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  • Quando la moda apre le porte

    Il Fede l’anno scorso mi ha detto che dopo il liceo avrebbe voluto diventare mastro orologiaio.

    Non il dottore come la nonna Rosita? Non l’architetto come il Bobo? Non l’avvocato che in famiglia non ce n’è e uno farebbe comodo?

    Il parziale sgomento è stato più di Erri (quindi niente Università?) che mio. A me l’idea di un mestiere in famiglia non dispiace, anzi.

    Svizzera? Milano? Torino? Elba? Dove sono le scuole migliori per diventare orologiaio?

    Nell’ultimo anno mi sono scatenata nelle indagini. Ma domenica una magnifica occasione di orientamento la ho colta tramite Apritimoda.

    Si è trattato di un week end (la manifestazione esiste dal 2017 ma non ne avevo mai approfittato) in cui le case di Moda aprono spazi normalmente inaccessibili al pubblico, per disvelare il dietro le quinte, la magia della manifattura, la competenza delle maestranze.

    Dolce&Gabbana, presso la sede di Legnano, metteva in mostra non l’abbigliamento (per quello posso tenere un seminario) ma l’Alta Gioielleria e l’Alta Orologeria. Ho subito iscritto il Fede. Lo ho accompagnato e ho avuto una sensazione bellissima. La prima, straniante, di entrare in una sede che conosco da sempre, non come dipendente ma come visitatore.

    Con gli occhi del gruppetto di appassionati delle 12, ho visto la bellezza della Reception (così ampia, con il pavimento in cementina e il banco in acciaio), delle foto di campagna (le modelle in bianco e nero con occhi neri come la lava), dei loghi tridimensionali, del giardino. Tutti elementi che i miei occhi assuefatti dalla quotidianità non vedono più.

    E’ stato come vedere tuo marito (quello un po’ musone che compra all’Esselunga almeno 10 prodotti junk alla settimana che disapprovi e che appena entra in casa accende la tv mentre tu vorresti la radio) con gli occhi di un’amante (ipotetica e squisitamente teorica, bada bene). Rendersi conto che in quella spesa che ti irrita perché contiene gnocchi alla romana già cucinati della gastronomia e noccioline pralinate, ci sono anche i Buondì Motta che mangi solo tu, i fichi d’india che sono solo per te, il dentifricio liquido per il tuo bagno. E che se lui non facesse la spesa tu moriresti di fame.

    Ieri, nel laboratorio di gioielleria abbiamo visto la bilancina idraulica che pesa i carati (corrispondono a un quinto di grammo, lo sapevate?) il microscopio per snidare le impurità delle pietre (ma qualche intrusione agli smeraldi si può perdonare), il software per scomporre un orologio in tutte le sue componenti, le spazzoline rotanti per lucidare le montature in oro, le pinzette per il filo ritorto, i colori per gli smalti.

    A svelare questi segreti, la gemmologa che gira fiere di pietre tra Arizona e Svizzera, Walter che cerca diamanti in Botswana e tormaline nello Sri Lanka, Giancarlo che elabora movimenti per  conciliare rigore svizzero e estetica mediterranea e Fabrizio, moderno Virgilio, che ci ha guidato tra macchine da guerra leonardesche (incise sul quadrante di un orologio) e foglie di vite , omaggio alla vigna di Leonardo da Vinci riaperta alla casa degli Atellani in corso Magenta, riprodotte su una collana da mille e una notte in omaggio al genio italico.

    Fede esce tutto convinto nella sua inclinazione alla pinzetta e ai meccanismi di precisione, io se avessi vent’anni vorrei diventare gemmologa o cesellatrice, o smaltatrice… Non avendo una macchina del tempo che mi riporti indietro di qualche lustro, mi riprometto per il prossimo anno di fare un pellegrinaggio laico tra le più belle aziende che apriranno le loro porte. Per i lettori di vent’anni, imperativo categorico: il futuro potrebbe essere con una pinzetta in mano, ma seduti su un cuscino di seta.

  • Felicità. Alle sette da Beniamino

    Mercoledì scorso seratona da Beniamino. Si parlava di felicità!

    A me piaceva parecchio sia l’argomento (chissà mai ci somministrassero una qualche pozione magica o un elisir di leggerezza per affrontare l’autunno) sia l’idea di incontrare Enrico Finzi, ricercatore sociale di grande prestigio che io avevo avuto modo di ascoltare agli esordi della mia carriera, quando lavoravo in Swatch e le sue analisi acute (ma soprattutto la sua capacità affabulatoria, le sue battute , lo scarto dell’inatteso) rendevano quelle presentazioni divertenti come uno spettacolo teatrale.

    A quei tempi, erano gli anni ’90, l’amministratore delegato di Swatch era Franco Bosisio che traboccava carisma e imperio. Devo dire che averli entrambi sul palcoscenico, il manager e il sociologo, era una bella gara di mattatori. Una escalation di performance, il bello e dannato vs il colto visionario,  per cui sarebbe valsa la pena pagare il biglietto.

    Ed eccolo ritrovato, in un salotto tiepido e con un bicchiere in mano, con lo stesso gusto per l’analisi, per il racconto arguto e per le parole che giocano a fare il calembour. Essendo che nessuno dei convitati si era ingarellato a rubargli la scena, siamo stati spalle perfette a seguire tutti i risultati dei suoi studi  (la felicità è variabile non correlata al reddito ma piuttosto alla speranza), le deviazioni (cosa può consigliare un nonno a una nipote diciottenne a proposito di sesso?), le freddure (che bello dire un po’ male delle banche di fronte a tanti bocconiani).

    Sarà l’età (dopo i 24 anni ho smesso di credermi immortale), sarà l’ultimo report della Caritas sulla povertà in Italia (la povertà aumenta e pure si eredita, dimentica dell’ascensore sociale), sarà che devo gestire qualche problema di salute in famiglia (porto a casa dolcetti e leccornie a farmi perdonare saltuarie insofferenze) ma mi sono trovata davvero in sintonia con le considerazioni della serata.

    Fonte di felicità sono un reddito medio, una famiglia, una fede, il donare. Anche la cultura rende più felici.

    E poi, dopo tutta questa profondità, sentire che si può essere leggeri (se può fare un po’ il giullare Finzi, chi protesterà se lo facciamo anche noi?) davanti al dessert. Quindi via ai commenti sulle Kardashian, sulla tendenza dei capelli bianchi (solo con piega e trucco impeccabili), sui reggiseni color foundations (ma la palette deve coprire tutta la variabile epidermica dell’orbe terracqueo) sull’opportunità o meno di depilarsi (trend americano di ipertricosi progressista) o rifarsi le labbra (trend popolare, ma tamarro, da Trieste in giù). Siam partiti alti, siamo usciti con la stupidera. Roba da essere felici.

  • Salus per aquam: microcomunità in spogliatoio

    Al sabato vado a nuotare. Ho iniziato quando il Fede era piccolo. Non potevo sopportare di aspettare sugli umidi spalti, impegnata in conversazioni insulse o in bagni di vapore, mentre lui imparava a stare a galla.

    Così abbiamo trovato una ottima soluzione: lui a lezione (insieme a 2 cugini con la maestra Micaela) e io a fare qualche vasca nelle corsie del nuoto libero, insieme a Silvia e Alessandra, mamme degli altri due Fantastici tre (come dopo anni abbiamo scoperto fossero catalogati Fede, Franci e Cate alla Piscina Anna Frank, da poco finalmente riaperta dopo anni di chiusura ).

    Poi il Fede è diventato grande. Lui e il Franci (cugino fraterno) prima hanno lasciato lo spogliatoio delle femmine per gestirsi da soli in quello dei maschi (e noi fuori ad aspettare friggendo, mentre loro giocavano a gavettoni con le cuffie di lattice sotto la doccia e uscivano con la t-shirt indossata al contrario) e infine hanno lasciato proprio la piscina.

    Ma io non ho ma smesso di tuffarmi in quelle (e molte altre) corsie d’acqua, macinando vasche e pensieri, a stile libero, a rana, solo braccia, solo gambe, seguendo un protocollo tutto personale che annienta le preoccupazioni e mi porta un benessere psicofisico che neanche una giornata di shopping o un week end nelle Langhe riescono a darmi.

    Le compagne di spogliatoio, che hanno bene o male i nostri orari e bene o male la nostra anima, sono discrete, sorridenti e formano una piccola comunità che si nutre di pochi minuti di empatia, moltiplicati per una infinità di sabati.

    Un sorriso al phon (sono nuovi, come funziona la chiavetta?), lo scambio di uno sguardo sotto la doccia (ho dimenticato il balsamo, me ne presti un po’? sei il mio salvagente), il commento sugli orari estivi o sul colore di un costume nuovo.

    C’è la ballerina che nuota con il trucco idrorepellente e un costume bellissimo che è un arcobaleno di colori. L’unica che pare in palcoscenico anche in vasca.

    La donna con il pancione che presto vedremo portare un cucciolo a nuotare (sarà maschio o femmina?). Le mamme che accompagnano i bambini al corso di nuoto (come noi, fino a una decina di anni fa, che tenerezza), le ragazze che vengono tre volte a settimana e hanno il fisico di un delfino.

    Di queste donne non sappiamo quasi nulla. Di pochissime sappiamo il nome (la ballerina si chiama Sabina, ma lo ho scoperto solo pochi giorni fa), di quasi nessuna la professione (una fa i turni: potrebbe essere un cardiochirurgo o una operaia all’altoforno; un’altra è ingegnere alle ferrovie e lo scopriamo perché, a fronte di una lamentela sui ritardi di Trenord, spiega la faccenda del binario unico e della incredibile quantità di vagoni che transitano da Cadorna). Sono sposate? Single? Di certe vediamo i figli. Delle altre non sappiamo se ne abbiano. O se ne abbiano mai desiderati.

    Eppure in quei minuti, in quella condivisione di spogliatoio, in quei movimenti minuti in cui siamo così uguali (un po’ nude, con i capelli bagnati, a cercare la spazzola, a sistemare l’accappatoio, isolate dal mondo esterno, sanificate da 50 minuti di immersione in un liquido tiepido, senza gravità terrestre e gravità di pensieri, felici allo stesso modo, delle stesse sensazioni) io sento di fare parte di una comunità piccola e affettuosa. Un senso di empatia che raramente trovo altrove. La sensazione magnifica di appartenere a qualcosa. Qualcosa di simile all’umanità. O alla fratellanza. Possibile che bastino 50 vasche?

  • Vedi Napoli e poi muori

    Come Goethe , dopo il suo viaggio in Italia, io torno a Milano sapendo che mai potrò essere davvero infelice durante l’inverno prossimo venturo , perché il mio pensiero potrà tornare a Napoli.

    Tre giorni di pura sorellanza (Silvia e Alessandra erano con me), armonia, arte e bellezza.

    E anche divertenti aneddoti di milanesi al sud.

    Di Napoli in verità (vista parecchie volte di sfuggita, di passaggio, per lavoro, andando a Pompei, imbarcandomi per la Sicilia) avevo comunque molte suggestioni.

    Tramite la mia amica Susi (cocktail metameridionale di Roma Caserta Napoli, benché abbia smesso di gattonare già sull’alzaia del Naviglio) che ci delizia da anni con pizza di scarole e vocali chiuse.

    Tramite le canzoni di Bennato e Pino Daniele.

    Tramite il cinema di Martone (che struggimento l’ultimo Nostalgia), i goal di Maradona e gli occhi di Leopardi.

    Benché pensassimo di essere perfettamente mimetizzate con la popolazione locale (non indossavamo le friulane, non pagavamo con Satispay, non chiedevamo caffè d’orzo in tazza grande) ci hanno sgamate dappertutto.

    Un venditore ambulante di biancheria intima  in via Toledo ci ha inseguite proponendoci “calzini senza glutine”, ritenendo evidentemente la celiachia una enteropatia nordica.

    Alessandra, sempre la più desiderosa di integrazione (per altro di magrezza incompatibile con l’alimentazione e l’immaginario meridionale) ha chiesto ad alta voce dove fosse finita la guida, apostrofandola “la Deborah”. Quell’articolo di fronte a nome proprio ha risuonato nella cavità della Napoli sotterranea come un ruggito in mezzo a un branco di impala. Neanche l’acca finale, muta ahimè, ha salvato la sua copertura.

    Sedute al Gambrinus per la colazione della domenica, abbiamo storto un po’ il naso per la schiuma nel latte macchiato. “Qui lo serviamo in tazza” ha detto il cameriere, pensando che noi lo volessimo nel bicchierone di vetro dei bar corrivi della periferia lombarda anziché nella sua bella porcellana.

     Al Teatro San Carlo ho chiesto quanto costasse un posto nel palco reale (700 euro circa btw) sotto gli occhi severi di mia sorella piccola che mi ha guardato manco fossi il milanese imbruttito. Nel palco secondo lei ci devono andare solo su invito le personalità che se lo meritano. Chi ci va comprandolo è un cafone. Forse ha ragione.

    La Galleria Umberto I, gemella della nostra Vittorio Emanuele, ospita l’Euronics al posto di Prada, Il Mc Donald al posto del Savini. Qui, mi spiace, non c’è gara.

    Ci hanno corteggiate con ironia tutti i taxisti (mariti e figli a casa? Siete delle fuoriclasse!), gli edicolanti (già partite?) e i camerieri (ora fate le isole?) della città.

    Portiamo a casa le sfogliatelle di Ciro e un paio di centimetri in più nel giro vita, nonostante i 20.000 passi giorno.  Da domani in piena fashion week, torniamo a sgranocchiare semi.

    La campagna ADV Dolce&Gabbana fotografata a Napoli mi pare oggi molto più bella della scorsa settimana.

  • Il mio regno per una pashmina

    Quando ho iniziato a lavorare in Armani, una quindicina di anni fa, i due progetti più importanti che ho seguito, sono stati l’intimo uomo per un mega lancio negli Stati Uniti, e EA7, una nuova linea che avrebbe dovuto coprire il segmento Active /Sport nell’universo variegato di Re Giorgio.

    Entrambi i progetti sono stati un vero successo, ma un segmento formidabile che mi sono trovata a guidare quasi a corollario dei due obiettivi principali, è stato quello dell’accessorio tessile: sciarpe, cravatte, foulard, cappelli, guanti. Di cui ahimè conoscevo ben poco.

    Specialiste di prodotto di tutto questo mondo molto comasco, molto serico, molto liquido (in Armani tutto deve essere liquido, scivoloso, cascante) una truppa di fanciulle taglia 38. Non scherzo sulla taglia: Ester, Angela, Camilla, Loredana, Alexia, forti e determinate come l’acciaio, ma con un fisico minuto e inversamente proporzionale alla loro taglia professionale, mi hanno iniziato al mondo delle frange annodate a mano, delle mischie di fibre preziose, dei finissaggi, delle varianti colore.

    Grazie a loro ho flirtato con le cartelle inglesi, con i bordi rimessi, con il fil coupé e i quadri di stampa.

    Ebbene, fra tutte le decine di prodotti che ho acquistato e indossato in quel periodo, una sciarpa di pashmina bianca ha avuto un ruolo speciale nel mio guardaroba. In tutti i viaggi di lavoro, in tutte le valige delle vacanze, la mia insostituibile sciarpa ha avuto un posto d’onore. Così impalpabile da stare anche in borsetta, così calda da salvarmi da tutte le arie condizionate del pianeta (da Chicago al Qatar), così elegante da diventare una stola alla sera, così versatile da stare a suo agio in barca o sugli spalti di Wimbledon.

    Ora, questo magico quadrato di cachemire, sopravvissuto a cambio azienda, cambio valigia, cambio climatico, ieri sera si è smarrito in metropolitana.

    Andando a teatro, la mia coperta di Linus, l’oggetto transizionale che ha salvato se non la mia psiche, almeno le mie vie aeree negli ultimi 15 anni, mi ha abbandonata. A nulla sono valse le ricerche post spettacolo (per altro di una noia mortale) sotto la panchina del metro, al gabbiotto dei controlli, al parcheggio. Un cono gelato (in Cordusio 2 palline a 4 euro. Caro energia del freezer?) ha alleggerito solo il mio portafoglio. Qualche avventore della linea rossa avrà raccolto quella nuvoletta bianca e soffice dal suolo nero e gommoso della banchina, la avrà infilata nella sua borsa e la avrà portata via.

    Peccato non poter attaccare la sua foto sui pali della luce o all’uscita delle scuole.

    Riccardo III avrebbe dato il suo regno per un cavallo. Io a casa avrò 50 foulards. Li darei tutti per riavere la mia pashmina. A Scarf! A Scarf! My kingdom for a Scarf!

  • Viaggio in treno.

    Provata dall’automobile in vacanze estive (anche troppo) itineranti, vado a Roma in treno.

    Ho un post quasi pronto sui tipi da spiaggia (chirurghi milanesi intrippati per il kite surf, giovani coppie belle e dannate, su spiagge con un vento da dare di testa, con maschi muti e imbronciati – pensano con approccio binario: vento si/vento no –  e femmine inconsapevoli che trasportano tavole e zaini -credono che lui pensi in endecasillabi).

    Ma ormai i magazine sono pieni di cappotti di cachemire e la sabbia mi fa molto “stagione scorsa”. Tengo qualche spunto per il prossimo anno e mi dedico all’osservazione del genere umano in modalità fall/winter sul treno Milano-Napoli.

    L’espresso lo servono solo dopo Bologna (come mai ritengono che a Milano si debba bere di prima mattina un americano? In ogni modo lo bevo).

    Alcuni passeggeri con PC aperto lavorano come se fossero in ufficio. Devono essere degli habitué del Freccia Rossa, mentre io mi sento in gita. Tra una email e l’altra si occupano di valutare (purtroppo è impossibile non origliare a così breve distanza) appartamenti liguri per la prossima stagione.

    Una signora salita a Bologna ha perso il cellulare: suo marito riesce a mobilitare tutto il quartiere (guardare dalla finestra, scendere in strada, recuperare il duplicato delle chiavi dell’auto per ispezionarla al parcheggio della stazione). Tutto per tentare di recuperare quello scrigno rosa (la cover è fucsia) con dentro i filmini di famiglia e gli indirizzi per l’appuntamento a cui si stanno recando.

    Inutile dire che la coppia non è milanese (il treno è diretto a Napoli). Erri avrebbe chiamato la Bernardini de Pace per un rapido divorzio. Invece questo gentile signore che mischia origini napoletane e frequentazioni bolognesi, non è neanche arrabbiato.

    Però alla fine, quando il telefono lo hanno finalmente trovato, ha dato della cicciona alla moglie. Pare infatti che il cellulare sia schizzato come una saponetta dai fuseaux troppo pienotti della signora: l’argomento si sposta con naturalezza sulla opportunità di usare marsupio o zaino anziché le tasche, causa giro vita troppo ampio.

    E qui ho capito che avrei comunque preferito il divorzista di Erri. Una milanese di qualunque età e taglia preferisce una vita da single che farsi dare della cicciona dal marito/fidanzato/amante. Inoltre non metterebbe mai un marsupio, se non forse uno di Bottega.

    Un ragazzo dal forte accento napoletano riesce a dormire tranquillamente, nonostante il thriller del cellulare sparito. Il manager milanese finge di non sentire e organizza cene dal menù complesso per ospiti esigenti. Io chiaramente faccio il tifo per la squadra che a Bologna sta setacciando l’isolato. “Suona a vuoto, vuol dire che non lo hanno rubato”. “Però è sul silenzioso e vibra senza suonare, possiamo solo avvistarlo”. “Per fortuna è fucsia”.

    Non so ancora come andrà il mio appuntamento romano, (btw bene, il post lo sto rifinendo sul treno del rientro) ma il viaggio di andata è già valso la pena.

    Forse questo autunno lascio la macchina in garage e mi butto sui mezzi pubblici, mascherina e penna alla mano. E se poi il libro che starò leggendo sarà banale come Spatriati di Desiati (come ha fatto a vincere lo Strega? Perché lo ho scaricato?) spegnerò il Kindle e mi metterò a guardare intorno a me la commedia umana.

  • Quel che resta dell’estate

    Bari – Milano in auto: 15 ore.

    Mariacarla Boscono a Venezia

    Sicuro era un giorno da bollino nero e noi c’eravamo dentro fino al collo.

    Il costo dei consumi in autogrill (panino, snack, caffè, coca) per tre individui e almeno tre pause hanno dato il colpo di grazia al già sforato budget vacanze.

    E senza neanche avere esaudito il sogno decennale di comprare la palla di prosciutto coperta di pepe. Salume che esiste solo nella località virtuale Autogrill. Forse lo macellano e pepano alle pompe di benzina.

    L’albergo che ci pareva brutto in Grecia, oggi ci sembra quasi da rimpiangere, come la feta e i cetrioli.

    Erri passa il dopolavoro all’Esselunga a comprare yogurt ricetta greca di ogni marca e prezzo disponibile. Ormai lo Yomo è bandito. Solo Fage Total , Olimpus , Kalos, Greek. E da oltre una settimana fa colazione scuotendo la testa con mestizia e irritazione: troppo acido, troppo liquido, un tarocco, un inganno. Niente a che fare con la deliziosa, solida e corposa crema di Vassiliki.

    L’abbozzatura sta impallidendo

    I 10.000 passi giorno (spiagge remote, passeggiate al tramonto, siti archeologici) sono ridotti a 1.300 (parcheggio, metro, caffè al bar). Mi sento già meno tonica nonostante il pilates e la piscina. Diamine, faccio a piedi i 5 piani per arrivare alla mia scrivania.

    Una collega di fronte a me prenota già le vacanze del ponte dei morti, unico antidoto alla deprime.

    Io ho fatto abbonamento al Piccolo, pianificato un week end a Napoli, preparato un paio di lezioni al Master, sentito le amiche, scaricato qualche libro sul Kindle.

    Seguiamo gli eventi di fine agosto: il tennis a Flushing Meadows (ma il vestito nero di Serena Williams? “realizzato per l’addio di una supernova”?) e il Festival del cinema a Venezia (Mariacarla Boscono: quando la nudità ti rende superba come una dea). E finiamo sempre a parlare di vestiti, anziché di tennis o film. In ogni modo rivalutiamo il nero.

    Serena Williams a USOpen

    La crisi energetica tiene banco più della campagna elettorale: questo inverno verremo in ufficio con il pullover?  Speriamo non chiudano le piscine e i teatri che consumano un botto ma ci piacciono assai.

    In ogni caso sarà opportuno trovare un modo per consumare meno e godere di più: molte chiacchere con le amiche, inviti a casa consumando i quintali di paté di olive, olio, miele, fichi secchi di cui abbiamo riempito l’auto in vacanza. Manutenzione delle relazioni. Turismo in città alla scoperta dell’ignoto di prossimità. Rileggere I promessi sposi.

    Sarà un rilascio di benessere retard a piccole dosi in attesa del Natale. E già il profumo di salmastro si cambia in aroma di abete

  • Summer Time. Con un po’ di malinconia

    C’è aria di estate in città.

    E non solo perché di giorno ci sono 38 gradi e di notte temporali come a Miami.

    Il pilates già dirada le lezioni (le sciure sono già tutte al mare e sono partite con il tappetino e il link per la lezione on line), trovare una pedicure senza largo anticipo è impossibile, in ufficio cominci a dire che “quella roba la vediamo bene a settembre”.

    I compiti delle vacanze, ignorati fino a metà luglio, allungano un’ombra minacciosa. Fede comincia ad avere un pelo di ansia.

    Alcuni colleghi hanno dato le dimissioni e si aggirano leggeri per i corridoi, trepidi di leopardiane aspettative. Si godano questi momento sparkling. Tra sei mesi li rincontreremo un po’ grigetti come noi, disillusi il giusto, a scoprire che anche il giardino più verde, visto da vicino assomiglia al nostro. Ma per il momento quell’aria allegra e gonfia di aspettative un po’ la invidiamo. E la nostra saggezza ci dà magra consolazione.

    Ti arrivano le newsletter dei tuoi marchi preferiti con mocassini autunnali e gonne in tweed. E ancora devi spalmarti la protezione solare.

    Il traffico è diminuito. Al sabato in centro ci sono solo stranieri. La tua pasticceria fa solo le brioche per i bar al mattino e chiude al pomeriggio. La Nico ti chiede in prestito una valigia e annuncia vacanze più lunghe delle tue. Non compri più niente da mangiare e decidi che devi cucinare solo roba scongelata dal freezer. Non hai neanche ancora assaggiato i bastoncini Findus (in frigo dal neolitico “in caso di emergenza”) che già vorresti andare al mercato di via Calvi a comprare solo cose che non si possono conservare.

    Avevi giurato che saresti arrivata al bikini con 3 chili in meno e non è successo. Hai 3 giorni e non vale neanche più la pena di provarci.

    Quest’anno i nostri genitori, sfiancati da un caldo torrido, si sentono più fragili dello scorso anno. In compenso i figli sono un po’ troppo grandi e meno teneri di quanto ti paressero solo l’anno scorso.

    Ti eri ripromessa di leggere la guida dei luoghi che avresti visitato e hai giusto sfogliato i primi due capitoli. Giuri che leggerai il resto sulla nave da Bari a Durazzo. Scopri per altro che dell’Albania non sai niente, ma è colpa tua: questo luogo è sconosciuto e selvaggio solo per te. A Saranda incontrerai almeno tre colleghi tuoi e due della tua amica Patri (forse li incontriamo già sul traghetto) e qualche altro migliaio di turisti. Addio animali selvatici e guerrieri ottomani. In compenso con 15 euro (costo di un tiramisù all’Elba) contiamo di fare pasto completo.

    Hai pochi giorni per scaricare sul Kindle tutti i libri che avevi pensato di leggere questa estate (dovrebbe durare sei mesi l’estate per leggere tutto quanto avevi immaginato).

    Fai aperitivo con le amiche per salutarle (grazie al cielo, una scusa per vederci) e darti appuntamento ad un settembre che pare l’inizio di una nuova era. Saremo più toniche, più abbronzate, più colte, più divertenti per sorridere e toglierci quel filo di malinconia che, non so come mai, quest’anno aleggia un poco su questo finire di luglio. L’estate, tempo sospeso. Era meglio sognarla quando era marzo. Buone vacanze!

  • Sexy come l’antico testamento, buono come una gelatina di frutta

    Al secondo appuntamento con il sofà di Beniamino sono arrivata in ritardo. “Alle 7 da me”, nuova puntata, per me è iniziato alle 8,30 pm.

    Campagna vendite, trasloco scrivania, pilates e un’altra dozzina di cose da infilare in una giornata di luglio (16 ore di luce ti dopano, 38 gradi all day long ti annientano) mi hanno fatta arrivare lunga: cena finita (sob), rimaneva solo lo speach (vabbè coltivo il lato secchione).

    Striscio nel salotto gremito mentre Fabio Corno (è lui il prof – economia aziendale alla Bicocca – che ci spiega “l’impresa saggia”, partendo dal testo di Nonaka e Takeuchi) sta già parlando.

    Ma non sta citando l’Istat né i tassi di disoccupazione giovanile né il calo demografico. Inizia citando la Sapienza dal Libro dei Proverbi, Antico Testamento.

    Ma che figo è uno che, così, mentre ancora sei in sbatti perché hai parcheggiato in via Stendhal, ti parla di abisso e creazione, di sorgenti e eternità?

    La fame è passata (forse ho rubato qualche ciliegia dal piatto del vicino, grazie Alessandro) e abbiamo iniziato a volare tra il Giappone e la Brianza, tra imprenditori geniali ma egoisti e ragazzi preparati ma instabili.

    Appollaiati su poltrone, sedie, divani anche ex allievi del prof (emozionati di vederlo e ritrovarlo nell’intimità di un salotto anziché in un’aula universitaria) ansiosi di avere una risposta alle domande di come formare manager e imprenditori capaci di costruire una impresa saggia, capaci di rafforzare i legami tra impresa e società civile. Come si fa? Si inizia dalle aule? Si guarda alle aziende giapponesi che hanno saputo cambiare prospettiva di fronte alla discontinuità delle contingenze e dei disastri? Si riprendono i Greci? E si legge Galimberti, che è un loro fan?

    L’approccio di genere, in platea, come nel lettone di Sandra e Raimondo era percepibile:

    Femmine appassionate, autocritiche, idealiste

    • L’imprenditrice del capello, Serena, combattente idealista con fronti di conflitto aperti sul mercato (competizione a palla) in famiglia (dai papà che me la cavo da sola), e in azienda (perché i cuccioli che hai cresciuto decidono di volare altrove?) scalpita tra i sogni e la realtà.
    • La studentessa con i capelli raccolti e l’aria volitiva, pretende dal prof, se non risposte o formule, almeno una direzione per poter iniziare a pensare una impresa che costruisca anche per il futuro e non solo per gli azionisti
    • La first lady, osserva con pacata benevolenza e incedere elegante, il consorte relatore, i suoi allievi, la platea davvero interessata

    Maschi cinici, colti, spiritosi

    • L’editore diverte tutti con le sue disavventure con il piper, ironizza sulle scelte della distribuzione che accomuna le farmacie alle librerie (tanto il Retail è tutto uguale) ma infine ci commuove (e ci dà anche lui un po’ di speranza, manco fosse una femmina) parlando di una imprenditrice bolognese illuminata e filantropa
    • Il moderatore, Beniamino, amabile ma risoluto, distribuisce la parola anche ai timidi (pochi) e riporta le sbavature al tema della serata.
    • Il consulente che si occupa di passaggi generazionali di piccole e medie imprese scuote la testa disilluso: padri egoisti, figli coglioni.

    Romiti non ha ammiratori in salotto, Marchionne è divisivo (un genio, un farabutto), ma il dessert mette tutti d’accordo: le albicocche con messaggio (che arrivano da un giardino evidentemente e non dal fruttivendolo, se esiste la possibilità di trovarle abitate) le gelatine di frutta, la crema al caffè ci fanno dimenticare il caldo, ci radunano al tavolo delle vivande e ci fanno chiacchierare leggeri.

    Forse non usciremo con formule magiche ma qui, e ormai la sera era già notte, un po’ di saggezza si percepiva.

  • La Cina in salotto

    Ritrovo Beniamino, frequentato da bambino quando la sua mamma

    Giancarla, amica della mia, Rosita, ci portava in piscina rapendoci all’estate agreste della nonna Maria.

    I pomeriggi nella canicola estiva a tuffarci in quel di Vermezzo (bella come le Maldive agli occhi di noi tra i 6 e gli 8 anni) erano una vacanza al quadrato.

    Dopo una buona dose di anni non proprio trascurabili (amori, figli, carriere) eccoci nel salotto di un Beniamino adulto, in una bella casa – zona Parco Solari – che, pur in piena città, ha balconi pieni di piante che guardano facciate piene di verde. Incantevole claustrum che solo certe vie private di Milano sanno celare. Giò Ponti a progettare aiuta.

    Ci vediamo alle 7 era il titolo della serata (anche il copy ha la sua importanza in un salotto milanese) per parlare di Cina, autocrazie, economia.

    Una ventina di invitati, bollicine, lasagne, ciliegie e Claudio d’Agostino, relatore generoso e colto , per oltre vent’anni residente a Shangai, che ci racconta della grande potenza della Repubblica Popolare, della crisi demografica (un paese che invecchia e non fa più figli nonostante l’abolizione recente della legge del figlio unico), dei costi degli alloggi e delle scuole private, della differenza e tensione tra borghesia delle coste e contadini/operai delle grandi terre interne. Dei limiti alla libertà individuale, della violenza del lock down.

    Mi rimangono, della serata (non me ne voglia il sofisticato relatore) alcuni pensieri non perfettamente centrati:

    • Il crollo di un mito: alle signore cinesi il risotto fa schifo (non ci avevano raccontato nel 2013 del successo straordinario del riso Gallo condito con funghi o zafferano per cui i cinesi facevano la coda?)
    • il pensiero che la democrazia è inefficiente in paesi troppo grandi (la Cina, la Russia …) ma mi è davvero molto più simpatica delle alternative oggi sul mercato.
    • che la cosmetica per i capelli è nell’air du temp e non solo una mania delle mie nipoti Cate e Rosa, se è vero che una simpatica ospite della serata, graziosa e ironica imprenditrice di Parabiago alla terza generazione , esporta le sue maschere per chiome sfibrate in tutto il mondo

    E che il piacere di ricevere, confrontarsi, ritrovarsi , ha un che di genetico, che la capacità di tenere in vita legami lontani, fili di collegamento remoti è un’arte fine e preziosa.

    Rosita e Giancarla sarebbero contente. Thanks Beniamino.