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Cina, design e anima

Un lavoro nuovo (al di là del lavoro in sé) comporta alcuni impegni collaterali: dove parcheggiare o quali mezzi prendere per arrivarci, dove trovare un bar che ci metta di buon umore per il caffè del mattino, quello che non ci svuoti il portafoglio per il pranzo di mezzogiorno, individuare un parrucchiere o una tintoria di prossimità che ci alleggeriscano l’organizzazione della giornata.

Ma al di là della logistica dello spazio, ci capita di avere a che fare con quella dell’anima.
Così aggiungiamo al canestro del “nuovo” anche i colleghi, gli studenti, la receptionist.
Ieri, grazie a Luigi Ciuffreda, Tiziano Guardini e Fabio Verdelli (loro non sono né il parrucchiere né il barista, ma tre colleghi nuovi di Raffles) ho visitato la mostra MEET AT THE HORIZON presso Artopia Gallery, a Milano.
Uno sguardo diverso, profondo sulla Cina nelle sue forme di artigianato antico (la lavorazione dell’argento è commovente, i pezzi di batik scenografici come una quinta di teatro) e una interpretazione contemporanea di quegli elementi grazie a un design morbido, umano gentile.
Ne escono un abito di striscioline batik e medaglie, una tastiera di computer in porcellana con tasti in argento, casse musicali in rattan e comandi a sfioro.

Qui si tratta di aver mescolato ingredienti trovati a migliaia di chilometri e distanti centinaia di anni,
I cuochi che li hanno cucinati hanno tralasciato tutti i luoghi comuni (la Cina dei dazi, del superpotere economico, dei milionari consumatori del lusso; la tecnologia fatta di scatole nere di plastica e di fantascienza muscolare).

Ci siamo ritrovati con oggetti bellissimi , contemporanei, dove nulla era arcaico o futurista e tutto era umano e in qualche modo senza tempo.
Bello questo giro sulla macchina dello spazio/tempo, lontano dalle beghe del contingente, in una domenica pomeriggio al limitare della design week. Ci lascia il sapore dolce di chi aspetta una nuova alba.
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Se Power Point è agli sgoccioli e Perplexity si mangia Google
Mentre la mia storia di amore e odio con Power Point continua quasi come se fossi ancora una neofita alla scoperta delle sue nuove funzioni, scopro che si tratta ormai di un programma con i giorni contati. Le presentazioni le faremo tutte con Canva.

quando a Parigi c’era il Drugstore Googolando per scoprire come si fa a chiamare il servizio clienti del Dyson (io a Google chiedo anche se nel risotto con i funghi va il parmigiano) leggo che il mio motore di ricerca preferito diventerà una reliquia e che domani useremo solo Perplexity.
Mi pare come quando vai con nostalgia a vedere la tua stanza di studente a Parigi e scopri che è diventata la sala macchine dell’ascensore, che il DrugStore dove hai cenato a mezzanotte (e ti sembrava il massimo dello chic quando a Milano i ristoranti chiudevano la cucina alle 22,30) è diventato un negozio Armani. Chi ha autorizzato Parigi a cambiare il paesaggio emotivo a cui ti eri affezionata?
Come quando il mercato coperto di via Washington è diventato un Bingo. Sono ancora arrabbiata ed è passato un secolo.
Come quando (sempre Re Giorgio, né?) al posto di De Padova è arrivato Armani Casa.
Come quando hanno chiuso i Gemelli in Corso Vercelli.
Come quando hanno cambiato l’albero di Natale Swarovski in Galleria. E tutti quelli che sono seguiti ci sono parsi succedanei usurpatori. Ha fatto peggio per la reputazione di Gucci quell’albero senza poesia del 2023 che la gestione priva di stile degli uffici stile negli ultimi tre anni.
Allora penso che Power Point mi fa dispetti fin dal nostro primo appuntamento e che tutte le sue proposte grafiche mi paiono tamarre con quegli sfondi degradé, con quelle linee asimmetriche, che va a finire che uso solo lo sfondo bianco e i caratteri neri.
E Google che manda una lettera ai dipendenti annunciando settimane lavorative di 60 ore? Depositerò un fiore sulla sua tomba, senza troppi rimpianti.
E me ne vado leggera, ignorando questo eterno presente senza radici e senza futuro, tenendomi il mio passato e reinventando il mio domani.
Se fossi un dipendente di Google, manderei un CV a Perplexity. Da parte mia, do un’occhiata a Canva.
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Una serata speciale, nonostante Pirandello

Quando, a inizio stagione, abbiamo dato un’occhiata al cartellone del Franco Parenti una cosa ce la siamo detti chiara e tonda: Pirandello no, ormai ci ha rotto i cabbasisi, lui e le sue maschere, l’apparire e l’essere, la realtà e la finzione, la sua sicilianità pesante, ‘ste corna che, dai, basta!
Poi non so come mai (Susi, lo so, è inspiegabile), abbiamo prenotato “Pirandello pulp”. Silvia ha detto che Edoardo Erba (l’autore) è una garanzia. Di lui non si ricorda cosa ha visto, forse all’Atir, ma in ogni modo è sicura sia un figo. Io temo più di contraddire la gemella che di subire Pirandello. E poi Gioele Dix forse ci darà una mano. Anche se io Gioele Dix me lo immagino con gli occhiali scuri a fare l’automobilista incazzato a Zelig più che a fare il regista. Magari si incazza con Pirandello e ci vendica.
Con noi c’è anche papà che con Pirandello ha un rapporto ancora più complesso del nostro: lo ha amato svisceratamente e esageratamente per anni (noi no a dire la verità, neanche al liceo, neanche molti anni dopo il liceo, quando a rileggere i classici ti scopri ad amare perfino Manzoni), poi (tipo due anni fa) ha deciso che gli è caduto dall’altare. E come quelli che cadono dall’alto, ora si trova ai minimi.
Mio padre per fortuna è uno di quei casi rari in cui il passare degli anni ha smussato le asperità del carattere anziché esacerbarle. Così il fu irascibile genitore ci accompagna a teatro senza fare polemica nonostante il siciliano drammaturgo sia nel titolo della pièce.
Almeno dai, ceniamo insieme prima dello spettacolo. Beviamoci anche un po’ sopra, così magari questo filosofo con ali leggere come la pietra di Sisifo ci passa via più facile. Il foyer del Franco Parenti è talmente bello che vale l’uscita. La sala grande è piena, e una sala piena è già un bel vedere.
Alla fine, ci siamo spellati le mani dagli applausi. Abbiamo riso davvero tanto, nonostante di Pirandello ce ne fosse un bel po’. Ma camuffato, seviziato, amato e rivelato dai due attori protagonisti, un Dapporto e un Traiano affiatati e bravissimi. Gioele Dix ci ha vendicati che neanche il Conte di Montecristo avrebbe fatto meglio. E se Pirandello dai Campi Elisi ha avuto modo di vedere lo spettacolo, si sarà anche divertito e forse avrà avuto il rimpianto di non essere stato lui, a scrivere questo metateatro pieno di ironia e amore per l’arte scenica.
Questo è un appello a chi ha conti aperti con i classici e voglia di andare a teatro. Lo spettacolo è in scena fino al 16 marzo. “Imperdibile” direbbe il Direttore di sala.
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Fashion Week: ce n’è per tutti
Sabato pomeriggio da Dolce&Gabbana potevi davvero sentirti una cool girl. Dopo qualche stagione in pizzo, tulle e reggiseno, di look evocativi ma difficili da immaginare fuori dal Metropol, abbiamo finalmente incontrato ragazze sicure di sé e dei propri gusti, pronte ad affrontare la strada, la giornata, la vita. In un rumore allegro e volitivo. Mescolato alla musica del DJ set di Victoria De Angelis, viale Piave è diventato palcoscenico.

un abito di tulle e scarpine “da scartare” alla sfilata di Susan Fang Poi però domenica mattina ci è capitato di vedere in via Broggi la sfilata di Susan Fang, giovane designer cinese supportata da DG.
Le giacche ampie e i jeans sdruciti che abbiamo visto in Piave, la falcata decisa, lo sguardo risoluto sono state sostituite da una romantica nuvola di tulle, da un passo delicato, da colori tenui e gentili.
Piccoli sandali che parevano caramelle da scartare, sneaker decorate di paillette, tessuti argentei e cangianti come pesci in un ruscello, reti lavorate come panna montata e i copricapo di pietruzze e ramage perlacei.
Modelle, chi alta e nera, chi minuta e rossa, chi bionda, chi castana, tutte come creature incantate a popolare un universo onirico e felice. Tutte diverse e tutte in armonia.
La musica (i suoni direi, a volte sembravano pioggia, a volte un gong lontano) pareva scaturire da una natura psichedelica. Come i fiori di plexi che riflettevano luci provenienti da un viaggio lontano. Sarà che fuori c’era il sole, sarà che se ti muovi in auto a Milano alla domenica mattina ti pare di sentire Concato che canta “quando Milano dorme ancora”, sarà che ero di buon umore e mi pareva di far parte del sogno, ma questa giovane stilista cinese mi è piaciuta un sacco.
Così la fashion week si chiude tra i volumi appena un po’ diversi da come il corpo li vorrebbe da Prada (che mette anche i gioielli dove non li aspetti), con il verde speranza da Gucci (augurando porti buono a chi verrà), con l’eleganza indiscutibile di Fendi che festeggia i suoi 100 anni, con le ragazze cool di Dolce&Gabbana che si riprendono la pole position in strada (e non è solo una metafora) e la meravigliosa leggera natura vaporosa di Susan Fang.

Susan Fang alla fine della sfilata #supportedbyDG Forse la moda è in crisi, le poltrone degli stilisti traballano, i dazi incombono, l’on line non margina ma a questo giro la fashion week milanese ha dato spazio al bello. A un bello con molte sfaccettature. A ciascuno la sua.
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A cena con Antigone e il prof Guidorizzi
Ieri sera da Beniamino gli invitati arrivavano anche dall’Ade. Quello greco intendo (con Antigone, Ettore, Achille, Ulisse evocati per l’occasione), non solo dalle profondità della M4 scavata fino alle viscere di Milano.

Giulio Guidorizzi e Beniamino Piccone Sulla poltrona fronte toro (quinta teatrale potente e invariabile sensibile per relatori del cenacolo di via Letizia) siede l’ellenista Giulio Guidorizzi. Professore di letteratura greca alla Statale di Milano, scrittore di miti, antropologo del mondo antico. Ce n’è abbastanza per farci scartabellare con un filo d’ansia i libri del liceo e far partire per errore un audio-bigino sull’età di Pericle (cellulare traditore!).
E ad ascoltarlo una platea variegata, insolitamente popolata di ragazzi (i figli degli amici, che faranno il classico e quelli ancora alle medie come Costanza o quelli che hanno appena iniziato l’università come Sofia).
Il mito greco ha vinto tutte le pigrizie e la tentazione da divano dopo una giornata di lavoro. Forse a riprova che il mythos ci seduce più del logos, in barba a ingegneri e economisti, che per una sera si sono lasciati incantare dalle 30 parole che riassumono la nostra civiltà. Beniamino ha tra le mani il volume “Il lessico dei greci”. Più tardi ce lo facciamo dedicare, sicuro.

Il prof parte con un inno alla felicità, al vino, all’amore grazie a Dioniso che danza e domina un mondo felice. Che senso avrebbe dominare un mondo triste? E mentre l’ellenista sorride un po’ sornione, capiamo che a lui Dioniso è parecchio simpatico e Eros è un suo caro amico. Teodosio invece, imperatore bigotto, gli sta parecchio antipatico con il suo cristianesimo bacchettone e per avere vietato le Olimpiadi. Troppo pagane, troppo gaudenti.
Questi dei greci, con i loro capricci e innamoramenti, con le loro azioni gioiose e senza comandamenti, lasciano all’umanità la libertà di agire. La libertà della filosofia.
Certo, questi uomini liberi subiscono le conseguenze del destino, si fanno travolgere dall’hybris per poi essere puniti della propria tracotanza. Uomini senza colpa, con l’orgoglio del proprio corpo bello e potente, senza promessa di un futuro oltre la morte, anzi con la coscienza della propria sconfitta proprio mentre gustano la vittoria nell’agòn.
Essere donne in ogni modo non era un buon affare a quei tempi. Se proprio femmina dovevi nascere nella culla della civiltà, meglio a Sparta che ad Atene. Diritti ben pochi per le ragazze. E la democrazia, insomma, era piuttosto YY. Ma dato che le parole hanno un peso, non parlerò più di Patriarcato come fosse un sinonimo di Maschilismo: il “padre” in quella penisola spazzata dai venti comandava su tutti, non solo sulle donne. Anche gli uomini più giovani del clan e i figli maschi potevano essere venduti da questo padre dominante. Da oggi sono femminista uguale, ma con il vocabolario corretto.
Sai cosa ti dico prof? Io ora, come succede alle città che si evolvono secolo dopo secolo, uno strato sull’altro, tenendo mura spagnole e terme romane, torri che fanno il solletico al cielo e navigli coperti e scoperti, da questa serata mi porto via il fortilizio invincibile di Marco Aurelio da tenere nel cuore, l’allegrezza di Dioniso, la passione di Eros, la fedeltà di philìa ma anche la Provvidenza del Manzoni e se possibile la speranza di un ordine buono e la promessa di una vita eterna.
Intanto le olimpiadi le abbiamo riesumate nonostante Teodosio… e la serata, sotto il Tadini nuovo di Beniamino, si è chiusa tra bicchieri vuoti, bottiglie rovesciate e mille promesse di letture classiche.

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Milano a manetta
Benché si stia cadendo nel Blue Monday, io sono reduce da una settimana che mi è piaciuta assai. Giovedì con alcuni colleghi di Raffles Milano, accompagnati dalla magica Anna Torterolo (90.000 libri tutti raccolti in quel corpo minuto), abbiamo visitato la mostra “Il genio di Milano” alle Gallerie d’Italia.

La milanesità la si vede non solo nelle guglie del Duomo messe lì a portata di mano (e così guardiamo in faccia un San Giovanni scolpito per stare vicino al cielo e sceso all’ingresso delle gallerie, insieme alla sua aquila, per darci il benvenuto) o nei disegni del Codice Atlantico di Leonardo o nelle ciminiere delle periferie milanesi di Sironi.
Se vale l’idea che milanesi si diventa, che i forestieri (dalle maestranze nordiche della fabbrica del duomo, ai pittori fiamminghi amati da Federico Borromeo) messo piede a Milano ne succhiano l’essenza e ne restituiscono il senso, allora anche il veder l’una a fianco all’altra opere che provengono da tanti musei milanesi (dall’Ambrosiana, da Brera, dalla Gam, da collezioni private) mi rivela la capacità di questa città operosa di tessere relazioni fertili quando c’è da dar vita a progetti belli.
E il tema delle relazioni come conoscenza è toccato dall’ Arcivescovo Delpini nel suo discorso per l’apertura dell’anno accademico in Cattolica.
Venerdì, durante una cerimonia impeccabile, sontuosa e sobria ad un tempo, ascoltiamo una invettiva contro la banalità, un invito all’approccio umanista nello studio delle scienze, un desiderio di Università come incontri dei saperi.

Me ne torno a casa in metropolitana con il cuore gonfio e la mente piena di pensieri. I cantieri della M4, che in Sant’Ambrogio non sono ancora terminati, non so come mai, oggi non mi danno fastidio.
Sorrido a due alpini che fanno volontariato al Tempio della Vittoria. Ho ancora negli occhi le toghe dei rettori, il profumo di incenso della Basilica, il rigore e il respiro dell’intervento del Magnifico Rettore Elena Beccali.
Quest’anno il Blue Monday non mi tocca. Il Genius Loci di Milano mi protegge.
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Buoni propositi e vite al limite
Mi sono risparmiata i bilanci del 2024 (la contabilità potrebbe non rendere giustizia razionale al mio attuale irrazionale ottimismo per l’anno nuovo) , ma sono bella carica per il 2025.

As usual partiamo con la dieta, come ogni gennaio da che ho coscienza. Ma il modo in cui affrontarla (come hanno fatto anche quest’anno tre infingardi chili a infiltratisi senza autorizzazione nel mio sottocute?) cambia stile e dipende essenzialmente dai complici di cui riesco a circondarmi per l’impresa. Lo scorso anno eravamo molto Dry January: in ufficio pochi valorosi colleghi a secco di alcool per un mese si scambiavano languidi sguardi di sobrio martirio per arrivare come acciughe alla sfilata dell’uomo.
Da ragazzina avevo mia sorella come alleata di diete (dissociate, del minestrone, delle verdure crude, dello stesso colore, del pollo bollito) . Ma ora la gemella è maledettamente magra e non c’è più gusto a lottare insieme contro il pannicolo adiposo.
Quest’anno il piano non prevede la rinuncia a nessun alimento, ma il razionamento integralista delle porzioni: si cucina una mono porzione e la si divide in due. Vietato servirsi del bis, vietato accedere al frigo dopo che si è apparecchiata la tavola. Si consuma solo quello che è sulla tovaglia. Si lavano i denti mentre si sogna il dessert. A metà pomeriggio, quando desideri un panino alla porchetta, accendi il bollitore e ti fai una tisana. Fino a pochi giorni fa (sembrano millenni) eravamo a Lione tra paté, ostriche e formaggi. Si tratta di un passato da archiviare nell’anno scorso. Debosciato e bisesto.
Sotto lo sguardo virtuale del dottor Nowsaradan, io e Erri ci siamo pesati, con gravità e apprensione. Lo stesso hanno fatto gli amici (erano anche loro, disgraziati gourmand, a Lione seduti alle Halles Bocuse davanti alle planches di fois gras). Un numero chiaro e spietato è comparso sulla bilancia ed è stato inciso nella pietra (beh, insomma è stato scritto sulla lavagnetta della spesa) Solo alla fine del mese scopriremo se lo spirito è stato più forte della carne.
Sono sicura che gli altri buoni propositi (leggere di più e scrollare meno; fare solo commenti positivi e relegare al silenzio i giudizi negativi; non perdere il senso della responsabilità quando insegno; andare di più al cinema; non trascurare il blog; essere più ordinata; salvare il pianeta) saranno più facili della solita, stramaledetta dieta di inizio anno. Così funziona quando si vive una vita al limite. Buon 2025!
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Vita on demand? no grazie
Dicono che il tempo sia la risorsa più preziosa di cui disponiamo. Pare lo si debba trattare con i guanti bianchi e che il suo spreco sia peggio dei buchi nelle tubature d’acqua nelle regioni assetate del sud.

Dopo decenni di sprechi, finalmente la vita on demand ci consente ottimizzazioni favolose.
Su Instagram vediamo solo quello che ci piace. Nel mio caso stand up comedy in inglese con accento indiano; gentlemen anglosassoni che parlano di porcellane antiche; parrucchieri sudamericani che tagliano caschetti francesi a capellute clienti che entrano come Marcella Bella e escono come Ines de la Fressange. Sicuramente è colpa mia. Ho riso troppo con la Mannino e quando volevo cambiare taglio ho esagerato con la ricerca di reference da far vedere al parrucchiere. Però giuro ho anche altri interessi, come faccio a uscire dal tunnel del french bob?
Netflix ti consiglia di vedere la ennesima stagione di Emily in Paris o l’ultimo film della Marvel, a seconda che l’ultimo a connettersi sia stata io o il Fede. Coppie di amici con ritmi diversi nella visione delle serie preferite hanno matrimonio in bilico per via del rischio spoiler.
Morto il quotidiano, ucciso da breaking news e versioni on line fatte da stagisti (ridateci la nera di Buzzati) , rafferma come un vecchio cracker la TV generalista, malata la radio a cui preferiamo il podcast, possiamo finalmente indirizzare la nostra vita solo su canali tematici e vedere anche le repliche dell’Ispettore Barnaby (c’è qualcosa di più idiota di vedere un giallo di cui conosci già il colpevole e i colpi di scena?) o tutti i tornei di tennis del pianeta giocati da sconosciuti in luoghi forse ancora più sconosciuti. Siamo condannati dal nostro interesse per i gialli o il tennis a farne una scorpacciata nauseante.
I concerti sono così costosi che ce ne possiamo permettere tre all’anno: non possiamo sbagliare la scelta e scegliamo solo quelli che ci piaceranno di certo. Eliminiamo il rischio di scoprire qualche cosa di nuovo.
Davide Ferrario, sulla Lettura della scorsa domenica parlava di mondi paralleli: adulti colti e informati che non sanno nulla di Taylor Swift, giovani studenti di arti visive che non conoscono il nome dell’ultimo vincitore del Festival di Cannes. Due argomenti (Taylor e Cannes) celeberrimi per due mondi coesistenti ma impermeabili.
Penso all’Antologia della scuola, che non amavo particolarmente sui banchi del liceo: perché tutti quei pezzettini di letteratura anziché sprofondare totalmente in un’opera completa? Eppure oggi, io che amavo i romanzi russi e ero annoiata dal neorealismo italiano, sono contenta di avere incontrato Calvino, sfiorato Fenoglio, pianto con Elsa Morante e sbuffato con Cassola.
Basta, per questo scorcio di agosto ho deciso di tentare la fuga da questo mondo on demand. Voglio rischiare di vedere un film di cui non so niente, e lo voglio fare in un’arena estiva , con altri spettatori diversi da me ma tutti seduti nello stesso momento, che se arrivi in ritardo hai perso l’inizio. Voglio fare un giro nei mondi paralleli che mi sono preclusi dalle mie scelte on demand.
La mia antologia saranno i miei giovani allievi, il Fede, gli sconosciuti in metropolitana, i colleghi, i figli dei colleghi, le vetrine dei negozi, il cineforum, i quartieri fuori mano, mia sorella Silvia e le mie amiche.
Vorrei rischiare di scoprire che mi piace qualche cosa che non sapevo mi sarebbe piaciuto. Non vorrei sprecare il mio tempo frequentando solo quello che mi piace. Là fuori forse c’è di meglio.
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Vita da Bomber
A luglio, sulla spiaggia di Brighton, con il sole tiepido che ci scalda il viso e molte chiacchiere divertenti con i compagni di scuola, Gennaro mi guarda sorridendo e dice “vita da bomber“.

Gennaro sorride, lui è la nostra social butterfly In effetti siamo in Inghilterra per una vacanza studio da adulti, due settimane alla St Giles. Intorno al tavolo una mezza dozzina di stranieri, chi dalla Svizzera, chi dalla Francia, chi dalla Slovacchia, che chiacchierano e ridono. Io sono tra questi.
“Che lavoro fai?” (alcuni prof di lingua o ingegneria, un po’ di marketing, qualche compagnia aerea…)
“Quanto ti fermi in Inghilterra?” (2 settimane, 5 settimane, 9 settimane addirittura)
“Dove abiti?” (family accomodation per praticare l’inglese anche a cena o residence per essere vicini alla scuola…)
“Cosa facciamo nel week end?” (Cambridge? Greenwich? Londra no che c’è la finale degli Europei e ci sono ubriachi in giro sin dal mattino)
“Conosco un bar dove si beve il migliore espresso della città” (ci andiamo tutti i giorni prima della scuola, Ralf me lo mostra dato che prede il bus 27 come me)
“Se vuoi sentirti a casa si va al VIP al capolinea degli autobus” (in effetti io ci vado la domenica a mezzogiorno, e mi godo tutti gli stereotipi italici, compresi biscotti del Mulino Bianco sugli scaffali)
“Io faccio i compiti in Biblioteca, vieni con me?”(in biblioteca ci vengono solo le femmine)
“Giovedì ho organizzato un bowling...” (alla Marina, poi si cena fuori)
“Ho trovato un pub dove possiamo vedere Wimbledon, che oggi c’è Sinner”
Gennaro, svizzero di origini italiane, è stato un calciatore di serie A, prima che un infortunio (a volte gli infortuni sono un colpo di fortuna) gli facesse prendere altre strade. Lui sa che cosa è una vita da bomber.
Ed incredibile, la stiamo vivendo anche noi, pur non sapendo tirare un calcio alla palla.
Quindi ecco che cosa è una vita da bomber
- è un periodo limitato nel tempo (5 anni? 2 settimane?)
- è un momento senza responsabilità (no figli, no famiglia, no lavoro, no casa): devi solo giocare a calcio (o fare i compiti di inglese) e arrivare puntuale agli allenamenti (o a scuola)
- ti senti ricco (l’ultima volta che sei andato a scuola vivevi di sola paghetta, con ghiacciolo all’anice e focaccia in cartella. Anche la pizzeria qui ti fa sentire Paperon de Paperoni se ci vai dopo la scuola).
- è un concentrato di libertà e nuovi incontri, di locali e passeggiate da flaneur
Così come un piccolo branco di pesci che si assottiglia e si rimpingua a seconda degli orari, dei cambi lezione, dei nuovi arrivi, guidati dalla nostra social butterlfy (chissà se senza Genna avremmo gustato lo stesso sapore bomber in questa London on the beach) viviamo la nostra vita sospesa e frizzante, il tempo giusto, appena prima di avere nostalgia della nostra casa, della nostra famiglia, della nostra terrena, impegnativa, dolce, vita da travet.
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Se una mattina d’agosto un viaggiatore…

Capita, per strani giochi del destino, che quest’anno l’agosto lo si passi a Milano. Si sono fatte vacanze a luglio, si deve preparare parecchio materiale per settembre. L’idea della città tutta per me è eccitante.
Ho un ricordo (o forse un immaginario) in cui Milano era deserta, la farmacia di turno la si trovava sul Corriere, i ristoranti avevano giù la claire, le chiese avevano orario messe ridotto perché il parroco era in montagna in campeggio con i ragazzi.
Parto dalla fermata di Bisceglie. Alle 9, 30 l’omino del parcheggio (lo stesso che durante l’anno non alza la testa neanche se tutte le macchine del pagamento automatico implodono durante la design week) mi saluta. Dice proprio “buongiorno” come se mi conoscesse, guardandomi negli occhi. Quasi mi commuovo e gli chiedo come sta la famiglia.
Credo ci siano circa 34 gradi in strada. Nel vagone scendiamo a 18. Lo sbalzo termico mi fa dimenticare il calore del parcheggiatore. Maturo la coscienza di una incipiente polmonite. Dato che fuori si soffoca, gli avventori della metropolitana esibiscono nudità che neanche l’anticiclone Caronte può giustificare. Una singolare teoria di canottiere, l’una più brutta dell’altra (una anche con la cerniera – perché cari colleghi la avete disegnata?) fanno sfoggio su corpi che meriterebbero un poncho. Mi rendo conto che la canotta dopo gli otto anni non si può più portare.
Scendo a Duomo e scopro che la città non è deserta. Moltissimi turisti con gli occhi verso le guglie stanno friggendo sulla piazza.
Io ho un appuntamento a Palazzo Reale, con Anna Torterolo, storica dell’arte specialissima, conosciuta molti anni fa a Roma e mai dimenticata. La incontro perché la vorrei in squadra per il mio corso in Raffles Milano, ma la conversazione vola da subito a livelli siderali. Cattolicesimo e senso del sacro, sensualità e archetipi, perdita della trascendenza e arte mercificata. Tra Byron e Andy Warhol , di fronte a due caffè annegati nel latte freddo, non so come succede (di cose pratiche non si è praticamente parlato, le gestiremo con e mail,) credo lavoreremo insieme. Il sodalizio si cementa ammirando il Candelabro Trivulzio nella navata sinistra del Duomo, gigantesco capolavoro di oreficeria gotica, che i disgraziati turisti della navata destra non hanno modo di vedere..
Tento di prendere il metro in Piazza Tricolore, ma oggi la M4 è chiusa. Mi rendo conto che io e la M4 abbiamo un irrisolto. Sono forse 8 anni che mi tormenta con la fatica dei suoi cantieri e le promesse della sua apertura.
Prendo la rossa in san Babila. Più trolley e valigie che canottiere. Forse per vedere la città deserta devo aspettare la prossima settimana, gli ultimi milanesi la stanno abbandonando oggi. Oppure si tratta di turisti nuovi che stanno atterrando in centro per sostituire gli autoctoni.
Torno a Bisceglie. Il parcheggiatore non c’è più. La macchina del pagamento automatico mi chiede se voglio la ricevuta. Schiaccio NO. La stampa lo stesso. Come fa durante tutti i giorni di tutti i mesi dell’anno (ma perché me lo chiede allora se ignora il mio volere?) . I foglietti per terra delle ricevute inutili sono molto meno del solito. La città ha nuovi abitanti, ma non sono i pendolari.
