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Salus per aquam: microcomunità in spogliatoio

Al sabato vado a nuotare. Ho iniziato quando il Fede era piccolo. Non potevo sopportare di aspettare sugli umidi spalti, impegnata in conversazioni insulse o in bagni di vapore, mentre lui imparava a stare a galla.
Così abbiamo trovato una ottima soluzione: lui a lezione (insieme a 2 cugini con la maestra Micaela) e io a fare qualche vasca nelle corsie del nuoto libero, insieme a Silvia e Alessandra, mamme degli altri due Fantastici tre (come dopo anni abbiamo scoperto fossero catalogati Fede, Franci e Cate alla Piscina Anna Frank, da poco finalmente riaperta dopo anni di chiusura ).
Poi il Fede è diventato grande. Lui e il Franci (cugino fraterno) prima hanno lasciato lo spogliatoio delle femmine per gestirsi da soli in quello dei maschi (e noi fuori ad aspettare friggendo, mentre loro giocavano a gavettoni con le cuffie di lattice sotto la doccia e uscivano con la t-shirt indossata al contrario) e infine hanno lasciato proprio la piscina.
Ma io non ho ma smesso di tuffarmi in quelle (e molte altre) corsie d’acqua, macinando vasche e pensieri, a stile libero, a rana, solo braccia, solo gambe, seguendo un protocollo tutto personale che annienta le preoccupazioni e mi porta un benessere psicofisico che neanche una giornata di shopping o un week end nelle Langhe riescono a darmi.
Le compagne di spogliatoio, che hanno bene o male i nostri orari e bene o male la nostra anima, sono discrete, sorridenti e formano una piccola comunità che si nutre di pochi minuti di empatia, moltiplicati per una infinità di sabati.
Un sorriso al phon (sono nuovi, come funziona la chiavetta?), lo scambio di uno sguardo sotto la doccia (ho dimenticato il balsamo, me ne presti un po’? sei il mio salvagente), il commento sugli orari estivi o sul colore di un costume nuovo.
C’è la ballerina che nuota con il trucco idrorepellente e un costume bellissimo che è un arcobaleno di colori. L’unica che pare in palcoscenico anche in vasca.
La donna con il pancione che presto vedremo portare un cucciolo a nuotare (sarà maschio o femmina?). Le mamme che accompagnano i bambini al corso di nuoto (come noi, fino a una decina di anni fa, che tenerezza), le ragazze che vengono tre volte a settimana e hanno il fisico di un delfino.
Di queste donne non sappiamo quasi nulla. Di pochissime sappiamo il nome (la ballerina si chiama Sabina, ma lo ho scoperto solo pochi giorni fa), di quasi nessuna la professione (una fa i turni: potrebbe essere un cardiochirurgo o una operaia all’altoforno; un’altra è ingegnere alle ferrovie e lo scopriamo perché, a fronte di una lamentela sui ritardi di Trenord, spiega la faccenda del binario unico e della incredibile quantità di vagoni che transitano da Cadorna). Sono sposate? Single? Di certe vediamo i figli. Delle altre non sappiamo se ne abbiano. O se ne abbiano mai desiderati.
Eppure in quei minuti, in quella condivisione di spogliatoio, in quei movimenti minuti in cui siamo così uguali (un po’ nude, con i capelli bagnati, a cercare la spazzola, a sistemare l’accappatoio, isolate dal mondo esterno, sanificate da 50 minuti di immersione in un liquido tiepido, senza gravità terrestre e gravità di pensieri, felici allo stesso modo, delle stesse sensazioni) io sento di fare parte di una comunità piccola e affettuosa. Un senso di empatia che raramente trovo altrove. La sensazione magnifica di appartenere a qualcosa. Qualcosa di simile all’umanità. O alla fratellanza. Possibile che bastino 50 vasche?
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Vedi Napoli e poi muori
Come Goethe , dopo il suo viaggio in Italia, io torno a Milano sapendo che mai potrò essere davvero infelice durante l’inverno prossimo venturo , perché il mio pensiero potrà tornare a Napoli.

Tre giorni di pura sorellanza (Silvia e Alessandra erano con me), armonia, arte e bellezza.
E anche divertenti aneddoti di milanesi al sud.
Di Napoli in verità (vista parecchie volte di sfuggita, di passaggio, per lavoro, andando a Pompei, imbarcandomi per la Sicilia) avevo comunque molte suggestioni.
Tramite la mia amica Susi (cocktail metameridionale di Roma Caserta Napoli, benché abbia smesso di gattonare già sull’alzaia del Naviglio) che ci delizia da anni con pizza di scarole e vocali chiuse.
Tramite le canzoni di Bennato e Pino Daniele.
Tramite il cinema di Martone (che struggimento l’ultimo Nostalgia), i goal di Maradona e gli occhi di Leopardi.

Benché pensassimo di essere perfettamente mimetizzate con la popolazione locale (non indossavamo le friulane, non pagavamo con Satispay, non chiedevamo caffè d’orzo in tazza grande) ci hanno sgamate dappertutto.
Un venditore ambulante di biancheria intima in via Toledo ci ha inseguite proponendoci “calzini senza glutine”, ritenendo evidentemente la celiachia una enteropatia nordica.
Alessandra, sempre la più desiderosa di integrazione (per altro di magrezza incompatibile con l’alimentazione e l’immaginario meridionale) ha chiesto ad alta voce dove fosse finita la guida, apostrofandola “la Deborah”. Quell’articolo di fronte a nome proprio ha risuonato nella cavità della Napoli sotterranea come un ruggito in mezzo a un branco di impala. Neanche l’acca finale, muta ahimè, ha salvato la sua copertura.
Sedute al Gambrinus per la colazione della domenica, abbiamo storto un po’ il naso per la schiuma nel latte macchiato. “Qui lo serviamo in tazza” ha detto il cameriere, pensando che noi lo volessimo nel bicchierone di vetro dei bar corrivi della periferia lombarda anziché nella sua bella porcellana.
Al Teatro San Carlo ho chiesto quanto costasse un posto nel palco reale (700 euro circa btw) sotto gli occhi severi di mia sorella piccola che mi ha guardato manco fossi il milanese imbruttito. Nel palco secondo lei ci devono andare solo su invito le personalità che se lo meritano. Chi ci va comprandolo è un cafone. Forse ha ragione.
La Galleria Umberto I, gemella della nostra Vittorio Emanuele, ospita l’Euronics al posto di Prada, Il Mc Donald al posto del Savini. Qui, mi spiace, non c’è gara.
Ci hanno corteggiate con ironia tutti i taxisti (mariti e figli a casa? Siete delle fuoriclasse!), gli edicolanti (già partite?) e i camerieri (ora fate le isole?) della città.
Portiamo a casa le sfogliatelle di Ciro e un paio di centimetri in più nel giro vita, nonostante i 20.000 passi giorno. Da domani in piena fashion week, torniamo a sgranocchiare semi.
La campagna ADV Dolce&Gabbana fotografata a Napoli mi pare oggi molto più bella della scorsa settimana.
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Il mio regno per una pashmina

Quando ho iniziato a lavorare in Armani, una quindicina di anni fa, i due progetti più importanti che ho seguito, sono stati l’intimo uomo per un mega lancio negli Stati Uniti, e EA7, una nuova linea che avrebbe dovuto coprire il segmento Active /Sport nell’universo variegato di Re Giorgio.
Entrambi i progetti sono stati un vero successo, ma un segmento formidabile che mi sono trovata a guidare quasi a corollario dei due obiettivi principali, è stato quello dell’accessorio tessile: sciarpe, cravatte, foulard, cappelli, guanti. Di cui ahimè conoscevo ben poco.
Specialiste di prodotto di tutto questo mondo molto comasco, molto serico, molto liquido (in Armani tutto deve essere liquido, scivoloso, cascante) una truppa di fanciulle taglia 38. Non scherzo sulla taglia: Ester, Angela, Camilla, Loredana, Alexia, forti e determinate come l’acciaio, ma con un fisico minuto e inversamente proporzionale alla loro taglia professionale, mi hanno iniziato al mondo delle frange annodate a mano, delle mischie di fibre preziose, dei finissaggi, delle varianti colore.
Grazie a loro ho flirtato con le cartelle inglesi, con i bordi rimessi, con il fil coupé e i quadri di stampa.
Ebbene, fra tutte le decine di prodotti che ho acquistato e indossato in quel periodo, una sciarpa di pashmina bianca ha avuto un ruolo speciale nel mio guardaroba. In tutti i viaggi di lavoro, in tutte le valige delle vacanze, la mia insostituibile sciarpa ha avuto un posto d’onore. Così impalpabile da stare anche in borsetta, così calda da salvarmi da tutte le arie condizionate del pianeta (da Chicago al Qatar), così elegante da diventare una stola alla sera, così versatile da stare a suo agio in barca o sugli spalti di Wimbledon.
Ora, questo magico quadrato di cachemire, sopravvissuto a cambio azienda, cambio valigia, cambio climatico, ieri sera si è smarrito in metropolitana.
Andando a teatro, la mia coperta di Linus, l’oggetto transizionale che ha salvato se non la mia psiche, almeno le mie vie aeree negli ultimi 15 anni, mi ha abbandonata. A nulla sono valse le ricerche post spettacolo (per altro di una noia mortale) sotto la panchina del metro, al gabbiotto dei controlli, al parcheggio. Un cono gelato (in Cordusio 2 palline a 4 euro. Caro energia del freezer?) ha alleggerito solo il mio portafoglio. Qualche avventore della linea rossa avrà raccolto quella nuvoletta bianca e soffice dal suolo nero e gommoso della banchina, la avrà infilata nella sua borsa e la avrà portata via.
Peccato non poter attaccare la sua foto sui pali della luce o all’uscita delle scuole.
Riccardo III avrebbe dato il suo regno per un cavallo. Io a casa avrò 50 foulards. Li darei tutti per riavere la mia pashmina. A Scarf! A Scarf! My kingdom for a Scarf!
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Viaggio in treno.
Provata dall’automobile in vacanze estive (anche troppo) itineranti, vado a Roma in treno.

Ho un post quasi pronto sui tipi da spiaggia (chirurghi milanesi intrippati per il kite surf, giovani coppie belle e dannate, su spiagge con un vento da dare di testa, con maschi muti e imbronciati – pensano con approccio binario: vento si/vento no – e femmine inconsapevoli che trasportano tavole e zaini -credono che lui pensi in endecasillabi).
Ma ormai i magazine sono pieni di cappotti di cachemire e la sabbia mi fa molto “stagione scorsa”. Tengo qualche spunto per il prossimo anno e mi dedico all’osservazione del genere umano in modalità fall/winter sul treno Milano-Napoli.
L’espresso lo servono solo dopo Bologna (come mai ritengono che a Milano si debba bere di prima mattina un americano? In ogni modo lo bevo).
Alcuni passeggeri con PC aperto lavorano come se fossero in ufficio. Devono essere degli habitué del Freccia Rossa, mentre io mi sento in gita. Tra una email e l’altra si occupano di valutare (purtroppo è impossibile non origliare a così breve distanza) appartamenti liguri per la prossima stagione.
Una signora salita a Bologna ha perso il cellulare: suo marito riesce a mobilitare tutto il quartiere (guardare dalla finestra, scendere in strada, recuperare il duplicato delle chiavi dell’auto per ispezionarla al parcheggio della stazione). Tutto per tentare di recuperare quello scrigno rosa (la cover è fucsia) con dentro i filmini di famiglia e gli indirizzi per l’appuntamento a cui si stanno recando.
Inutile dire che la coppia non è milanese (il treno è diretto a Napoli). Erri avrebbe chiamato la Bernardini de Pace per un rapido divorzio. Invece questo gentile signore che mischia origini napoletane e frequentazioni bolognesi, non è neanche arrabbiato.
Però alla fine, quando il telefono lo hanno finalmente trovato, ha dato della cicciona alla moglie. Pare infatti che il cellulare sia schizzato come una saponetta dai fuseaux troppo pienotti della signora: l’argomento si sposta con naturalezza sulla opportunità di usare marsupio o zaino anziché le tasche, causa giro vita troppo ampio.
E qui ho capito che avrei comunque preferito il divorzista di Erri. Una milanese di qualunque età e taglia preferisce una vita da single che farsi dare della cicciona dal marito/fidanzato/amante. Inoltre non metterebbe mai un marsupio, se non forse uno di Bottega.
Un ragazzo dal forte accento napoletano riesce a dormire tranquillamente, nonostante il thriller del cellulare sparito. Il manager milanese finge di non sentire e organizza cene dal menù complesso per ospiti esigenti. Io chiaramente faccio il tifo per la squadra che a Bologna sta setacciando l’isolato. “Suona a vuoto, vuol dire che non lo hanno rubato”. “Però è sul silenzioso e vibra senza suonare, possiamo solo avvistarlo”. “Per fortuna è fucsia”.
Non so ancora come andrà il mio appuntamento romano, (btw bene, il post lo sto rifinendo sul treno del rientro) ma il viaggio di andata è già valso la pena.
Forse questo autunno lascio la macchina in garage e mi butto sui mezzi pubblici, mascherina e penna alla mano. E se poi il libro che starò leggendo sarà banale come Spatriati di Desiati (come ha fatto a vincere lo Strega? Perché lo ho scaricato?) spegnerò il Kindle e mi metterò a guardare intorno a me la commedia umana.
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Quel che resta dell’estate
Bari – Milano in auto: 15 ore.

Mariacarla Boscono a Venezia Sicuro era un giorno da bollino nero e noi c’eravamo dentro fino al collo.
Il costo dei consumi in autogrill (panino, snack, caffè, coca) per tre individui e almeno tre pause hanno dato il colpo di grazia al già sforato budget vacanze.
E senza neanche avere esaudito il sogno decennale di comprare la palla di prosciutto coperta di pepe. Salume che esiste solo nella località virtuale Autogrill. Forse lo macellano e pepano alle pompe di benzina.
L’albergo che ci pareva brutto in Grecia, oggi ci sembra quasi da rimpiangere, come la feta e i cetrioli.
Erri passa il dopolavoro all’Esselunga a comprare yogurt ricetta greca di ogni marca e prezzo disponibile. Ormai lo Yomo è bandito. Solo Fage Total , Olimpus , Kalos, Greek. E da oltre una settimana fa colazione scuotendo la testa con mestizia e irritazione: troppo acido, troppo liquido, un tarocco, un inganno. Niente a che fare con la deliziosa, solida e corposa crema di Vassiliki.
L’abbozzatura sta impallidendo
I 10.000 passi giorno (spiagge remote, passeggiate al tramonto, siti archeologici) sono ridotti a 1.300 (parcheggio, metro, caffè al bar). Mi sento già meno tonica nonostante il pilates e la piscina. Diamine, faccio a piedi i 5 piani per arrivare alla mia scrivania.
Una collega di fronte a me prenota già le vacanze del ponte dei morti, unico antidoto alla deprime.
Io ho fatto abbonamento al Piccolo, pianificato un week end a Napoli, preparato un paio di lezioni al Master, sentito le amiche, scaricato qualche libro sul Kindle.
Seguiamo gli eventi di fine agosto: il tennis a Flushing Meadows (ma il vestito nero di Serena Williams? “realizzato per l’addio di una supernova”?) e il Festival del cinema a Venezia (Mariacarla Boscono: quando la nudità ti rende superba come una dea). E finiamo sempre a parlare di vestiti, anziché di tennis o film. In ogni modo rivalutiamo il nero.

Serena Williams a USOpen La crisi energetica tiene banco più della campagna elettorale: questo inverno verremo in ufficio con il pullover? Speriamo non chiudano le piscine e i teatri che consumano un botto ma ci piacciono assai.
In ogni caso sarà opportuno trovare un modo per consumare meno e godere di più: molte chiacchere con le amiche, inviti a casa consumando i quintali di paté di olive, olio, miele, fichi secchi di cui abbiamo riempito l’auto in vacanza. Manutenzione delle relazioni. Turismo in città alla scoperta dell’ignoto di prossimità. Rileggere I promessi sposi.
Sarà un rilascio di benessere retard a piccole dosi in attesa del Natale. E già il profumo di salmastro si cambia in aroma di abete
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Summer Time. Con un po’ di malinconia
C’è aria di estate in città.

E non solo perché di giorno ci sono 38 gradi e di notte temporali come a Miami.
Il pilates già dirada le lezioni (le sciure sono già tutte al mare e sono partite con il tappetino e il link per la lezione on line), trovare una pedicure senza largo anticipo è impossibile, in ufficio cominci a dire che “quella roba la vediamo bene a settembre”.
I compiti delle vacanze, ignorati fino a metà luglio, allungano un’ombra minacciosa. Fede comincia ad avere un pelo di ansia.
Alcuni colleghi hanno dato le dimissioni e si aggirano leggeri per i corridoi, trepidi di leopardiane aspettative. Si godano questi momento sparkling. Tra sei mesi li rincontreremo un po’ grigetti come noi, disillusi il giusto, a scoprire che anche il giardino più verde, visto da vicino assomiglia al nostro. Ma per il momento quell’aria allegra e gonfia di aspettative un po’ la invidiamo. E la nostra saggezza ci dà magra consolazione.
Ti arrivano le newsletter dei tuoi marchi preferiti con mocassini autunnali e gonne in tweed. E ancora devi spalmarti la protezione solare.
Il traffico è diminuito. Al sabato in centro ci sono solo stranieri. La tua pasticceria fa solo le brioche per i bar al mattino e chiude al pomeriggio. La Nico ti chiede in prestito una valigia e annuncia vacanze più lunghe delle tue. Non compri più niente da mangiare e decidi che devi cucinare solo roba scongelata dal freezer. Non hai neanche ancora assaggiato i bastoncini Findus (in frigo dal neolitico “in caso di emergenza”) che già vorresti andare al mercato di via Calvi a comprare solo cose che non si possono conservare.
Avevi giurato che saresti arrivata al bikini con 3 chili in meno e non è successo. Hai 3 giorni e non vale neanche più la pena di provarci.
Quest’anno i nostri genitori, sfiancati da un caldo torrido, si sentono più fragili dello scorso anno. In compenso i figli sono un po’ troppo grandi e meno teneri di quanto ti paressero solo l’anno scorso.
Ti eri ripromessa di leggere la guida dei luoghi che avresti visitato e hai giusto sfogliato i primi due capitoli. Giuri che leggerai il resto sulla nave da Bari a Durazzo. Scopri per altro che dell’Albania non sai niente, ma è colpa tua: questo luogo è sconosciuto e selvaggio solo per te. A Saranda incontrerai almeno tre colleghi tuoi e due della tua amica Patri (forse li incontriamo già sul traghetto) e qualche altro migliaio di turisti. Addio animali selvatici e guerrieri ottomani. In compenso con 15 euro (costo di un tiramisù all’Elba) contiamo di fare pasto completo.
Hai pochi giorni per scaricare sul Kindle tutti i libri che avevi pensato di leggere questa estate (dovrebbe durare sei mesi l’estate per leggere tutto quanto avevi immaginato).
Fai aperitivo con le amiche per salutarle (grazie al cielo, una scusa per vederci) e darti appuntamento ad un settembre che pare l’inizio di una nuova era. Saremo più toniche, più abbronzate, più colte, più divertenti per sorridere e toglierci quel filo di malinconia che, non so come mai, quest’anno aleggia un poco su questo finire di luglio. L’estate, tempo sospeso. Era meglio sognarla quando era marzo. Buone vacanze!
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Sexy come l’antico testamento, buono come una gelatina di frutta
Al secondo appuntamento con il sofà di Beniamino sono arrivata in ritardo. “Alle 7 da me”, nuova puntata, per me è iniziato alle 8,30 pm.

Campagna vendite, trasloco scrivania, pilates e un’altra dozzina di cose da infilare in una giornata di luglio (16 ore di luce ti dopano, 38 gradi all day long ti annientano) mi hanno fatta arrivare lunga: cena finita (sob), rimaneva solo lo speach (vabbè coltivo il lato secchione).
Striscio nel salotto gremito mentre Fabio Corno (è lui il prof – economia aziendale alla Bicocca – che ci spiega “l’impresa saggia”, partendo dal testo di Nonaka e Takeuchi) sta già parlando.
Ma non sta citando l’Istat né i tassi di disoccupazione giovanile né il calo demografico. Inizia citando la Sapienza dal Libro dei Proverbi, Antico Testamento.
Ma che figo è uno che, così, mentre ancora sei in sbatti perché hai parcheggiato in via Stendhal, ti parla di abisso e creazione, di sorgenti e eternità?
La fame è passata (forse ho rubato qualche ciliegia dal piatto del vicino, grazie Alessandro) e abbiamo iniziato a volare tra il Giappone e la Brianza, tra imprenditori geniali ma egoisti e ragazzi preparati ma instabili.
Appollaiati su poltrone, sedie, divani anche ex allievi del prof (emozionati di vederlo e ritrovarlo nell’intimità di un salotto anziché in un’aula universitaria) ansiosi di avere una risposta alle domande di come formare manager e imprenditori capaci di costruire una impresa saggia, capaci di rafforzare i legami tra impresa e società civile. Come si fa? Si inizia dalle aule? Si guarda alle aziende giapponesi che hanno saputo cambiare prospettiva di fronte alla discontinuità delle contingenze e dei disastri? Si riprendono i Greci? E si legge Galimberti, che è un loro fan?
L’approccio di genere, in platea, come nel lettone di Sandra e Raimondo era percepibile:
Femmine appassionate, autocritiche, idealiste
- L’imprenditrice del capello, Serena, combattente idealista con fronti di conflitto aperti sul mercato (competizione a palla) in famiglia (dai papà che me la cavo da sola), e in azienda (perché i cuccioli che hai cresciuto decidono di volare altrove?) scalpita tra i sogni e la realtà.
- La studentessa con i capelli raccolti e l’aria volitiva, pretende dal prof, se non risposte o formule, almeno una direzione per poter iniziare a pensare una impresa che costruisca anche per il futuro e non solo per gli azionisti
- La first lady, osserva con pacata benevolenza e incedere elegante, il consorte relatore, i suoi allievi, la platea davvero interessata
Maschi cinici, colti, spiritosi
- L’editore diverte tutti con le sue disavventure con il piper, ironizza sulle scelte della distribuzione che accomuna le farmacie alle librerie (tanto il Retail è tutto uguale) ma infine ci commuove (e ci dà anche lui un po’ di speranza, manco fosse una femmina) parlando di una imprenditrice bolognese illuminata e filantropa
- Il moderatore, Beniamino, amabile ma risoluto, distribuisce la parola anche ai timidi (pochi) e riporta le sbavature al tema della serata.
- Il consulente che si occupa di passaggi generazionali di piccole e medie imprese scuote la testa disilluso: padri egoisti, figli coglioni.
Romiti non ha ammiratori in salotto, Marchionne è divisivo (un genio, un farabutto), ma il dessert mette tutti d’accordo: le albicocche con messaggio (che arrivano da un giardino evidentemente e non dal fruttivendolo, se esiste la possibilità di trovarle abitate) le gelatine di frutta, la crema al caffè ci fanno dimenticare il caldo, ci radunano al tavolo delle vivande e ci fanno chiacchierare leggeri.
Forse non usciremo con formule magiche ma qui, e ormai la sera era già notte, un po’ di saggezza si percepiva.
Alle 7 da me, Antico Testamento, Beniamino Piccone, Fabio Corno, femmine vs maschi, Giappone, Guerini editore, il sofà di Beniamino, L'Impresa saggia, La Sapienza, Libro dei Proverbi, Milano, passaggio generazionale, professore, salotto letterario, Serena Caimano, Umberto galimberti, Università Bicocca -
La Cina in salotto
Ritrovo Beniamino, frequentato da bambino quando la sua mamma

Giancarla, amica della mia, Rosita, ci portava in piscina rapendoci all’estate agreste della nonna Maria.
I pomeriggi nella canicola estiva a tuffarci in quel di Vermezzo (bella come le Maldive agli occhi di noi tra i 6 e gli 8 anni) erano una vacanza al quadrato.
Dopo una buona dose di anni non proprio trascurabili (amori, figli, carriere) eccoci nel salotto di un Beniamino adulto, in una bella casa – zona Parco Solari – che, pur in piena città, ha balconi pieni di piante che guardano facciate piene di verde. Incantevole claustrum che solo certe vie private di Milano sanno celare. Giò Ponti a progettare aiuta.
Ci vediamo alle 7 era il titolo della serata (anche il copy ha la sua importanza in un salotto milanese) per parlare di Cina, autocrazie, economia.
Una ventina di invitati, bollicine, lasagne, ciliegie e Claudio d’Agostino, relatore generoso e colto , per oltre vent’anni residente a Shangai, che ci racconta della grande potenza della Repubblica Popolare, della crisi demografica (un paese che invecchia e non fa più figli nonostante l’abolizione recente della legge del figlio unico), dei costi degli alloggi e delle scuole private, della differenza e tensione tra borghesia delle coste e contadini/operai delle grandi terre interne. Dei limiti alla libertà individuale, della violenza del lock down.
Mi rimangono, della serata (non me ne voglia il sofisticato relatore) alcuni pensieri non perfettamente centrati:
- Il crollo di un mito: alle signore cinesi il risotto fa schifo (non ci avevano raccontato nel 2013 del successo straordinario del riso Gallo condito con funghi o zafferano per cui i cinesi facevano la coda?)
- il pensiero che la democrazia è inefficiente in paesi troppo grandi (la Cina, la Russia …) ma mi è davvero molto più simpatica delle alternative oggi sul mercato.
- che la cosmetica per i capelli è nell’air du temp e non solo una mania delle mie nipoti Cate e Rosa, se è vero che una simpatica ospite della serata, graziosa e ironica imprenditrice di Parabiago alla terza generazione , esporta le sue maschere per chiome sfibrate in tutto il mondo
E che il piacere di ricevere, confrontarsi, ritrovarsi , ha un che di genetico, che la capacità di tenere in vita legami lontani, fili di collegamento remoti è un’arte fine e preziosa.
Rosita e Giancarla sarebbero contente. Thanks Beniamino.
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Mamma, ti facciamo la festa!
Ecco in fila perché mi è venuta voglia di scrivere questo post:

- Il Fede ha compiuto 18 anni: i tempi del bagnetto sono finiti. Da oltre 10 anni. Devo prendere atto.
- È stata la festa della mamma e io ho pensato alla mia: chirurgo con quattro figli. Come diavolo ha fatto?!
- Ho risentito per caso Antonella G., esperta digitale con cui ho collaborato qualche anno fa, che ha da poco scodellato un bimbo. Rientrata in Italia, si dibatte tra felicità e amarezza.
- Un ex collega mi ha chiamata per sapere se avessi sotto mano una risorsa che volesse traferirsi in Austria per un anno: sostituzione congedo di paternità.
- Elisabetta Franchi assume solo “anta” disposte a lavorare h24
Chiaro che la simpatica uscita dell’imprenditrice bolognese mi abbia dato la stura.
Purtroppo non scriverò cosa sarebbe giusto che fosse (molti stanno dicendo la loro, il legislatore è a buon punto, la nostra cultura meno) ma come siamo sopravvissute io e le mie amiche riuscendo, bene o male, a essere felici, dare un contributo al proseguo della specie umana e portare a casa uno stipendio?
Il mantra è stato mentire, mentire, mentire.
Il mondo professionale deve credere che la creatura minuscola che gira per casa vostra sia un esserino perfetto senza esigenze. Un tamagotchi acquistato in vacanza utile solo a fare presenza tenera nelle foto sul pianoforte.
Non si ammala, non vi desidera fuori orario, cucina da solo e carica la lavastoviglie. A scuola va da dio. E’ educato come il piccolo George e di bellezza classica. Praticamente non ci accorgiamo neanche di averlo, tanto è perfetto.
Tutte le volte che avrete una riunione con la maestra, una visita medica, la recita di fine anno, la baby sitter malata (dio no, ti prego no, Nico riguardati), dovrete mentire. Se volete essere mamme, fatelo di nascosto.
Fate finta di essere il vostro collega superfigo YY, che si assenta più di voi ma le cui vacanze producono ammirazione virile anziché compatimento muliebre.
Un’ora di coda dalla pediatra? ritardo per cardiogramma sotto sforzo
Erri in vacanza con gli amici e dovete portare voi il pupo a scuola tutta la settimana? vi state allenando per la maratona di NY.
Colloquio con la prof di matematica alle 10 del mattino? Uno speach al Master.
Notte insonne con Fede che vomita? Più cool un hangover post party.
Non tenete foto, disegni, tracce dei vostri cuccioli in ufficio. Tali indizi sono considerati estremamente affascinanti solo sulla scrivania dell’amministratore delegato, maschio. Se li tenete voi, siete delle mammolette in odor di pannolino.
Oltre al vostro capo, c’è solo un’altra persona a cui dovrete mentire con altrettanta creatività: il pupo.
Lui crederà che il vostro lavoro sia una rottura di scatole inevitabile, che voi non desideriate che lui. Che quando siete in viaggio (che relax: vi potete spalmare anche tutte le amenities che trovate in hotel, scendere e trovare la colazione pronta, mettere i tacchi senza rischiare la vita con in braccio un fagotto di 9 kg) vorreste anticipare il volo per tornare al più presto.
La mamma in incognito come se la cava? Un marito che fa la spesa, una baby sitter in buona salute, un paio di nonne, vicini di casa comprensivi e generosi, un nido affidabile aiutano.
E poi un buon gruppo di amiche a cui dire, solo a loro, tutta la verità: che il capo è un maschilista sociopatico, che le feste di fine anno all’asilo sono terrificanti, che la tata sbaglia il bucato, che il nanetto va male in matematica, che a volte vorreste scappare.
E’ maggio. W la mamma.
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Tra Piazza del Duomo e le spiagge di Siviglia: in vacanza con Joaquin Sorolla
Giovedì sera io e Paola siamo andate a vedere la mostra di Sorolla, a Palazzo Reale.

Il giovedì Palazzo Reale chiude alle 22.30, cosi che anche noi indigeni con tacchi e giacca, possiamo sentirci per una sera turisti in Piazza del Duomo.
Io sono arrivata con calma, guardando le vetrine del Libraccio in Santa Tecla (perché il Fede non porta qui i suoi libri usati? gli mando un reminder con foto della scritta “valutiamo bene e paghiamo subito”: chissà che l’avidità adolescenziale lo spinga a vincere la pigrizia adolescenziale).
Paola invece è arrivata trafelata, al fotofinish, con voce rotta e camminata scomposta (voglio una vita più semplice! chi diavolo ha messo il mercatino in Pagano!? il telefono è scarico, il navigatore non funziona, trovo solo strisce gialle, non ho fatto il bancomat , non ce la farò mai…).
Alle 19.15, contro ogni pronostico, salivamo lo scalone d’onore e ci lasciavamo alle spalle tutta la stizza della fretta, per buttarci sulle spiagge piene di luce di Joaquin Sorolla.
Vele bianche, riflessi sull’acqua, bimbi nudi e abbronzati a Valencia, donne eleganti con capello a Biarritz.
Ma che bello è questo Sorolla? Dove lo avevano nascosto fino ad ora? Dove eravamo noi mentre se lo contendevano le gallerie di Parigi e New York? Massimo D’antico, la nostra colta e sofisticata guida, ci ha svelato un mondo nuovo, pieno di fascino , di eleganza e semplicità.
Dato che l’arte non sufficit a farci sentire proprio in vacanza, abbiamo chiuso con un club sandwich da Giacomo. E un calice di Pinot. E un bel po’ di chiacchiere. E così abbiamo fatto Villeggiatura tra le pietre della città , mentre si accendevano parole. Ogni riferimento a Saba è voluto.
