per questa via crucis.

    L’è sta un sass diceva il Pessina di Testori nel Dio di Roserio lavandosi le mani per la fatale caduta, da lui provocata, del gregario pericoloso, il Consonni, che scalava sul serio nella periferia nord milanese, dove la bici è metafora della vita.

    Un sasso, è stato colpito da un sasso si diceva di Roberto prima che la verità – in forma di proiettile – venisse a galla.

    E poi, forse perché ho un figlio al liceo, forse perché il periodo che prepara la Pasqua ci porta attraverso il Golgota alla più struggente delle pietà, rileggo Jacopone da Todi, nella Donna de Paradiso. Una delle Laude più belle di sempre. E mi commuovo con Maria e Lydia

    […] Figlio, l’alma t’è ‘scita,

    figlio de la smarrita,

    figlio de la sparita,

    figlio attossecato!

    Figlio bianco e vermiglio,

    figlio senza simiglio,

    figlio, a chi m’apiglio?

    Figlio, pur m’hai lassato!

    Figlio bianco e biondo,

    figlio volto iocondo,

    figlio, per che t’ha ‘l mondo,

    figlio, così sprezzato? […]

    La riparazione è frutto di tante medicine: la verità, la memoria, la poesia

  • Spigolare il tempo

    A volte i ritagli di tempo (rubati un po’ di nascosto) compongono un patchwork formidabile.

    Gli appuntamenti importanti (lavoro, famiglia, amici del cuore) occupano quasi tutta la nostra vita.

    Io poi, che ho bisogno di dormire otto ore per notte per essere felice e almeno sei per non sbadigliare sulla scrivania, non posso contare su notti brave in cui imparare una nuova lingua, suonare in una band o fare un secondo lavoro al pub.

    Eppure, pur così strizzata in 16 ore di veglia in cui infilare anche due ore di auto nel traffico e un’oretta per impostare la cena a due maschi tanto voraci quanto inattivi ai fornelli, talvolta riesco a spigolare qualche momento speciale.

    Strisciando nell’ombra, approfittando di un buco in agenda, abitando silenziosamente le intercapedini dei miei impegni, compongo una trama di delizie fatta di piccoli momenti inediti.

    Come Rut spigolava nel campo di Booz (sono molto Antico testamento in questo periodo, essendomi impegolata nella lettura di Singer), io raccolgo nelle pause i minuti per fare qualche cosa di inedito, non programmato, di cui non devo rendere conto a nessuno.

    Così, tra la fine della giornata lavorativa ma prima dell’ora di cena, posso infilare un aperitivo con la spumeggiante Sacco, che mi racconta della Fondazione Dude, o scegliere un quaderno nuovo nella cartoleria di corso Concordia. Mi capita a volte di pranzare al bar della scuola (a pochi metri dalla show room esiste un mondo normale, con zainetti al posto dei tacchi a spillo), dove credono io sia una prof perché sono l’unica che ha più di 14 anni (adoro questa impostura, spero non essere mai smascherata).

    Posso in quell’oretta farmi le mani da Flowers (cinesino di fronte all’ufficio) o far confezionare una canotta in seta (avete notato che non si trovano più canotte di seta?)  con foulard dismessi, dal sarto di viale Piave.

    Lunedì, sono volata al Poldi Pezzoli: la nuova direttrice, Alessandra Quarto, ha deciso di aprire in pausa pranzo con visite guidate di mezz’ora, ogni volta a raccontare un singolo capolavoro.

    Io qualche anno fa avevo letto sui Meridiani (avrei voluto fare una vacanza in Iran) che esisteva a Milano il Tappeto delle Tigri, uno dei più preziosi tappeti persiani esistenti in Europa, con trama e ordito in seta e vello in lana colorata: un giardino del paradiso fatto di piccoli nodi.

    Sfumato il viaggio esotico (aimè, mai andata in Persia), mi ero recata in via Manzoni (dal mio amico Giangiacomo, chi mi conosce sa) per vedere il tappeto. Ma nulla da fare. Troppo prezioso e troppo delicato, se ne stava nel deposito, nascosto alla polvere, alla luce, ai nostri occhi.

    Però lunedì, per un’ora, si poteva vedere. Ne ho ascoltato – io e un altro piccolo manipolo di spigolatori – la storia (“quella scritta nel bordo non è una preghiera, ma una poesia” … “il tappeto risale al 1570 e ci hanno messo tre anni a confezionarlo” … ”Giangiacomo lo ha acquistato alla fine dell’ottocento e lo ha appeso a fianco del camino”…” il restauro ha rivelato i fili d’argento dorato…”) e ho goduto (grazie Federica Manoli) di quel giardino incantato, pieno di belve feroci e piccoli leprotti, draghi e alberi fioriti.

    Così di mezz’ora in mezz’ora, spigolando qua e là, anche io disegno il mio trappeto segreto. Pieno di sorprese e incontri inattesi, su cui poggiano, inconsapevoli, i pilastri della mia vita.