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Come sopravvivere al Salone del mobile
Il Giachi ha sul terrazzo api anarco- sindacaliste che impollinano molto ma non producono miele. Non lavorano per il capitale.
Come si comportano durante il Salone del Mobile questi insetti proletari? Curiosano in giro? Se la tirano dalla loro installazione? ignorano il fenomeno borghese?

@Il_parods (su Instagram, molto divertente anche se un po’ fascistello come dice la Greta) fa una descrizione esilarante (e sarcastica, ça va sans dir) del creativo da fuorisalone. Certo lui, vestito tutto l’anno per la caccia alla volpe e alla guida del naftone, non ha empatia per lo stilista in Balenciaga che si muove con monopattino elettrico.
Le amiche che vanno a lavorare si scambiano tattiche, ricette, trucchi per sopravvivere a questa settimana di traffico in cui pare ci siano a Milano più di 800 eventi. Dopo il milione di furgoncini in seconda fila dovremo dribblare il milione di cocktail nei dehors che invadono strade e marciapiedi. Se poi inaugura la Meloni, anche i blocchi della polizia.
Tutte quelle che hanno potuto hanno organizzato trasferte fuori Milano dal 17 al 21 aprile: meglio store check a Napoli con auto a noleggio che la cerchia dei navigli con auto aziendale. Oppure una settimana in clausura da smart work, dato che là fuori, con il pretesto Design Week, occupa il marciapiede anche il bar dell’angolo con garantito effetto Oktoberfest.
La Dani si è trasferita temporaneamente da sua sorella e ha affittato casa sul Naviglio per tutta la settimana. Ci rimedia quasi le vacanze estive. Io almeno un giorno fuori sede lo metto in conto.
Trasversalmente tutti quelli che conosco, ex colleghe in crisi mistica, amiche in carriera, congiunti anarchici, celebrities danarose, hanno un brivido lungo la schiena da salone del mobile. E non pare un brivido di piacere (dai che svangata questa settimana ci sono due ponti a fila in cui scappare dalla città)
Chissà se sarà come per le olimpiadi di Londra del 2012. Ricordo che tutti i londinesi erano terrorizzati dall’invasione massiccia che avrebbe stravolto la città, le strade, gli orari. E alla fine, ospitanti obtorto collo, si sono ritrovati a commentare emozionati i risultati e le medaglie con vicini di casa con cui non avevano parlato che del tempo per anni, a denti stretti in ascensore.
Io, a piedi, ho dato un’occhiata alla via Durini super allestita e alla Rinascente; punto al Cortile della Meraviglia in zona Garibaldi per giovedì e alla Gen D in via Broggi per domani. Se riesco passo anche in Statale per gli allestimenti nel chiostro del Filarete.
Se il tempo regge e uso la metropolitana va a finire che quasi me la godo.
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Una storia milanese
Trovarsi da Beniamino (alle 7,30 da me) è sempre gradevole.
Divani accoglienti, alcool e salumi a sfidare il metabolismo (chissenefrega della dieta) e appagare il sensorio (che buona la coppa tagliata al coltello), amici colti (più finanza che letteratura) e divertenti (il giusto dai, son quasi tutti bocconiani).

Ma questa volta, colpo di scena, finalmente un’ospite (anzi due) di sesso femminile, a tenere banco e tirare il filo della serata.
Tiziana Ferrario (giornalista e inviata di guerra) ci racconta la storia di una donna (La bambina di Odessa) che pare la sceneggiatura di un film. Piena di tragedia e riscatto, amore e lutto, crepe e riparazioni.
Nonostante le suggestioni guerresche del titolo (io ho pensato subito ai bombardamenti di questi mesi), si tratta di una storia italiana. Di più, di una storia milanese. Di quella Milano inquieta e spaventosa che io ricordo, bambina, negli anni ’70. Una Milano in bianco e nero. Di conflitti, bombe e paura.
Perché Lydia (la protagonista del libro che è romanzo e inchiesta ad un tempo) è la mamma di Roberto Franceschi, studente della Bocconi ucciso nel ’73 da un colpo di pistola sparato dalla polizia durante gli scontri con gli studenti.
Nel racconto della Ferrario che prende la piccola Lydia per mano e la segue fino all’età adulta, ci sono il dolore per la perdita dei genitori, l’orfanotrofio, lo studio, l’amore, la scuola, l’uccisione del figlio (e la pena della sorella di Roberto, Cristina, che è la seconda ospite da Beniamino) il processo ventennale senza un colpevole, il monumento davanti alla Bocconi, poi donato alla città, la Fondazione.
Mi sovvengono due suggestioni letterarie per questa via crucis.
L’è sta un sass diceva il Pessina di Testori nel Dio di Roserio lavandosi le mani per la fatale caduta, da lui provocata, del gregario pericoloso, il Consonni, che scalava sul serio nella periferia nord milanese, dove la bici è metafora della vita.
Un sasso, è stato colpito da un sasso si diceva di Roberto prima che la verità – in forma di proiettile – venisse a galla.
E poi, forse perché ho un figlio al liceo, forse perché il periodo che prepara la Pasqua ci porta attraverso il Golgota alla più struggente delle pietà, rileggo Jacopone da Todi, nella Donna de Paradiso. Una delle Laude più belle di sempre. E mi commuovo con Maria e Lydia
[…] Figlio, l’alma t’è ‘scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossecato!
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, a chi m’apiglio?
Figlio, pur m’hai lassato!
Figlio bianco e biondo,
figlio volto iocondo,
figlio, per che t’ha ‘l mondo,
figlio, così sprezzato? […]
La riparazione è frutto di tante medicine: la verità, la memoria, la poesia
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Spigolare il tempo
A volte i ritagli di tempo (rubati un po’ di nascosto) compongono un patchwork formidabile.

Gli appuntamenti importanti (lavoro, famiglia, amici del cuore) occupano quasi tutta la nostra vita.
Io poi, che ho bisogno di dormire otto ore per notte per essere felice e almeno sei per non sbadigliare sulla scrivania, non posso contare su notti brave in cui imparare una nuova lingua, suonare in una band o fare un secondo lavoro al pub.
Eppure, pur così strizzata in 16 ore di veglia in cui infilare anche due ore di auto nel traffico e un’oretta per impostare la cena a due maschi tanto voraci quanto inattivi ai fornelli, talvolta riesco a spigolare qualche momento speciale.
Strisciando nell’ombra, approfittando di un buco in agenda, abitando silenziosamente le intercapedini dei miei impegni, compongo una trama di delizie fatta di piccoli momenti inediti.
Come Rut spigolava nel campo di Booz (sono molto Antico testamento in questo periodo, essendomi impegolata nella lettura di Singer), io raccolgo nelle pause i minuti per fare qualche cosa di inedito, non programmato, di cui non devo rendere conto a nessuno.
Così, tra la fine della giornata lavorativa ma prima dell’ora di cena, posso infilare un aperitivo con la spumeggiante Sacco, che mi racconta della Fondazione Dude, o scegliere un quaderno nuovo nella cartoleria di corso Concordia. Mi capita a volte di pranzare al bar della scuola (a pochi metri dalla show room esiste un mondo normale, con zainetti al posto dei tacchi a spillo), dove credono io sia una prof perché sono l’unica che ha più di 14 anni (adoro questa impostura, spero non essere mai smascherata).
Posso in quell’oretta farmi le mani da Flowers (cinesino di fronte all’ufficio) o far confezionare una canotta in seta (avete notato che non si trovano più canotte di seta?) con foulard dismessi, dal sarto di viale Piave.
Lunedì, sono volata al Poldi Pezzoli: la nuova direttrice, Alessandra Quarto, ha deciso di aprire in pausa pranzo con visite guidate di mezz’ora, ogni volta a raccontare un singolo capolavoro.
Io qualche anno fa avevo letto sui Meridiani (avrei voluto fare una vacanza in Iran) che esisteva a Milano il Tappeto delle Tigri, uno dei più preziosi tappeti persiani esistenti in Europa, con trama e ordito in seta e vello in lana colorata: un giardino del paradiso fatto di piccoli nodi.

Sfumato il viaggio esotico (aimè, mai andata in Persia), mi ero recata in via Manzoni (dal mio amico Giangiacomo, chi mi conosce sa) per vedere il tappeto. Ma nulla da fare. Troppo prezioso e troppo delicato, se ne stava nel deposito, nascosto alla polvere, alla luce, ai nostri occhi.
Però lunedì, per un’ora, si poteva vedere. Ne ho ascoltato – io e un altro piccolo manipolo di spigolatori – la storia (“quella scritta nel bordo non è una preghiera, ma una poesia” … “il tappeto risale al 1570 e ci hanno messo tre anni a confezionarlo” … ”Giangiacomo lo ha acquistato alla fine dell’ottocento e lo ha appeso a fianco del camino”…” il restauro ha rivelato i fili d’argento dorato…”) e ho goduto (grazie Federica Manoli) di quel giardino incantato, pieno di belve feroci e piccoli leprotti, draghi e alberi fioriti.
Così di mezz’ora in mezz’ora, spigolando qua e là, anche io disegno il mio trappeto segreto. Pieno di sorprese e incontri inattesi, su cui poggiano, inconsapevoli, i pilastri della mia vita.
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Riflessioni Sanremesi
Io Sanremo non sono riuscita a seguirlo come avrei voluto.

Un po’ perché Erri, proprietario geloso del divano e del telecomando, mi ha boicottata a favore di controprogrammazioni snob e insignificanti.
Un po’ perché sono uscita con le mie amiche proprio la prima sera, quella del monologo della Ferragni.
Mentre eravamo in attesa che si accendessero le stelle del Planetario (ci siamo date appuntamento sotto la volta di un cielo scintillante che solo dinosauri milanesi di un milione di anni fa avrebbero potuto ammirare) una di noi dava bidone perché sbagliava giorno (Patri, speriamo di non trovarti sola al parco giovedì prossimo) e un’altra veniva licenziata a sorpresa via teams – insieme a tutti i colleghi europei – per cambio strategia aziendale (non è colpa vostra guys, solo gestiremo tutto dagli Stati Uniti: potete tenervi il PC e il telefono).
Quindi le inquietudini della piccola Chiara mi sono passate in secondo piano, perché avevamo da gestirne di più consistenti.
Sistemato anche l’intervento chirurgico di un amico (dai Anna che anche questa volta l’abbiamo svangata) e l’interrogazione di latino del Fede (non so se da grande scriverà una lettera a sé stesso piccolo che va in montagna anziché studiare Petronio) rimango dell’avviso che i monologhi portatori di grandi messaggi festivalieri (razzismo, femminismo, maternità, inclusione, salute mentale) svaporeranno in un batter d’occhio.
E a portarsi a casa il merito di aver contribuito a dare voce a un costume che evolve, saranno state le canzoni (quelle belle, eterne, che le inquietudini e le paure e l’amore e la fragilità le mettono in poesia) e gli abiti che hanno sdoganato la libertà di espressione a colpi di cristalli, gonne, anfibi, smalti, indossati indistintamente da ragazzi quasi nudi o supervestiti e da ragazze supervestite o quasi nude.
Gli artisti, armati delle loro note e protetti dalle loro armature di tessuto colorato, hanno vinto la crociata, senza bisogno del soccorso di Pisa (che arriva a battaglia finita, come i pisani a Gerusalemme quando i genovesi avevano già fatto tutto): biondo, tatuato e dal vivace impeto baciatorio si prende la scena l’egocentrico principe consorte – senza cantare, né presentare, né suonare o pagare il biglietto.
Io una letterina, fossi Chiara, la scriverei a suo marito bambino. Che per una sera poteva stare al suo posto.
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L’eredità delle parole
Paolo (professore di lettere) non parlava mai di Pubbliche Relazioni

(inglesismo stonato a suo parere) ma di Relazioni Pubbliche: l’aggettivo segue il sostantivo nell’italico idioma.
Io, da quando lo ho conosciuto, non dico più macchina, ma automobile. Se sono di fretta dico auto.
Renato aveva un eloquio divertente e fanciullesco. Dal suo vocabolario ho mutuato l’aggettivo (molto usato ahimè, frequento brutte compagnie) rimbambito. Ormai è parola mia.
Camilla, quando descriveva le collezioni e i loro spunti, parlava di significati. Da allora (è stata un mio PM più di 15 anni fa in Armani) io ho sempre significati nelle mie collezioni.
Così riflettevo sul fatto che le persone che hanno fatto parte della nostra vita, insieme a batticuore, lacrime, soddisfazioni e tradimenti, ci hanno lasciato anche un vocabolario.
E se è vero che il pensiero si articola con le dimensioni delle nostre parole, se quello che siamo capaci di pensare è quello che siamo capaci di dire, allora costoro non solo fanno parte del nostro cuore e della nostra esperienza, ma sono un pezzetto del nostro cervello. Le parole si fanno materia. Grigia.
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Shooting fuori porta

In show room non c’è spazio per scattare. Tutti i piani sono full per la campagna vendite. Clienti, modelle, venditrici, visual, area manager. Uomo e Donna in contemporanea. Collezioni sontuose che non finiscono più.
Ho visto una vestierista fare una breve call dal bagno del back office, per l’occasione trasformato in piccolo privé compreso di grucce, codici, struttura di collezione. Mancava solo la scrivania di Napoleone, quella portatile, che montava nel campo di battaglia.
Non c’è un centimetro disponibile per il lavoro sporco. E gli scatti per la CV di gennaio dove li facciamo?
Si va in campagna: allestiremo un set fotografico in Industria.
La partenza da Goldoni fa già un po’ gita: ci si trova alle 8 in ufficio e il fotografo fa anche da driver. Si caricano i fondali, le macchine fotografiche, i computer, l’assistente, la vestierista.
Quando arriviamo lo spazio è pronto. Tutto bianco e tranquillo. La statura media dei lavoratori in fabbrica è standard. Non sali in ascensore con bronzi di Riace in canottiera, diretti al terzo piano per trucco e parrucco. Né con modelle infinite che ondeggiano su tacchi vertiginosi.
Ci parte un attacco di autostima poderoso: sono tutti alti come me, indossano scarpe da ginnastica, felpe morbide e pure il camice bianco se si dirigono in sartoria.
Mi sento anche belloccia va là. Sensazione quanto mai improbabile in Goldoni, dove lo standard va da Monica Bellucci in su.
Dove sono le foto dello storico? Dobbiamo recuperare la cesta delle scarpe da fotografare, che sono ancora in Ufficio Prodotto! Lo troviamo un pannello in polistirolo? E gli spilli per fissare il nastro di un marsupio? Serve un foglio bianco per schermare il riflesso di una fibbia! E un pennarello rosso per segnare i capi scattati!
Mettiamo un segno sulla base del limbo per posizionare le sneackers sempre nella stessa posizione (è come a teatro! Con il segno sul palcoscenico per gli attori!)
Tutto molto pratico, operativo, manuale.
Il fotografo (tennista, per altro) è gentile, esperto, sorridente, problem solver.
La vestierista (giovane e carina, lei sta bene anche in Goldoni) è veloce, curiosa, capace.
Mi sento un po’ in uno di quei film americani in cui il cinico manager eredita per caso un podere in Provenza e poi pigia il vino e buca con l’Apecar e si innamora della barista del borgo (che in realtà è la castellana ma hippy e bella come Brigitte Bardot) e diventa buono e gentile.
Nel film non si vede se dopo tre settimane sull’Apecar scassata il manager rimpiange la Tesla . Io lunedì torno in Show Room. Ma lo shooting fuori porta mi ha messo di buon umore. La mensa è così esotica rispetto alla Sissi o al Pandenus. Mi è mancato solo il barista/hippy/aristcratico perché il caffè lo abbiamo preso alla macchinetta. Vabbè Lonate Pozzolo non è la Provenza.
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Luci e ombre ambrosiane
Quest’anno il ponte di sant’Ambrogio lo passiamo a Milano.

Le nuove protesi al titanio di Erri escludono piste da sci e scarpinate in città d’arte.
Quindi la villeggiatura la facciamo dietro casa. E alla fine la città schiude porte misteriose e ci riserba luoghi pieni di fascino.
Partiamo con la diffusa della Scala, la sera del 7 dicembre. Silvia (se non avesse fatto il dottore sarebbe stata una superba organizzatrice turistica) prenota il Boris Godunov al Beccaria, carcere minorile alla periferia sud della città.
E’ la prima volta che ci vado. Dentro c’è un teatro, Puntozero, allestito con le poltroncine rosse dismesse dalla Scala.
Ci godiamo (beh, insomma, tutta in russo, nessuna storia d’amore, manco un’aria che ti rimanga nelle orecchie) l’opera di Mussorgsky sedute sul velluto rosso che è stato del Piermarini.
L’effetto di essere alla prima è davvero realistico: orecchie, occhi e terga sono in collegamento multisensoriale con Chailly. All’intervallo ci servono caffè e brioscine. Con una gentilezza e una grazia che fanno da contraltare alla potenza baritonale dello zar infanticida che tuona sul palcoscenico.
L’arte arriva fino là dentro e ci trascina con lei a varcare confini tristi che non avremmo avvicinato. Usciamo contente e turbate mentre una pesante porta di ferro su chiude alle nostre spalle e una grande luna illumina la strada.
La contaminazione, gli incubi, l’aspirazione alla redenzione, la paura delle tenebre, ci seguono anche nelle tavole di Bosch, a cui è dedicata una mostra imperdibile a Palazzo Reale.
La raggiungiamo domenica aggirando il sagrato del Duomo, blindato, e dribblando un sacco di Alpini (ci deve essere una messa a loro dedicata).
Massimo D’Antico, lo storico dell’arte che ci accompagna, commenta sornione la folla in fila per entrare alla mostra: gli avventori saranno attirati dai mostriciattoli del fiammingo, senza comprenderne la complessità teologica, l’influenza delle confraternite, le citazioni classiche. Io abbozzo e faccio finta di niente. Anche io non so quasi niente di Bosch e sono attratta dai pesci volanti, dalle teste con i piedi, dai mostri che vomitano dannati: un caos pieno zeppo di figure minute dipinte in modo sublime e originalissimo. Per fortuna noi abbiamo Massimo che ce le spiega.
Un Freud ante litteram che ha usato il pennello anziché la penna per rappresentare incubi, sogni, tentazioni, punizioni. Un brivido ci corre lungo la schiena. Forse è un po’ psichiatrico. In ogni modo ci viene una voglia intensa di paganesimo romano.
Scappiamo dal rinascimento fiammingo e fuori c’è il sole, il cielo blu, la facciata splendente del Duomo nel suo bianco di Candoglia. Facciamo l’albero di Natale (che bello ritrovare la pallina di vetro comprata a Venezia, quella tutta brillante di Cracovia e gli angioletti di pasta fatti dal Fede alle elementari).
Ci buttiamo in riti profani, nella coda da Uniqlo (ma la collabo con Marni? Compro un paio di pantaloni verdissimi di velluto e calzini a righe), nello shopping low cost da Bershka per il Fede, nell’ammirazione di tutti gli alberi illuminati, da quello di Chanel in Cordusio allo Swarovski in Galleria.
Sabato piscina per tenerci in forma. Annulliamo ogni beneficio con cena pantagruelica da Paola e vernissage casa-nuova-ad-alto-tasso-alcolico da Patri.
Il ponte di sant’Ambrogio a Milano è promosso. Pieno di alti e di bassi. Di buio e di luce. Di calorie e bracciate. Di sorprese. E di speranza, in attesa del Natale.
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Aristocrazia omeopatica

Un palazzo in città, una casa al lago, un palco alla Scala, una tomba al Monumentale: ecco i must have di una famiglia aristocratica milanese nel 1800.
Sentire Franco Pulcini (scrittore, critico musicale, professore al conservatorio) dall’abito grigetto ma dall’anima e dalla lingua caleidoscopiche, è meglio che leggere Novella 2000: lì nel palco Confalonieri, si trovavano i carbonari; in quell’altro stava la contessa Antonietta Fagnani Arese, l’amante di Foscolo, quell’ “amica risanata” che abbiamo studiato al liceo. E poi vicino al proscenio, nei palchi degli Asburgo (che sono come un duplex dato che non hanno divisione interna anche se hanno due ingressi) il generale Radetzky (quello della marcia) faceva presenza anche se pare non fosse così interessato alla musica.
Amori, intrighi, politica, gioco d’azzardo. Alla Scala, dove il palco era uno status symbol, lo spettacolo più importante non sempre era sulla scena.
I palchi del primo e del secondo ordine, i più richiesti.
Il lato sinistro un po’ più snob del destro.
Quelli vicino al proscenio meglio (per essere visti naturalmente, non per vedere o sentire meglio).
Gli specchi degli arredi privati (perché il palco era tuo, te lo potevi arredare) non solo per sistemarsi la toilette, ma anche per spiare senza essere visti.

In piccionaia stavano gli spettatori “senza guanti” di composizione molto diversa rispetto all’alta nobiltà lombarda che popolava i prestigiosi ordini inferiori.
Al palco 18 (proprio di fianco al Palco Reale), secondo ordine lato sinistro (quello dove ci si divertiva di più seguendo il giro di amanti, contesse, ballerine), c’era Gian Giacomo Poldi Pezzoli (quello della casa Museo in Via Manzoni).
Dunque proprio Gian Giacomo Poldi Pezzoli (patriota, colto, collezionista) è il motivo per cui io me ne sto allegramente seduta nel ridotto dei palchi Arturo Toscanini a sentire i racconti dettagliati di Pulcini che ha messo mano agli archivi della Braidense e a quelli del Teatro per ricostruire la storia di tutti i palchi, almeno fino al 1920, quando sono stati espropriati “per pubblica utilità” (pagando però generosamente gli ex proprietari).
Io sto al Poldi Pezzoli come uno scugnizzo napoletano sta a Maradona. Amica. Tifosa. Grupie.
Lui, Gian Giacomo, non ne è perfettamente consapevole (è morto nel 1879), ma io della sua casa museo seguo i programmi, giro per la sale, guardo le tele. E’ il mio numero dieci.
Quando il Fede era piccolo lo ho portato nella sala delle armi, al piano terra, tra lance, armature e spade.

Con Silvia (e le sofisticate signore sostenitrici del museo, con casa in via Borgonuovo e capanno alla
Giudecca) ho fatto un viaggio a Roma memorabile. Con Stefano Zuffi (presidente degli Amici del Museo e fratello dell’amica Marta) abbiamo scoperto in un trekking urbano, le bellissime architetture del dopoguerra in giardini nascosti in porta Romana.
Con patrimonio infinitesimale, godo di quasi tutti i must have dei nostri concittadini, antenati, illustri.
Io ho quasi un Palazzo in città (in via Manzoni, al 12). Non è proprio mio ma ci posso andare quando voglio. Al lago vado in moto con Erri. Al Cimitero Monumentale entro da viva, per passeggiare tra le dimore eterne scolpite da Canova o Fontana (e forse me la godo anche di più rispetto ai titolari sepolti sotto tanto marmo). E alla Scala, in quei palchi pieni di memoria e avventure, vado appena posso.
Mi sento una aristocratica omeopatica.
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Stagisti sull’orlo di una crisi di nervi

Lorenzo, il figlio di Rita, dopo due anni a Londra e uno a Milano (a partita IVA naturalmente, come fosse un professionista di successo) ha deciso di cambiare agenzia. Nonostante la mamma commercialista non emettesse fattura per assistere il figliuolo, la micro retribuzione non consentiva sopravvivenza.
Luca, figlio di Paola, piccolo talento del 3D, preso in stage a disegnare paesaggi distopici per videogames post apocalisse, ha deciso di lavorare tre giorni alla settimana dall’ortofrutta e fare il free lance per il resto della settimana. Ha l’ambizione insensata di mantenere la sua stanza in affitto a Milano senza pesare troppo sulla sua famiglia che vive fuori città.
Laura, stagista della moda, saprà se verrà riconfermata per altri sei mesi solo alla scadenza del suo contratto. Meglio che non dorma sugli allori e rimanga in ansia fino all’ultimo minuto.
Lo stagista non ti impegna, è leggero come quelle piante dalle radici aeree che rotolano nel deserto. Talmente precario che non è toccato dai problemi di cui si dibatte in città.

Lo sventurato stagista non ha problemi con l’aera B: non potrebbe mai pagarsi un’automobile a Milano.
Lo snello stagista non conosce il rischio obesità. Si sottoalimenta al Carrefour dove non paga con il ticket restaurant. Il suo contratto non lo prevede.
L’atletico stagista parcheggia la bici scassata in Gae Aulenti. La microcriminalità ignora il suo catorcio a due ruote che rischia piuttosto di essere rimosso da un vigile per oltraggio al decoro urbano.
Sento continuamente nel nostro quotidiano parlare dei giovani, su cui pare concentrarsi tutta la l’attenzione di noi adulti:
La moda segue il trend streatwear. Il second hend. Il customizzato. Il green. Il curvy.
A una generazione smarrita che cerca una propria identità di sesso, di appartenenza, di cultura (mai così forte la domanda di assistenza psicologica) si offrono orecchini da uomo, smalti per unghie genderless e fondotinta dalla palette colori infinita (fluidi ma con ricaduta sulle vendite).
Il gaming è sul tavolo delle sarte: se proprio si deve rimanere confinati nove ore al giorno con la playstation, lo si faccia con una felpa adeguata.
La comunicazione si deve fare veloce, frammentaria, immaginifica. La politica parruccona inizia a usare tik tok.
Ma stare dalla parte dei ragazzi non è invadere la loro cameretta come adulti grotteschi che si lanciano nel metaverso fingendo che sia una figata.
Forse pagare il loro lavoro in modo adeguato, avere rispetto dei loro sogni, del loro tempo, dei loro progetti, dare radici solide perché possano andare lontano non sarebbe un modo più adulto e efficace di parlare alla generazione Z? mollare il joystick e mettere mano al portafoglio? Far fare i ragazzi ai ragazzi e provare a comportarsi da adulti?
Sia Lorenzo che Luca, annunciate le proprie dimissioni, sono stati pregati di restare. Su di loro, così bravi, c’erano grandi progetti. Che però sono saltati fuori solo quando era troppo tardi. Cioè dopo averli delusi e discretamente affamati. In ogni modo i progetti erano molto più consistenti della busta paga. Anche al momento del rilancio intendo, cosicché il rischio rimpianto si è ridotto al lumicino. E la tridimensionale analogica ortofrutta è sembrata più concreta (al fine di pagare l’affitto) del virtuale 3D.
Bacchettati i bamboccioni, sconfitta la povertà, messo all’angolo i fannulloni, oggi si scopre che i giovani sono infedeli. Ma perché dovrebbero essere fedeli ai loro datori di lavoro che si comportano come caporali? Per fortuna i ragazzi sono belli. Per fortuna c’è il Milan, l’amore, gli amici, la musica. E il futuro.
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Una sera alla Scala
La mia prof di italiano delle medie diceva che una serata alla Scala ogni

tanto, può tenere in piedi un matrimonio. Non credo che valga per il mio di matrimonio (Erri è meglio portarlo a Wimbledon se voglio fare progetti a lungo termine: sempre di tempio si tratta, ma con attori che usano meglio il braccio che l’ugola).
In ogni modo un paio di settimane fa il Giachi mi ha invitato a vedere Fedora.
Io alla Scala andrei anche a sentire la lettura dell’elenco telefonico, quindi ho accettato con entusiasmo, anche se dell’opera non conoscevo niente. Di Umberto Giordano poi (dopo Verdi e Puccini per me tutto il resto è nicchia), se non ci fosse stata la prima di Andrea Chenier qualche anno fa, avrei saputo ancora meno.
Appuntamento davanti al teatro. Io arrivo a piedi dall’ufficio, mio fratello con la bici che lega in via Filodrammatici. La serata è tiepida anche se è già metà ottobre. Mi dispiaccio per il pianeta (probabilmente finiremo arrosto prima di arrivare alla pensione) ma nell’immediato mi pare una favola.
Il giorno prima, lettura necessaria del libretto. E’ vero che ci sono i testi sul display, ma a me non piace distogliere lo sguardo dalla scena mentre gli attori, non sempre così intellegibili nella pronuncia delle parole, cantano. La trama è talmente complicata, tra spie, tradimenti, assassinii, equivoci, che senza un po’ di preparazione sarebbe difficile capirci qualcosa. Anche per l’ispettore Barnaby.
Essendo che si trattava della prova generale, eleganti sì, ma non troppo. Il Giachi ha ritenuto che un look da matinée fosse adeguato. Io ho approvato.
Il pubblico fa scelte variegate. Ci sono quelli che fanno gli sportivi disincantati e arrivano, credendo di essere cool, con la felpa sgualcita e le sneacker luride (miserabili anche per un trasloco, figuriamoci per entrare in quel teatro). Non ci siamo proprio. Il contrasto con le finiture dorate, i velluti, i lampadari, la cura di centinaia di persone per montare lo spettacolo è talmente stridente che ti verrebbe voglia di buttarli fuori e gettarli nelle tenebre (evangeliche) dove sarà pianto e stridore di denti.
Mi fanno molta più tenerezza i ragazzi con la giacca troppo grande, prestata dal papà o da un amico, alcuni addirittura con il papillon (alla prova generale il papillon lo portano solo i camerieri del bar), accompagnati da ragazze con i tacchi troppo alti o le gonne troppo corte. E’ la loro prima volta alla Scala. E nelle loro mise un po’ goffe ed eccessive c’è tutto il rispetto, la trepidazione, l’aspettativa per il debutto nel tempio della lirica. Come è preferibile sbagliare per troppo rispetto che per troppa supponenza!
Le migliori sono, al solito, le sciure, habitué del teatro e con cultura musicale a prova di loggione. Sono arrivate in tram o metropolitana, vestite di nero e grigio, con una spilla sul golfino e scarpe tacco 5.
Ne abbiamo due esemplari magnifici (e generosi di aneddoti) nel nostro palco di terzo ordine. Una, minuta, dotata di caramelle gommose e sciolte (per non fare rumore di carta durante la recita) che ha recuperato la pellicola del ’42 con Loris Ipanov interpretato da Amedeo Nazzari e Fedora dalla Ferida. L’altra, più imponente e risoluta, ci segnala che stiamo rivedendo un Roberto Alagna (è lui il nostro Loris) sul palco scaligero dopo 16 anni: durante una recita di Aida, aveva piantato a metà lo spettacolo per via dei fischi dal loggione e non era più tornato a Milano. Il suo sostituto era stato cacciato in jeans sul palco (tutti gli altri attori brillavano nei costumi dorati dei faraoni) senza neanche avere il tempo di darsi un filo di trucco o scaldare la voce.
Poi un bicchiere di vino nel ridotto durante l’intervallo. E la passeggiata a chiusura del sipario chiacchierando per riprendere l’automobile. Cosa ne pensiamo dei riferimenti a Magritte? Alcune scene riproducevano i suoi quadri. E dei costumi del terzo atto? Brutti dai, con i fuseaux e le scarpe da ginnastica. Bocciata la tele a colori del primo atto (da Martone mi sarei aspettata di più). Però l’intermezzo musicale a scena chiusa, uno splendore, un godimento assoluto. E anche il libretto, bello vero? Con l’aria della donna russa (angelo e serpe, zingara e regina) e dell’uomo parigino (farmaco biondo, tossico blando).
Una serata che è stata uno spettacolo. Dentro ma anche fuori dalla scena. Forse aveva ragione la prof di italiano. Una serata alla Scala può tenere in piedi un matrimonio. Anche se ci vai senza tuo marito. Grazie fratellino.
