Home

  • Fashion Week: ce n’è per tutti

    Sabato pomeriggio da Dolce&Gabbana potevi davvero sentirti una cool girl. Dopo qualche stagione in pizzo, tulle e reggiseno, di look evocativi ma difficili da immaginare fuori dal Metropol, abbiamo finalmente incontrato ragazze sicure di sé e dei propri gusti, pronte ad affrontare la strada, la giornata, la vita. In un rumore allegro e volitivo. Mescolato alla musica del DJ set di Victoria De Angelis, viale Piave è diventato palcoscenico.

    un abito di tulle e scarpine “da scartare” alla sfilata di Susan Fang

    Poi però domenica mattina ci è capitato di vedere in via Broggi la sfilata di Susan Fang, giovane designer cinese supportata da DG.

    Le giacche ampie e i jeans sdruciti che abbiamo visto in Piave, la falcata decisa, lo sguardo risoluto sono state sostituite da una romantica nuvola di tulle, da un passo delicato, da colori tenui e gentili.

    Piccoli sandali che parevano caramelle da scartare, sneaker decorate di paillette, tessuti argentei e cangianti come pesci in un ruscello, reti lavorate come panna montata e i copricapo di pietruzze e ramage perlacei.

    Modelle, chi alta e nera, chi minuta e rossa, chi bionda, chi castana, tutte come creature incantate a popolare un universo onirico e felice. Tutte diverse e tutte in armonia.

    La musica (i suoni direi, a volte sembravano pioggia, a volte un gong lontano) pareva scaturire da una natura psichedelica. Come i fiori di plexi che riflettevano luci provenienti da un viaggio lontano. Sarà che fuori c’era il sole, sarà che se ti muovi in auto a Milano alla domenica mattina ti pare di sentire Concato che canta “quando Milano dorme ancora”, sarà che ero di buon umore e mi pareva di far parte del sogno, ma questa giovane stilista cinese mi è piaciuta un sacco.

    Così la fashion week si chiude tra i volumi appena un po’ diversi da come il corpo li vorrebbe da Prada (che mette anche i gioielli dove non li aspetti), con il verde speranza da Gucci (augurando porti buono a chi verrà), con l’eleganza indiscutibile di Fendi che festeggia i suoi 100 anni, con le ragazze cool di Dolce&Gabbana che si riprendono la pole position in strada (e non è solo una metafora) e la meravigliosa leggera natura vaporosa di Susan Fang.

    Susan Fang alla fine della sfilata #supportedbyDG

    Forse la moda è in crisi, le poltrone degli stilisti traballano, i dazi incombono, l’on line non margina ma a questo giro la fashion week milanese ha dato spazio al bello. A un bello con molte sfaccettature. A ciascuno la sua.

  • A cena con Antigone e il prof Guidorizzi

    Ieri sera da Beniamino gli invitati arrivavano anche dall’Ade. Quello greco intendo (con Antigone, Ettore, Achille, Ulisse evocati per l’occasione), non solo dalle profondità della M4 scavata fino alle viscere di Milano.

    Giulio Guidorizzi e Beniamino Piccone

    Sulla poltrona fronte toro (quinta teatrale potente e invariabile sensibile per relatori del cenacolo di via Letizia) siede l’ellenista Giulio Guidorizzi. Professore di letteratura greca alla Statale di Milano, scrittore di miti, antropologo del mondo antico. Ce n’è abbastanza per farci scartabellare con un filo d’ansia i libri del liceo e far partire per errore un audio-bigino sull’età di Pericle (cellulare traditore!).

    E ad ascoltarlo una platea variegata, insolitamente popolata di ragazzi (i figli degli amici, che faranno il classico e quelli ancora alle medie come Costanza o quelli che hanno appena iniziato l’università come Sofia).

    Il mito greco ha vinto tutte le pigrizie e la tentazione da divano dopo una giornata di lavoro. Forse a riprova che il mythos ci seduce più del logos, in barba a ingegneri e economisti, che per una sera si sono lasciati incantare dalle 30 parole che riassumono la nostra civiltà. Beniamino ha tra le mani il volume “Il lessico dei greci”. Più tardi ce lo facciamo dedicare, sicuro.

     Il prof parte con un inno alla felicità, al vino, all’amore grazie a Dioniso che danza e domina un mondo felice. Che senso avrebbe dominare un mondo triste? E mentre l’ellenista sorride un po’ sornione, capiamo che a lui Dioniso è parecchio simpatico e Eros è un suo caro amico. Teodosio invece, imperatore bigotto, gli sta parecchio antipatico con il suo cristianesimo bacchettone e per avere vietato le Olimpiadi. Troppo pagane, troppo gaudenti.

    Questi dei greci, con i loro capricci e innamoramenti, con le loro azioni gioiose e senza comandamenti, lasciano all’umanità la libertà di agire. La libertà della filosofia.

    Certo, questi uomini liberi subiscono le conseguenze del destino, si fanno travolgere dall’hybris per poi essere puniti della propria tracotanza. Uomini senza colpa, con l’orgoglio del proprio corpo bello e potente, senza promessa di un futuro oltre la morte, anzi con la coscienza della propria sconfitta proprio mentre gustano la vittoria nell’agòn.

    Essere donne in ogni modo non era un buon affare a quei tempi. Se proprio femmina dovevi nascere nella culla della civiltà, meglio a Sparta che ad Atene. Diritti ben pochi per le ragazze. E la democrazia, insomma, era piuttosto YY. Ma dato che le parole hanno un peso, non parlerò più di Patriarcato come fosse un sinonimo di Maschilismo: il “padre” in quella penisola spazzata dai venti comandava su tutti, non solo sulle donne. Anche gli uomini più giovani del clan e i figli maschi potevano essere venduti da questo padre dominante. Da oggi sono femminista uguale, ma con il vocabolario corretto.

    Sai cosa ti dico prof? Io ora, come succede alle città che si evolvono secolo dopo secolo, uno strato sull’altro, tenendo mura spagnole e terme romane, torri che fanno il solletico al cielo e navigli coperti e scoperti, da questa serata mi porto via il fortilizio invincibile di Marco Aurelio da tenere nel cuore, l’allegrezza di Dioniso, la passione di Eros, la fedeltà di philìa ma anche la Provvidenza del Manzoni e se possibile la speranza di un ordine buono e la promessa di una vita eterna.

    Intanto le olimpiadi le abbiamo riesumate nonostante Teodosio… e la serata, sotto il Tadini nuovo di Beniamino, si è chiusa tra bicchieri vuoti, bottiglie rovesciate e mille promesse di letture classiche.

     

  • Milano a manetta

    Benché si stia cadendo nel Blue Monday, io sono reduce da una settimana che mi è piaciuta assai. Giovedì con alcuni colleghi di Raffles Milano, accompagnati dalla magica Anna Torterolo (90.000 libri tutti raccolti in quel corpo minuto), abbiamo visitato la mostra “Il genio di Milano” alle Gallerie d’Italia.

    La milanesità la si vede non solo nelle guglie del Duomo messe lì a portata di mano (e così guardiamo in faccia un San Giovanni scolpito per stare vicino al cielo e sceso all’ingresso delle gallerie, insieme alla sua aquila, per darci il benvenuto) o nei disegni del Codice Atlantico di Leonardo o nelle ciminiere delle periferie milanesi di Sironi.

    Se vale l’idea che milanesi si diventa, che i forestieri (dalle maestranze nordiche della fabbrica del duomo, ai pittori fiamminghi amati da Federico Borromeo) messo piede a Milano ne succhiano l’essenza e ne restituiscono il senso, allora anche il veder l’una a fianco all’altra opere che provengono da tanti musei milanesi (dall’Ambrosiana, da Brera, dalla Gam, da collezioni private) mi rivela  la capacità di questa città operosa di tessere relazioni fertili quando c’è da dar vita a progetti belli.

    E il tema delle relazioni come conoscenza è toccato dall’ Arcivescovo Delpini nel suo discorso per l’apertura dell’anno accademico in Cattolica.

    Venerdì, durante una cerimonia impeccabile, sontuosa e sobria ad un tempo, ascoltiamo una invettiva contro la banalità, un invito all’approccio umanista nello studio delle scienze, un desiderio di Università come incontri dei saperi.

    Me ne torno a casa in metropolitana con il cuore gonfio e la mente piena di pensieri. I cantieri della M4, che in Sant’Ambrogio non sono ancora terminati, non so come mai, oggi non mi danno fastidio.

    Sorrido a due alpini che fanno volontariato al Tempio della Vittoria. Ho ancora negli occhi le toghe dei rettori, il profumo di incenso della Basilica, il rigore e il respiro dell’intervento del Magnifico Rettore Elena Beccali.

    Quest’anno il Blue Monday non mi tocca. Il Genius Loci di Milano mi protegge.

  • Buoni propositi e vite al limite

    Mi sono risparmiata i bilanci del 2024 (la contabilità potrebbe non rendere giustizia razionale al mio attuale irrazionale ottimismo per l’anno nuovo) , ma sono bella carica per il 2025.

    As usual partiamo con la dieta, come ogni gennaio da che ho coscienza. Ma il modo in cui affrontarla (come hanno fatto anche quest’anno tre infingardi chili a infiltratisi senza autorizzazione nel mio sottocute?) cambia stile e dipende essenzialmente dai complici di cui riesco a circondarmi per l’impresa. Lo scorso anno eravamo molto Dry January: in ufficio pochi valorosi colleghi a secco di alcool per un mese si scambiavano languidi sguardi di sobrio martirio per arrivare come acciughe alla sfilata dell’uomo.

    Da ragazzina avevo mia sorella come alleata di diete (dissociate, del minestrone, delle verdure crude, dello stesso colore, del pollo bollito) . Ma ora la gemella è maledettamente magra e non c’è più gusto a lottare insieme contro il pannicolo adiposo.

    Quest’anno il piano non prevede la rinuncia a nessun alimento, ma il razionamento integralista delle porzioni: si cucina una mono porzione e la si divide in due. Vietato servirsi del bis, vietato accedere al frigo dopo che si è apparecchiata la tavola. Si consuma solo quello che è sulla tovaglia. Si lavano i denti mentre si sogna il dessert. A metà pomeriggio, quando desideri un panino alla porchetta, accendi il bollitore e ti fai una tisana. Fino a pochi giorni fa (sembrano millenni) eravamo a Lione tra paté, ostriche e formaggi. Si tratta di un passato da archiviare nell’anno scorso. Debosciato e bisesto.

    Sotto lo sguardo virtuale del dottor Nowsaradan, io e Erri ci siamo pesati, con gravità e apprensione. Lo stesso hanno fatto gli amici (erano anche loro, disgraziati gourmand, a Lione seduti alle Halles Bocuse davanti alle planches di fois gras). Un numero chiaro e spietato è comparso sulla bilancia ed è stato inciso nella pietra (beh, insomma è stato scritto sulla lavagnetta della spesa) Solo alla fine del mese scopriremo se lo spirito è stato più forte della carne.

    Sono sicura che gli altri buoni propositi (leggere di più e scrollare meno; fare solo commenti positivi e relegare al silenzio i giudizi negativi; non perdere il senso della responsabilità quando insegno; andare di più al cinema; non trascurare il blog; essere più ordinata; salvare il pianeta) saranno più facili della solita, stramaledetta dieta di inizio anno. Così funziona quando si vive una vita al limite. Buon 2025!

  • Vita on demand? no grazie

    Dicono che il tempo sia la risorsa più preziosa di cui disponiamo. Pare lo si debba trattare con i guanti bianchi e che il suo spreco sia peggio dei buchi nelle tubature d’acqua nelle regioni assetate del sud.

    Dopo decenni di sprechi, finalmente la vita on demand ci consente ottimizzazioni favolose.

    Su Instagram vediamo solo quello che ci piace. Nel mio caso stand up comedy in inglese con accento indiano; gentlemen anglosassoni che parlano di porcellane antiche; parrucchieri sudamericani che tagliano caschetti francesi a capellute clienti che entrano come Marcella Bella e escono come Ines de la Fressange. Sicuramente è colpa mia. Ho riso troppo con la Mannino e quando volevo cambiare taglio ho esagerato con la ricerca di reference da far vedere al parrucchiere. Però giuro ho anche altri interessi, come faccio a uscire dal tunnel del french bob?

    Netflix ti consiglia di vedere la ennesima stagione di Emily in Paris o l’ultimo film della Marvel, a seconda che l’ultimo a connettersi sia stata io o il Fede. Coppie di amici con ritmi diversi nella visione delle serie preferite hanno matrimonio in bilico per via del rischio spoiler.

    Morto il quotidiano, ucciso da breaking news e versioni on line fatte da stagisti (ridateci la nera di Buzzati) , rafferma come un vecchio cracker la TV generalista, malata la radio a cui preferiamo il podcast, possiamo finalmente indirizzare la nostra vita solo su canali tematici e vedere anche le repliche dell’Ispettore Barnaby (c’è qualcosa di più idiota di vedere un giallo di cui conosci già il colpevole e i colpi di scena?) o tutti i tornei di tennis del pianeta giocati da sconosciuti in luoghi forse ancora più sconosciuti. Siamo condannati dal nostro interesse per i gialli o il tennis a farne una scorpacciata nauseante.

    I concerti sono così costosi che ce ne possiamo permettere tre all’anno: non possiamo sbagliare la scelta e scegliamo solo quelli che ci piaceranno di certo. Eliminiamo il rischio di scoprire qualche cosa di nuovo.

    Davide Ferrario, sulla Lettura della scorsa domenica parlava di mondi paralleli: adulti colti e informati che non sanno nulla di Taylor Swift, giovani studenti di arti visive che non conoscono il nome dell’ultimo vincitore del Festival di Cannes. Due argomenti (Taylor e Cannes) celeberrimi per due mondi coesistenti ma impermeabili.

    Penso all’Antologia della scuola, che non amavo particolarmente sui banchi del liceo: perché tutti quei pezzettini di letteratura anziché sprofondare totalmente in un’opera completa? Eppure oggi, io che amavo i romanzi russi e ero annoiata dal neorealismo italiano, sono contenta di avere incontrato Calvino, sfiorato Fenoglio, pianto con Elsa Morante e sbuffato con Cassola.

    Basta, per questo scorcio di agosto ho deciso di tentare la fuga da questo mondo on demand. Voglio rischiare di vedere un film di cui non so niente, e lo voglio fare in un’arena estiva , con altri spettatori diversi da me ma tutti seduti nello stesso momento, che se arrivi in ritardo hai perso l’inizio. Voglio fare un giro nei mondi paralleli che mi sono preclusi dalle mie scelte on demand.

    La mia antologia saranno i miei giovani allievi, il Fede, gli sconosciuti in metropolitana, i colleghi, i figli dei colleghi, le vetrine dei negozi, il cineforum, i quartieri fuori mano, mia sorella Silvia e le mie amiche.

    Vorrei rischiare di scoprire che mi piace qualche cosa che non sapevo mi sarebbe piaciuto. Non vorrei sprecare il mio tempo frequentando solo quello che mi piace. Là fuori forse c’è di meglio.

  • Vita da Bomber

    A luglio, sulla spiaggia di Brighton, con il sole tiepido che ci scalda il viso e molte chiacchiere divertenti con i compagni di scuola, Gennaro mi guarda sorridendo e dice “vita da bomber“.

    Gennaro sorride, lui è la nostra social butterfly

    In effetti siamo in Inghilterra per una vacanza studio da adulti, due settimane alla St Giles. Intorno al tavolo una mezza dozzina di stranieri, chi dalla Svizzera, chi dalla Francia, chi dalla Slovacchia, che chiacchierano e ridono. Io sono tra questi.

    Che lavoro fai?” (alcuni prof di lingua o ingegneria, un po’ di marketing, qualche compagnia aerea…)

    “Quanto ti fermi in Inghilterra?” (2 settimane, 5 settimane, 9 settimane addirittura)

    Dove abiti?” (family accomodation per praticare l’inglese anche a cena o residence per essere vicini alla scuola…)

    Cosa facciamo nel week end?” (Cambridge? Greenwich? Londra no che c’è la finale degli Europei e ci sono ubriachi in giro sin dal mattino)

    “Conosco un bar dove si beve il migliore espresso della città” (ci andiamo tutti i giorni prima della scuola, Ralf me lo mostra dato che prede il bus 27 come me)

    Se vuoi sentirti a casa si va al VIP al capolinea degli autobus” (in effetti io ci vado la domenica a mezzogiorno, e mi godo tutti gli stereotipi italici, compresi biscotti del Mulino Bianco sugli scaffali)

    Io faccio i compiti in Biblioteca, vieni con me?”(in biblioteca ci vengono solo le femmine)

    Giovedì ho organizzato un bowling...” (alla Marina, poi si cena fuori)

    Ho trovato un pub dove possiamo vedere Wimbledon, che oggi c’è Sinner”

    Gennaro, svizzero di origini italiane, è stato un calciatore di serie A, prima che un infortunio (a volte gli infortuni sono un colpo di fortuna) gli facesse prendere altre strade. Lui sa che cosa è una vita da bomber.

    Ed incredibile, la stiamo vivendo anche noi, pur non sapendo tirare un calcio alla palla.

    Quindi ecco che cosa è una vita da bomber

    • è un periodo limitato nel tempo (5 anni? 2 settimane?)
    • è un momento senza responsabilità (no figli, no famiglia, no lavoro, no casa): devi solo giocare a calcio (o fare i compiti di inglese) e arrivare puntuale agli allenamenti (o a scuola)
    • ti senti ricco (l’ultima volta che sei andato a scuola vivevi di sola paghetta, con ghiacciolo all’anice e focaccia in cartella. Anche la pizzeria qui ti fa sentire Paperon de Paperoni se ci vai dopo la scuola).
    • è un concentrato di libertà e nuovi incontri, di locali e passeggiate da flaneur

    Così come un piccolo branco di pesci che si assottiglia e si rimpingua a seconda degli orari, dei cambi lezione, dei nuovi arrivi, guidati dalla nostra social butterlfy (chissà se senza Genna avremmo gustato lo stesso sapore bomber in questa London on the beach) viviamo la nostra vita sospesa e frizzante, il tempo giusto, appena prima di avere nostalgia della nostra casa, della nostra famiglia, della nostra terrena, impegnativa, dolce, vita da travet.

  • Se una mattina d’agosto un viaggiatore…

    Capita, per strani giochi del destino, che quest’anno l’agosto lo si passi a Milano. Si sono fatte vacanze a luglio, si deve preparare parecchio materiale per settembre. L’idea della città tutta per me è eccitante.

    Ho un ricordo (o forse un immaginario) in cui Milano era deserta, la farmacia di turno la si trovava sul Corriere, i ristoranti avevano giù la claire, le chiese avevano orario messe ridotto perché il parroco era in montagna in campeggio con i ragazzi.

    Parto dalla fermata di Bisceglie. Alle 9, 30 l’omino del parcheggio (lo stesso che durante l’anno non alza la testa neanche se tutte le macchine del pagamento automatico implodono durante la design week) mi saluta. Dice proprio “buongiorno” come se mi conoscesse, guardandomi negli occhi. Quasi mi commuovo e gli chiedo come sta la famiglia.

    Credo ci siano circa 34 gradi in strada. Nel vagone scendiamo a 18. Lo sbalzo termico mi fa dimenticare il calore del parcheggiatore. Maturo la coscienza di una incipiente polmonite. Dato che fuori si soffoca, gli avventori della metropolitana esibiscono nudità che neanche l’anticiclone Caronte può giustificare. Una singolare teoria di canottiere, l’una più brutta dell’altra (una anche con la cerniera – perché cari colleghi la avete disegnata?) fanno sfoggio su corpi che meriterebbero un poncho. Mi rendo conto che la canotta dopo gli otto anni non si può più portare.

    Scendo a Duomo e scopro che la città non è deserta. Moltissimi turisti con gli occhi verso le guglie stanno friggendo sulla piazza.

    Io ho un appuntamento a Palazzo Reale, con Anna Torterolo, storica dell’arte specialissima, conosciuta molti anni fa a Roma e mai dimenticata. La incontro perché la vorrei in squadra per il mio corso in Raffles Milano, ma la conversazione vola da subito a livelli siderali. Cattolicesimo e senso del sacro, sensualità e archetipi, perdita della trascendenza e arte mercificata. Tra Byron e Andy Warhol , di fronte a due caffè annegati nel latte freddo, non so come succede (di cose pratiche non si è praticamente parlato, le gestiremo con e mail,) credo lavoreremo insieme. Il sodalizio si cementa ammirando il Candelabro Trivulzio nella navata sinistra del Duomo, gigantesco capolavoro di oreficeria gotica, che i disgraziati turisti della navata destra non hanno modo di vedere..

    Tento di prendere il metro in Piazza Tricolore, ma oggi la M4 è chiusa. Mi rendo conto che io e la M4 abbiamo un irrisolto. Sono forse 8 anni che mi tormenta con la fatica dei suoi cantieri e le promesse della sua apertura.

    Prendo la rossa in san Babila. Più trolley e valigie che canottiere. Forse per vedere la città deserta devo aspettare la prossima settimana, gli ultimi milanesi la stanno abbandonando oggi. Oppure si tratta di turisti nuovi che stanno atterrando in centro per sostituire gli autoctoni.

    Torno a Bisceglie. Il parcheggiatore non c’è più. La macchina del pagamento automatico mi chiede se voglio la ricevuta. Schiaccio NO. La stampa lo stesso. Come fa durante tutti i giorni di tutti i mesi dell’anno (ma perché me lo chiede allora se ignora il mio volere?) . I foglietti per terra delle ricevute inutili sono molto meno del solito. La città ha nuovi abitanti, ma non sono i pendolari.

  • Stessa spiaggia, stesso mare

    Conversazioni rubate in riva al mare

    Dieta e suggestioni pittoriche.

    Al tavolo a fianco (non li vedo, sento solo le voci, ma poi non resisto a dare un volto al quartetto) colazione di una famiglia con due figlie. Una magra, una no.

    mamma (controllata) : ll dottore ha detto che avresti dovuto usare moderazione…

    figlia (esasperata) : ma mamma ne ho preso solo per assaggiare!

    mamma (risentita) : va bene da adesso giuro che non dico più niente

    figlia (moscia) … ho mangiato molta frutta

    mamma (non resiste a non dire più niente) : ma quella ti pare moderazione?!

    Quando mi giro vedo una donna di Botero con di fronte un piatto di frutta che pare la canestra del Caravaggio

    Dieta e contapassi.

    Coppia sui 50, abbigliamento sobrio, tipo lui dirigente, lei prof

    Lei: oggi abbiamo fatto 5,2 Km . E’ il giorno in cui abbiamo camminato di meno, ma è solo ora di pranzo

    Lui: …

    Lei: ieri abbiamo fatto 12 km

    Lui: …

    Lei: comunque mai meno di 8 km al giorno. Speriamo di avere perso qualche etto

    Lui: …

    Versione in infradito del Dejeuner du matin di Prevert,

    Adolescenza e ormoni.

    Gruppo di ragazzi, maschi, tra i 14 e i 17 anni, si muovono come un branco di pesci.

    Uno: comunque se ti vuoi fare Viola, devi darti una mossa

    (Viola è una ragazza molto carina, con lunghi capelli tizianeschi. Viola a tavola e in spiaggia sorride e si diverte con il gruppo di amici che io intercetto sotto la pineta. Viola probabilmente sarebbe contenta di avere un flirt con uno di loro, forse proprio quello che non si è ancora dato una mossa. Viola rabbrividirebbe e scapperebbe a gambe levate se sentisse la frase “se vuoi farti Viola”)

    Urge revisione linguistica per adolescenti: leggere Foscolo. Con un po’ di fortuna questo mare di niente può trasformarsi nel paradiso

    Caldo e humor.

    Due coppie con accento romano parlano delle loro vacanze dell’anno scorso

    Lui: Eravamo in Sicilia. 60 gradi. C’eravamo solo io e lei. Manco i gabbiani…

    Gli altri ridono. Rido anche io. Quasi li raggiungo al tavolo.

    Stessa spiaggia, stesso mare: buone vacanze!

  • Come gestire un colloquio quando vuoi disperatamente cambiare azienda?

    E’ un periodo in cui molte persone intorno a me cambiano lavoro (o desiderano molto farlo). Più o meno spontaneamente.

    Quindi si trovano a fare colloqui per nuove posizioni e nuove aziende. Ma cosa raccontare ai recruiter a proposito del nostro ultimo posto di lavoro?

    1) Mentire ma non troppo

    “Quello stronzo del mio capo mi ha licenziato perché preferisce circondarsi di leccapiedi” non è una buona strategia. Ma neanche “Voglio progetti più ambiziosi avendo traghettato l’azienda verso risultati lunari” se la vostra linea di prodotto perde più del mercato.

    Ecco come mentire, scoprendo poi che la revisione edulcorata del nostro fallimento, delusione, licenziamento è molto simile alla realtà, spogliata dagli elementi emotivi che la hanno accompagnata nei momenti difficili.

    “La sezione più strategica del mercato è stata delocalizzata e il mio ruolo in Italia si è svuotato delle azioni più significative“; oppure ” Il cambiamento del modello di business da Previsionale a Stagionale ha reso ridondante le mie competenze di pianificazione“, e ancora “La divisione marketing per cui lavoravo è stata accorpata dalle vendite, con attenzione preponderante per gli aspetti commerciali vs quelli strategici per cui ero stata assunta“.

    Tolto il fatto che il tuo capo ti sta terribilmente sulle palle per avere delocalizzato, cambiato il modello di business, preferito i muscoli delle vendite alla materia grigia del marketing e sostanzialmente non ti ha apprezzato abbastanza, probabilmente le cose sono andate proprio come le stai raccontando al recruiter.

    2) Non parlare male del tuo capo.

    Anche se è un imbecille, non dirlo al recruiter. Lui penserà che sei una mitomane difficile da gestire. Potrai svelare il tuo pensiero (a condizione che te lo chiedano, se no tienilo pure per te) solo dopo aver fatto il budget nella nuova azienda.

    3) Non parlare male dei colleghi

    Descrivere i colleghi come serpenti farà di te un sociopatico (la paura può rendere miserabili, bisogna avere un po’ di misericordia anche verso gli adulatori servili).

    4) Stimate le aziende per cui lavorate (io compro ancora reggiseni Chantelle, mi vesto Dolce&Gabbana se vado a una festa, indosso Armani se ho una riunione importante, Sergio Tacchini se gioco a tennis) ma non innamoratevene.

    La fedeltà è un valore fuori moda. La vostra azienda vi tradirà quando sarete troppo vecchi, o acciaccati, o avrete dato fondo alla vostra forza innovativa, quando verrà acquisita e dovrà tagliare qualche risorsa, o semplicemente quando avrà voglia di facce nuove. Tenetevi la parola amore per quelli che abitano al vostro civico. E quando volete fare un tuffo dove l’acqua è più blu, quando avete voglia di un nuovo paesaggio davanti agli occhi, cambiate lavoro. Avete solo da conquistare un recruiter.

  • Antropologia botanica

    Alle Tremiti, a passeggio con il biologo del Touring Club, camminiamo guardando la vegetazione della macchia mediterranea . Mai come durante questo avanzare tra arbusti e Pini di Aleppo , le piante mi sono sembrate così simili agli uomini.

    E certo Ovidio deve averle osservate parecchio se dentro quei rami ritorti, quelle fronde agitate, quegli spini lacrimosi, è riuscito a vedere ninfe e fauni e figli di dei e figli di uomini trasformati in piante da divinità capricciose.

    Dafne si trasforma in alloro, nella scultura del Bernini

    Ci imbattiamo nelle Xerofite, organismi che si sono adattati ai climi aridi, trasformando le loro foglie in spine, oppure rendendole piccole, gommose, pelose per tenersi l’acqua il più possibile.

    Cielo, ma quante volte abbiamo dovuto trasformarci per difenderci da un ambiente arido? Quanti esempi in cui la durezza ci è parsa necessaria per non essere feriti? O il farci piccoli e invisibili ci ha salvato dalla tempesta?

    Anche i nomi che gli uomini hanno dato a queste piante talvolta sono buffi e richiamano la condizione umana. La Salsapariglia, detta Stracciabraghe ha foglie a forma di cuore. E spine che ti strappano i pantaloni. Ci vedo solo io la metafora delle nostre relazioni d’amore?

    In ogni modo questa boscaglia che si sviluppa verso il basso per fregare il vento, che si fa sottile per non disidratarsi, che punge per difendersi, che fiorisce al momento giusto (chi in primavera come la viola ciocca fin dentro le grotte, chi a settembre come la cipolla di mare, a dire che l’estate è finita) e profuma di resina e liquirizia , rende la pineta così diversa dai nostri giardini urbani, eppure così simile ai suoi abitanti.