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  • Dicembre a Milano

    Io e la Simo discutevamo la scorsa settimana a proposito di Milano e degli articoli che il Sette del Corriere della sera dedica alla nostra città per mano (penna) di giornalisti tanto prestigiosi quanto amari. De Bortoli, Verdelli…

    una Milano in Pan di zenzero alla Pasticceria Marchesi in Galleria

    Possibile che quello che leggiamo su queste pagine che stillano rimpianti e malinconie sia veramente il ritratto di Milano? Non è che la città merita un ufficio stampa un po’ più vispo?  Non un piazzista della Milano da bere intendo, né della gintoneria (caro case, traffico, criminalità minorile, panini a 14 euro, 4 colloqui per uno stage li vedo pure io) , ma una penna che veda anche il futuro e non solo rimpianga il passato (già Cicerone si lamentava ai suoi tempi ‘o tempora o mores’) sarebbe utile almeno al nostro buon umore. Arrivati a una certa età tutto quello che ci succedeva a vent’anni ci pare sempre meglio di quello che ci succede a ottanta.

    Cosi vi racconto il mio dicembre a Milano.

    Il venerdì tutti in metropolitana indossano scarpe da ginnastica. Di solito al venerdì c’è sciopero dei mezzi. Sempre per motivi sacrosanti, però noi siamo sempre a rischio. Sai quando parti ma  non sai se dovrai camminare quattro chilometri per tornare a casa. Di solito la rossa non tradisce. Della gialla io diffido sempre. La blu (forse perché la guida un robot?) è quasi sempre attiva, ma se non devi andare a Linate ti interessa poco. In ogni modo abbiamo tutti le sneakers pronti a vedere chilometri di vie che di solito percorriamo sottoterra. Io ho scoperto che via Inganni e la via più lunga del mondo ed è anche parecchio bruttina.

    Tra fine Novembre e Dicembre hanno inaugurato l’anno accademico la Cattolica e la IULM. Alla prima cerimonia mi sono innamorata del maestro Muti (ha tenuto una lectio magistralis con la sua orchestra sul Don Giovanni che ha mescolato maestria, ironia e fascino a una musica che ci ha trasportato in paradiso benché si suonasse l’inferno) ma mercoledì lo ho tradito con Monsignor Rocca che ha raccontato alla IULM i tre fogli del codice Atlantico di Leonardo che escono dall’Ambrosiana per andare in Università dove rimarranno fino a marzo. Un argano, una macchina per volare, uno studio della luce. Raccontati da Monsignor Rocca riempiono il cuore di entusiasmo e voglia di sperimentare e sbagliare e scoprire.

    Docenti togati, prof a contratto, studenti, tutti a godere e a sentirsi parte di un momento specialissimo. Due magnifiche rettrici, la Beccalli e la Garavaglia, a guidare due università diverse e bellissime.

    Mentre vado a fare lezione al master di Raffles Milano, vedo che stanno piantumando corso Buenos Aires. Alberi e arbusti che questa primavera renderanno ombrosa la via dello shopping. Forse ci vorrà qualche anno perché quegli alberelli prendano vigore ma insomma, vedere un po’ di verde in centro mi mette allegria,

    L’albero di Natale in Galleria è orribile. Ma serve a farci rimpiangere quello meraviglioso di Swarovski. In compenso la vetrina di Marchesi vale la gita in Galleria, con la torre Velasca e il Duomo di pan di zenzero.

    La Prima diffusa la ho vista nel cinema teatro Agorà di Robecco (appena rimesso a posto) ma negli anni scorsi la ho vista al carcere Beccaria con Silvia, al Dal Verme con Lidia, al cinema Cristallo di Cesano Boscone da sola perché nessuno era riuscito a venire. Che bello che tutti possiamo discutere e appassionarci a un’opera russa di Shostakovich. Le signore si mettono un po’ eleganti, non troppo ma qualche brillantino ci sta, anche se siamo al cinema, perché il 7 dicembre e sempre il 7 dicembre.

    A me la città questo dicembre è sembrata proprio bella. C’era Leonardo da Vinci alla Barona e la prima della Scala dappertutto. La morte di Ornella Vanoni ci ha regalato Milano in musica con la sua ammaliante malinconia ma anche la sua ironia, il suo sorriso, il suo fascino.

    56 anni fa una bomba esplodeva in Piazza Fontana. Forse era bello avere vent’anni ma Milano era grigia e succedevano tante cose che non vorremmo mai rimpiangere. Vedo molto futuro negli occhi degli studenti che affollano le classi delle scuole milanesi. Affiderei alle loro penne il racconto della città.

  • Una città fatta di carne, ossa, pensieri

    Pensavano la scorsa settimana da Beniamino, di parlare dei luoghi di Milano che la hanno trasformata da città industriale a “altro” (terziario? manifattura? ristorante?). Il professor Giorgio Bigatti ci avrebbe parlato di Via Rugabella, del quartiere operaio di via Solari, dell’Umanitaria e della Galleria De Cristoforis.

    Giorgio Bigatti, autore di Milano, matrici e metamorfosi di una capitale industriale

    Io ero in modalità mista tra google map e Case a prima vista (rigenerazioni urbane, vetro,  acciaio, fabbriche trasformate in show room,  costi al metro quadro) ma le aspettative sono state disattese. Non deluse né? Solo si è volato molto più in alto.

    Giorgio Bigatti (è lui l’ospite d’onore) è un vero studioso. Beniamino valuta il grado di valore dei libri che ospita dai chilometri di note. Beniamino scrive libri in cui le note sono più copiose del testo. Qui ha molta soddisfazione, quando tra le fonti vede Bonvesin de la Riva, Mario Botta…

    Questa città, che non è capitale e non è porto, è luogo di transito tra nord delle Alpi e Mediterraneo. E’ dove la seta traccia una linea tra Milano, Lione e Parigi. E’ dove l’editoria la fa capitale, con case editrici, tipografi, stampa specializzata. E’ dove si vive la straordinaria stagione Napoleonica.

    E nel racconto della città le vie lasciano spazio alle persone: Della Peruta, Beppe Berta, Mylius, Giuseppe Colombo, Brioschi, Pirelli, Boffi, Loris, Broglio, Bottoni, Banfi in un susseguirsi di architetti, imprenditori, maestri, grafici, economisti che hanno fatto grande la Milano del 900. Così via Rugabella negli anni ‘30 perde la sua dimensione brick and mortar e diventa un ecosistema di uomini e donne e menti e pensieri in cui Quasimodo, Sinisgalli, Bottoni  vivono una comunanza intellettuale che solo i bombardamenti del ’43 interromperanno.

    Quella borghesia pragmatica e internazionale, curiosa del progresso scientifico, che porta a Milano le suggestioni urbane dei passage parigini, i progetti di Edison, le case popolari con l’asilo Montessori, quella borghesia che aspira alla modernità ma è radicata alla città è oggi sostituita da una finanza immobiliare che non ha il volto, l’accento, le radici nel pavé delle strade milanesi. Una borghesia che segue il business senza attaccamento al territorio, senza il senso della responsabilità del luogo, ignoranti del genius loci. Forse è per questo che ci piace di più lo skyline con la torre Velasca (quella della copertina del libro btw) piuttosto che quello dei grattacieli di City life.

    La copertina del libro di Bigatti, sulla sedia del relatore

    Intorno a argomenti così gravi, durante la serata ruotano deliziosi episodi collaterali. Incontro in ascensore (mentre trasporta due grandi confezioni di acqua) Damiano Rebecchini (docente in Statale di Storia russa) con cui scambiano opinioni sui gusti del pubblico russo mentre tentiamo di far funzionare il citofono. Uno che porta su l’acqua minerale ma ha tradotto Delitto e Castigo. A Marchionne non ho mai perdonato il maglioncino, ma a lui condono senza riserve la resistenza all’uso della cravatta. Maurizio (lui porta i cannoncini di Panarello) riesce ad addolcire anche le considerazioni più amare. Gli unici volumi di Bigatti che girano in salotto vengono rivenduti a caro prezzo (fenomeno reseller come fossero una edizione limitata delle Jordan). Ci sono in sala un paio di designer di gioielli (è un periodo che la mia vita si incrocia con i gioielli, devo dirlo a Erri, così en passant), mentre Alessandro Aleotti riprende il suo fondo del Corriere a proposito di borghesia, Milano e responsabilità sociale.  

    Beniamino Piccone nel suo salotto di Via Letizia

     

    Pare che la fedeltà sia fuori moda, che ci siano troppi social e pochi incontri, che non si senta il respiro della città. Eppure, qui in via Letizia siamo una piccola comunità in controtendenza, assidui, presenti, invitati da un infaticabile Beniamino Piccone e trattenuti dalle deliziose lasagne di Silvia. Non sarà via Rugabella però…

  • Più Milano di così non si può

    Mercoledì a casa di Beniamino Piccone sulla sedia davanti al toro c’era Marco Castelnuovo, giornalista del Corriere della sera. Torinese, prestato a Roma, ormai milanese. Come Henry Beyle. Come Giorgio Armani. Abbiamo le prove: milanesi si diventa.

    Marco Castelnuovo e Beniamino Piccone. A terra copie del Corriere

    Sul divano, sulle poltroncine, sugli sgabelli, tanti amici di sempre, qualche studente nuovo, alcuni scrittori che prima o poi si siederanno là davanti e cambieranno prospettiva del salotto di via Letizia.

    Le copie di carta del Corriere sono sul pavimento. Quelle di oggi portate da Castelnuovo, e alcuni numeri memorabili che Beniamino conserva forse dagli archivi dei suoi genitori.

    Oggi si parla di Milano.

    Sicurezza (dai qui, a parte i furti di orologi ai Vip e il terrore di chi a Milano viene con l’ansia una volta all’anno, tutti sappiamo che quando eravamo ragazzini si stava molto peggio, rubavano auto e autoradio ai nostri genitori e ti sparavano anche. I magici anni ‘80 erano colorati ma anche piuttosto pericolosi), prezzi alle stelle delle case (siamo tutti d’accordo, ma anche a Londra, anche a Parigi…), scandalo edilizia/grattacieli/scia  (da approfondire), verde che non ce n’è abbastanza (no proprio non ce ne è abbastanza).

    Tutti alzano la mano per intervenire. Beniamino con piglio vivace (via Letizia dichiaratamente non è il microfono aperto di Radio Popolare) cazzia chi non fa domande abbastanza concise e interviene con tesi proprie (non sei tu l’invitato!). Tutti ridiamo quando veniamo bacchettati, ma ci lamentiamo lo stesso (e i residui mai spostati del cantiere M4 in piazza Aquileia? Lo diciamo al Cabibbo o scriviamo al Corriere? E io che guadagno la metà di mio fratello che fa il mio stesso mestiere a Boston? E una stanza a 800 euro che pagano i miei studenti stando in cinque in un appartamento? E le polveri sottili che provocherà l’abbattimento di San Siro? E per rifare uno stadio c’era bisogno di vendere anche mezzo quartiere? E poi chi cavolo lo ha comprato veramente tutto questo terreno? C’è da rimpiangere Zhang…).

    Alle isole di calore in Piazza San Babila, alla mancanza di alberi in Cordusio, agli arbusti al posto delle querce sembriamo ormai dei NO TAV. Se qualcuno tirasse fuori i pennarelli faremmo uno striscione, pronti a muovere verso Palazzo Marino urlando slogan rivoluzionari.

    Milano ci sta proprio stretta. Non va bene. Non funziona. Dove sono i ghisa? Si può aspettare un autobus 15 minuti? Manco in Africa…

    Fino a che un ex paninaro in penultima fila, lamentando traffico, mancanza di verde, caro appartamenti (insomma quello di cui tutti si stavano lamentando), dice che si sta meglio ad Arese. Arese?!

    E’ bastato un attimo per trasformarci da arrabbiatissimi detrattori della città a ambasciatori della Madonnina. Tutti uniti a fare il tifo per il Corriere della Sera (crisi dei giornali, ok, ma il Corriere è sempre il Corriere, per autorevolezza, numero abbonati, numero copie e da domani ci iscriviamo tutti alla news letter INCOEU, che è pure gratis).

    E poi Milano è città universitaria. 211.000 studenti, Istituti che attirano talenti da tutta Italia e non solo; la Bocconi che promuove corridoi universitari per i rifugiati di Palestina.

    E poi non puoi tenere fermi 106 cantieri con i cittadini che hanno già pagato il loro appartamento. Non sono mica tutti grattacieli in cortile...

    E poi Milano rimane la città più attrattiva in Italia, quella dove le cose succedono. E sempre stata cara. Costosa, come le cose che valgono più delle altre.

    Sai come quelle madri che stanno rimproverando il loro figliolo per qualche marachella, ma che appena un vicino di casa lamenta le stesse cose si trasformano in una fiera che difende la prole? Credo siano girate anche frasi in dialetto meneghino. Era un attimo e partiva oh me bela madunina.

    Per fortuna, giusto appena prima di uscire, un’ultima domanda viene da Giorgio Bigatti: e la Milano delle disuguaglianze?

    Dopo aver riposto gli striscioni della protesta, ci tocca riporre anche le bandierine dell’entusiasmo.

    La prossima puntata da Beniamino la facciamo guardando le due Milano e cercando di capire come la città possa rimanere quella in cui milanesi si diventa, quella in cui pulsa la vita vera di tutti i suoi abitanti e non solo quella patinata dei ricchi. La amiamo. Per questo la vogliamo degna del nostro amore.

  • E’ estate. Quasi quasi mi sposo

    Questa estate si sono sposati la mia amica Susi (ci ha messo una ventina d’anni a verificare se Luca avesse tutte le skills che lo rendessero idoneo al grande passo), Jeff Bezos e poi Arianna che non è che proprio si sposi spesso, ma tutti gli anni organizza una mega festa di anniversario nella sua casa in campagna a memoria del suo si.

    no questa non è la Susi, è la Sanchez

    Secondo me le domande che si sono fatte gli ospiti, che si recassero a Venezia o in Val Curone, sono state le stesse.

    CHE COSA MI METTO? Sembra incredibile ma (sarà che siamo italiani? Sarà che non avevamo il problema di indossare un baseball cap per non essere riconosciuti?) ma sia da Susi che da Arianna eravamo vestite meglio noi rispetto alle celebrities d’oltre oceano. Nessuna agghindata come in un porno soft, nessuna in nero, tutte colorate, con pigiami di seta (Dolce&Gabbana ha colpito anche da noi) gonne di chiffon a fiori, lunghi abiti giallo sole.

    Di bianco solo la sposa. Nessun abito si è strappato.

    Cioè abbiamo battuto la consulenza Wintour al capitolo eleganza.

    COME ANDIAMO?

    Hai guardato google maps? Facciamo car sharing per andare in campagna? Lidia passi tu a prendere la Simo? Poi torni a Milano o vai dritta al mare?

    Secondo me le nostre macchine alla fine erano meno numerose dei jet privati che hanno sorvolato il cielo della Laguna.

    Cioè abbiamo battuto Bezos al capitolo “logistica”.

    LA SCARPE? SI BALLA?

    Si si balla! E alla fine sia la Sanchez che la Susi hanno indossato le friulane.

    Noi avevamo anche le coreografie della Simo, da far impallidire Brian &Garrison

    MA QUELLO CHI E’?

    Ai matrimoni se tu sei l’amica della sposa, incontri per la prima volta gli amici dello sposo. O le amiche della sposa di quando era piccola a Caserta, che tu invece la sposa la hai conosciuta a Milano, all’Università.

    Cosi vedi in faccia la mitica Antonella, il cugino fascinoso che le porge il braccio, scopri aneddoti stravaganti sulla giovinezza di Luca (cosa faceva chiuso in bagno durante i mondiali dell’82? Forse lo scopriremo solo leggendo le pagine di Steccanella), scatti foto a gruppi allegri che chissà a quale specie appartengono (Lavoro? Tennis? Lontani parenti?).

    Da Arianna (la sua festa è il MET Gala di Volpedo) il ricambio degli ospiti e la folla di invitati non sono sotto controllo. Ci stringiamo in formazione a testuggine per affrontare le decine di nuovi amici della nostra social butterfly. Ne usciamo come ogni anno divertiti, confusi, senza aver memorizzato neanche un nuovo nome.

    Per Bezos–Sanchez sarà stato lo stesso, con la differenza che nessuno poteva non conoscere l’ identità degli altri invitati. Erano come i calciatori delle figurine Panini: tutti con il nome ben chiaro scritto sotto. Tutti troppo famosi per concedersi il privilegio del mistero.

    I nostri incontri sono stati più divertenti di quelli del matrimonio miliardario: abbiamo chiacchierato e flirtato con sconosciuti, come sotto la maschera anonima di un carnevale veneziano.

    Tornando a casa non abbiamo pilotato un elicottero, ma abbiamo affrontato impavidi la tangenziale, incandescente anche di notte. Un po’ sudati, un po’ allegri, un po’ stanchi.

    Belli i matrimoni d’estate, fanno festa! W gli sposi!

  • Tre (o quattro) cose che non sopporto più

    Sai come quando in vacanza ti innamori dei crostini toscani e tuo marito, tornati a casa, li compra tutte le settimane alla gastronomia dell’Esselunga e tu dopo quattro mesi preferiresti un vasa con l’emmenthal a un crostino con i fegatini?

    Così succede ad alcune parole talmente abusate che non ne possiamo più. Non ne possiamo più neanche quando sarebbero corrette perché ormai abbiamo la nausea.

    ICONICO. La borsa iconica, la forma iconica, il colore iconico.

    Se fino a qualche anno fa alla voce “iconico” mi veniva in mente Marilyn Monroe o Lady Diana, oggi mi sale un leggero malessere, un sapore di raffermo comunicato stampa, una tristezza semantica.

    Se una borsa non va in saldo perché il merch la mette nel piano di collezione anche la prossima stagione, non è iconica, è solo un NOS, un riconfermato, un continuativo. Insomma, qualcosa che troverai in negozio anche il prossimo anno.

    Qualche prodotto che si fa riconoscere di stagione in stagione anche senza il supporto del RIS di Parma, magari è rappresentativo, emblematico, ricorrente, di successo, non necessariamente iconico, come se fosse sceso dal cielo su una tavola lignea lavorata a foglia d’oro.

    Se poi le icone sono tante come le carte dei tarocchi allora rischi di usare un’altra parola che cancello dal mio vocabolario:

    ESCLUSIVO. Insieme al suo contrario (con cui vive legato in amoroso ossimoro): INCLUSIVO

    I marchi desiderano vendere il più possibile promuovendo alla intera umanità (varia per età, sesso, religione, latitudine, taglia) un prodotto fatto esclusivamente per loro.

    Roba esclusiva che posso comprare dappertutto e vedere dappertutto, conoscere nei minimi dettagli, dalla scheda tecnica al red carpet, dal flagship store all’outlet on line, dalla news letter alla TV in prima serata. Direi una relazione esclusiva come una amicizia su facebook.

    AUTENTICO. Chissà se questo accento morale sulla autenticità deriva dal pentimento per averci ingannati per anni e dalla decisione di dire infine la verità. La pizza con la mozzarella di bufala contiene davvero mozzarella di bufala.

    Tanta ostentazione di autenticità mi ricorda le esagerate professioni d’amore dei coniugi infedeli e le tovaglie a quadretti delle trattorie fuoriporta che servono zuppe di verdura Orogel.

    Excusatio non petita, accusatio manifesta dicevano i latini.  

    E chiudo con un oggetto, che ha il merito di incarnare quasi tutto l’orrore di quanto sopra: la TOTE BAG.

    Quella borsa di tela che una volta ti regalavano alla Feltrinelli ed era comodissima, occupava lo spazio di un fazzoletto e si dispiegava come una tenda canadese alla bisogna, ora è sostituita da quelle orribili borse di tela di Christian Dior, Fendi, Chloé con loghi giganteschi e fattura sempliciotta. Mark Jakobs ci ha pure scritto a caratteri cubitali THE TOTE BAG caso mai avessimo da scambiarla per un bauletto in vitello spazzolato.

    Direi che per l’estate possiamo riproporci una igienizzazione del vocabolario (editing di tutte le parole ormai svuotate di significato e che ci fanno storcere il naso) e anche dell’armadio. Io sono sicura di avere in fondo al cassetto una borsa di tela della Feltrinelli. La metterò in valigia per le vacanze.

  • A Mosca! A Mosca!

    L’altra sera da Beniamino il tema era un po’ inquietante: la guerra Russia Ucraina. Per altro in una serata che doveva essere importantissima per l’incontro tra Putin e Zelensky (dai che magari citofonava pure Trump all’ultimo) e che invece a Istambul (non in via Letizia dove gli incontri superano sempre le aspettative) ha partorito un topolino.

    Anna e Beniamino nel salotto di via Letizia, il 15 maggio

    Santo cielo che argomento difficile, che peso sul cuore, quasi vorrei una serata sulla botanica, o la nutrizione, o le creme abbronzanti, o il riciclo della carta.   Ma l’idea di vedere sulla poltroncina spalle al toro una giornalista speciale come Anna Zafesova mi ha fatto vincere ogni resistenza.

    Anna è certamente italiana (sa dove è Rozzano, ha un accento familiare, scrive nel nostro idioma sulla Stampa, sul Foglio, collabora con Radio Radicale e scrive libri in italiano che vincono premi) ma sicuramente è russa (con quel nome che sembra uscire da un romanzo di Tolstoj, quella camicina bianca ricamata a piccoli fiori e ramage come quelli delle matrioske, con gli infiniti giri di perle, pietre, catene che sembrano discese dalle icone bizantine a decorarle il collo).

    Tutto in lei mi pare delicato (le mani sottili e morbide, il broncio, i tatuaggi fitomorfi di cui c’è solo il tratto disegnato, solo i vuoti senza i pieni) e nello stesso tempo saldo e sicuro.

    I libri di Anna Zafesova sul tavolo di Beniamino Piccone

    La sua Russia è quella grigia della letteratura (quel grigiore, quella burocrazia, quella disillusione, quelle sconfinate steppe non ci hanno fatto vedere in Cechov un Leopardi esotico). Non la abbiamo amata quella sconfinata Russia anche solo per come era meravigliosamente raccontata? Una Russia, quella che ci racconta Anna Zafesova, con ambizioni piccolo borghesi che sono già una bella aspirazione per chi non ha mai conosciuto né la libertà politica né quella personale.

    La fine della servitù della gleba è arrivata solo nel 1861 ed è stato un bene certo, ma anche uno shock. Un mondo vecchio finiva e c’era da costruirne uno nuovo. Ma senza il topos del buon padrone c’è stato anche da far girare la testa. Gorbaciov, con la sua glasnost e la sua perestrojka (parole oggi cancellate dal revisionismo di Putin) inizia un processo di cambiamento senza conoscerne davvero i contorni e si butta in una economia di mercato che nessuno in quelle latitudini conosceva. L’occidente si compiace ma non ci investe più di tanto. Non ce la può fare Gorbaciov. E in effetti non ce la fa. Quando crolla nel 1991 l’Unione Sovietica i russi sono di nuovo scioccati. E con gli scaffali dei supermercati vuoti, una natalità bassa come in occidente e una mortalità alta come nel terzo mondo.

    Meglio recuperare un buon padrone allora, magari un grigio funzionario del kgb con cui condividere il desiderio di una casa, un’auto, una famigliola e un impiego al ministero?

    Non solo gli umani hanno amato Anna l’altra sera

    Così ecco di nuovo un sistema quasi monarchico, una economia di guerra che non ci si può permettere di stoppare (ferraglia, farmaci, divise…), una guerra agli avversari politici (Navalny avrebbe potuto per intelligenza, popolarità e coraggio essere una alternativa a Putin, ma appunto sappiamo come è andata), una guerra contro il pericolo del contagio democratico (i figli dei russi in guerra e quegli degli ucraini all’Erasmus? Meglio lanciargli un missile).

    Il ruolo della Cina (dai Trump corteggia un po’ Xi Jinping anziché far la guerra dei dazi) potrebbe essere determinante.

    Anna ma allora per chi facciamo il tifo se una Russia che va a pezzi potrebbe essere ancora più pericolosa di una Russia in guerra? Se non possiamo neanche sperare che venga un coccolone allo zar?

    Ecco forse proprio per l’Ucraina (con un passato autoritario ma con un sogno europeo) che potrebbe davvero far da modello per un possibile uscita da quella steppa (così bella, così russa, così grigia, così serva) che può riscrivere un copione nuovo in cui la libertà personale e politica possano avere spazio.

    Finiamo con le lasagne di Silvia, i cannoli di Panarello, la focaccia di Recco. Tutto è così buono che neanche il caviale ci vien da rimpiangere. Eppure ci stava, con tutta questa Russia sulla punta delle dita…

    Libri, vino e cibo. Vabbè 5 stelle per via Letizia

  • Intelligenza Artificiale: quando è opportuno mischiarla con quella naturale

    La scorsa settimana sono stata invitata ad una giornata di riflessione sul concetto di innovazione. Al Teatro Manzoni Stazione di partenza, un format a metà tra la convention e talk show dava voce a manager provenienti da aziende informatiche, logistiche, agenzie pubblicitarie, pubblica amministrazione, fornitori di servizi che esprimevano (chi con piglio attorale, chi supportato da slides) la loro visione del futuro prossimo, del ruolo dell’intelligenza artificiale, dell’impatto sul lavoro, del concetto di tempo e di responsabilità.

    In platea manager e docenti ad ascoltare diversi interventi della durata ognuno di una decina di minuti.

    Diversi spunti interessanti. Mi sono piaciuti l’intervento di Lorenzo Foffani di Dude, che ha parlato di disobbedienza e creatività, quello di Diego D’Ambrosi di Command per la scelta delle immagini rubate al cinema e quello di Federico Faggin (è lui la star per cui ho deciso di andare al convegno) che si è elevato nell’iperspazio lasciando a terra tutti i nerd del palcoscenico per parlare di spiritualità, dei limiti dello scientismo, del fatto che non siamo macchine. Lui, che ha inventato i microchip, che ha rivoluzionato il mondo digitale, che ha venduto a Apple la tecnica del touch screen, ha fatto l’intervento più filosofico della giornata.

    Ma se il teatro era bello, se l’inizio dei lavori è stato puntuale, se alcuni spunti mi sono piaciuti, perché ne esco con una sensazione di disagio?

    Ecco cosa non mi è piaciuto:

    I relatori erano TUTTI uomini con una unica eccezione (Simona Zelli, filosofa che lavora per la Pubblica Amministrazione della città di Trento) che rendeva ancora più percepibile la rumorosissima assenza di voci femminili.

    L’intervento di un logistico, che auspicava un approccio virtuale per il trasporto delle merci, (con l’idea mica stupida di ridurre i movimenti inutili dei beni fisici tramite la  condivisione dei dati tra gli attori della filiera) si esprimeva con una slides urticante (per altro orrenda, di quelle che trovi su internet aggratis) : lui che a fianco della sua ragazza si gira con aria marpiona ad ammirarne un’altra. Il tempo della monogamia (nella logistica) è finito. L’ardita metafora mi lascia basita.

    non ho la dida sulla monogamia logistica, ma il visual parla da solo

    Non so se hanno chiesto alla Intelligenza Artificiale di fare la scaletta (migliaia di anni a voce maschile non potevano generare che un modello di convegno YY) ma un poco di libero arbitrio avrebbe dovuto far virare la macchina e dare voce a scienziate e manager capaci di portare una voce originale sul palcoscenico. La tecnologia e la Innovazione non possono essere sostantivi femminili solo sulle pagine del vocabolario. Il format di Stazione di partenza sembra sia destinato a viaggiare per l’Italia. Procederei con una vigorosa revisione del genere dei relatori. Giusto per innovare un po’.

  • Cina, design e anima

    Un lavoro nuovo (al di là del lavoro in sé) comporta alcuni impegni collaterali: dove parcheggiare o quali mezzi prendere per arrivarci, dove trovare un bar che ci metta di buon umore per il caffè del mattino, quello che non ci svuoti il portafoglio per il pranzo di mezzogiorno, individuare un parrucchiere o una tintoria di prossimità che ci alleggeriscano l’organizzazione della giornata.

    Ma al di là della logistica dello spazio, ci capita di avere a che fare con quella dell’anima.

    Così aggiungiamo al canestro del “nuovo” anche i colleghi, gli studenti, la receptionist.

    Ieri, grazie a Luigi Ciuffreda, Tiziano Guardini e Fabio Verdelli (loro non sono né il parrucchiere né il barista, ma tre colleghi nuovi di Raffles) ho visitato la mostra MEET AT THE HORIZON presso Artopia Gallery, a Milano.

    Uno sguardo diverso, profondo sulla Cina nelle sue forme di artigianato antico (la lavorazione dell’argento è commovente, i pezzi di batik scenografici come una quinta di teatro) e una interpretazione contemporanea di quegli elementi grazie a un design morbido, umano gentile.

    Ne escono un abito di striscioline batik e medaglie, una tastiera di computer in porcellana con tasti in argento, casse musicali in rattan e comandi a sfioro.

    Qui si tratta di aver mescolato ingredienti trovati a migliaia di chilometri e distanti centinaia di anni,

    I cuochi che li hanno cucinati hanno tralasciato tutti i luoghi comuni (la Cina dei dazi, del superpotere economico, dei milionari consumatori del lusso; la tecnologia fatta di scatole nere di plastica e di fantascienza muscolare).

    Ci siamo ritrovati con oggetti bellissimi , contemporanei, dove nulla era arcaico o futurista e tutto era umano e in qualche modo senza tempo.

    Bello questo giro sulla macchina dello spazio/tempo, lontano dalle beghe del contingente, in una domenica pomeriggio al limitare della design week. Ci lascia il sapore dolce di chi aspetta una nuova alba.

  • Se Power Point è agli sgoccioli e Perplexity si mangia Google

    Mentre la mia storia di amore e odio con Power Point continua quasi come se fossi ancora una neofita alla scoperta delle sue nuove funzioni, scopro che si tratta ormai di un programma con i giorni contati. Le presentazioni le faremo tutte con Canva.

    quando a Parigi c’era il Drugstore

    Googolando per scoprire come si fa a chiamare il servizio clienti del Dyson (io a Google chiedo anche se nel risotto con i funghi va il parmigiano) leggo che il mio motore di ricerca preferito diventerà una reliquia e che domani useremo solo Perplexity.

    Mi pare come quando vai con nostalgia a vedere la tua stanza di studente a Parigi e scopri che è diventata la sala macchine dell’ascensore, che il DrugStore dove hai cenato a mezzanotte (e ti sembrava il massimo dello chic quando a Milano i ristoranti chiudevano la cucina alle 22,30) è diventato un negozio Armani. Chi ha autorizzato Parigi a cambiare il paesaggio emotivo a cui ti eri affezionata?

    Come quando il mercato coperto di via Washington è diventato un Bingo. Sono ancora arrabbiata ed è passato un secolo.

    Come quando (sempre Re Giorgio, né?) al posto di  De Padova è arrivato Armani Casa.

    Come quando hanno chiuso i Gemelli in Corso Vercelli.

    Come quando hanno cambiato l’albero di Natale Swarovski in Galleria. E tutti quelli che sono  seguiti ci sono parsi succedanei usurpatori. Ha fatto peggio per la reputazione di Gucci quell’albero senza poesia del 2023 che la gestione priva di stile degli uffici stile negli ultimi tre anni.

    Allora penso che Power Point mi fa dispetti fin dal nostro primo appuntamento e che tutte le sue proposte grafiche mi paiono tamarre con quegli sfondi degradé, con quelle linee asimmetriche, che va a finire che uso solo lo sfondo bianco e i caratteri neri.

    E Google che manda una lettera ai dipendenti annunciando settimane lavorative di 60 ore? Depositerò un fiore sulla sua tomba, senza troppi rimpianti.

    E me ne vado leggera, ignorando questo eterno presente senza radici e senza futuro, tenendomi il mio passato e reinventando il mio domani.

    Se fossi un dipendente di Google, manderei un CV a Perplexity. Da parte mia, do un’occhiata a Canva.

  • Una serata speciale, nonostante Pirandello

    Quando, a inizio stagione, abbiamo dato un’occhiata al cartellone del Franco Parenti una cosa ce la siamo detti chiara e tonda: Pirandello no, ormai ci ha rotto i cabbasisi, lui e le sue maschere, l’apparire e l’essere, la realtà e la finzione, la sua sicilianità pesante, ‘ste corna che, dai, basta!

    Poi non so come mai (Susi, lo so, è inspiegabile), abbiamo prenotato “Pirandello pulp”. Silvia ha detto che Edoardo Erba (l’autore) è una garanzia. Di lui non si ricorda cosa ha visto, forse all’Atir, ma in ogni modo è sicura sia un figo. Io temo più di contraddire la gemella che di subire Pirandello. E poi Gioele Dix forse ci darà una mano. Anche se io Gioele Dix me lo immagino con gli occhiali scuri a fare l’automobilista incazzato a Zelig più che a fare il regista. Magari si incazza con Pirandello e ci vendica.

    Con noi c’è anche papà che con Pirandello ha un rapporto ancora più complesso del nostro: lo ha amato svisceratamente e esageratamente per anni (noi no a dire la verità, neanche al liceo, neanche molti anni dopo il liceo, quando a rileggere i classici ti scopri ad amare perfino Manzoni), poi (tipo due anni fa) ha deciso che gli è caduto dall’altare. E come quelli che cadono dall’alto, ora si trova ai minimi.

    Mio padre per fortuna è uno di quei casi rari in cui il passare degli anni ha smussato le asperità del carattere anziché esacerbarle. Così il fu irascibile genitore ci accompagna a teatro senza fare polemica nonostante il siciliano drammaturgo sia nel titolo della pièce.

    Almeno dai, ceniamo insieme prima dello spettacolo. Beviamoci anche un po’ sopra, così magari questo filosofo con ali leggere come la pietra di Sisifo ci passa via più facile. Il foyer del Franco Parenti è talmente bello che vale l’uscita. La sala grande è piena, e una sala piena è già un bel vedere.

    Alla fine, ci siamo spellati le mani dagli applausi. Abbiamo riso davvero tanto, nonostante di Pirandello ce ne fosse un bel po’. Ma camuffato, seviziato, amato e rivelato dai due attori protagonisti, un Dapporto e un Traiano affiatati e bravissimi. Gioele Dix ci ha vendicati che neanche il Conte di Montecristo avrebbe fatto meglio. E se Pirandello dai Campi Elisi ha avuto modo di vedere lo spettacolo, si sarà anche divertito e forse avrà avuto il rimpianto di non essere stato lui, a scrivere questo metateatro pieno di ironia e amore per l’arte scenica.

    Questo è un appello a chi ha conti aperti con i classici e voglia di andare a teatro. Lo spettacolo è in scena fino al 16 marzo. “Imperdibile” direbbe il Direttore di sala.