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Stessa spiaggia, stesso mare
Conversazioni rubate in riva al mare

Dieta e suggestioni pittoriche.
Al tavolo a fianco (non li vedo, sento solo le voci, ma poi non resisto a dare un volto al quartetto) colazione di una famiglia con due figlie. Una magra, una no.
mamma (controllata) : ll dottore ha detto che avresti dovuto usare moderazione…
figlia (esasperata) : ma mamma ne ho preso solo per assaggiare!
mamma (risentita) : va bene da adesso giuro che non dico più niente
figlia (moscia) … ho mangiato molta frutta
mamma (non resiste a non dire più niente) : ma quella ti pare moderazione?!
Quando mi giro vedo una donna di Botero con di fronte un piatto di frutta che pare la canestra del Caravaggio
Dieta e contapassi.
Coppia sui 50, abbigliamento sobrio, tipo lui dirigente, lei prof
Lei: oggi abbiamo fatto 5,2 Km . E’ il giorno in cui abbiamo camminato di meno, ma è solo ora di pranzo
Lui: …
Lei: ieri abbiamo fatto 12 km
Lui: …
Lei: comunque mai meno di 8 km al giorno. Speriamo di avere perso qualche etto
Lui: …
Versione in infradito del Dejeuner du matin di Prevert,
Adolescenza e ormoni.
Gruppo di ragazzi, maschi, tra i 14 e i 17 anni, si muovono come un branco di pesci.
Uno: comunque se ti vuoi fare Viola, devi darti una mossa
(Viola è una ragazza molto carina, con lunghi capelli tizianeschi. Viola a tavola e in spiaggia sorride e si diverte con il gruppo di amici che io intercetto sotto la pineta. Viola probabilmente sarebbe contenta di avere un flirt con uno di loro, forse proprio quello che non si è ancora dato una mossa. Viola rabbrividirebbe e scapperebbe a gambe levate se sentisse la frase “se vuoi farti Viola”)
Urge revisione linguistica per adolescenti: leggere Foscolo. Con un po’ di fortuna questo mare di niente può trasformarsi nel paradiso
Caldo e humor.
Due coppie con accento romano parlano delle loro vacanze dell’anno scorso
Lui: Eravamo in Sicilia. 60 gradi. C’eravamo solo io e lei. Manco i gabbiani…
Gli altri ridono. Rido anche io. Quasi li raggiungo al tavolo.
Stessa spiaggia, stesso mare: buone vacanze!
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Come gestire un colloquio quando vuoi disperatamente cambiare azienda?
E’ un periodo in cui molte persone intorno a me cambiano lavoro (o desiderano molto farlo). Più o meno spontaneamente.

Quindi si trovano a fare colloqui per nuove posizioni e nuove aziende. Ma cosa raccontare ai recruiter a proposito del nostro ultimo posto di lavoro?
1) Mentire ma non troppo
“Quello stronzo del mio capo mi ha licenziato perché preferisce circondarsi di leccapiedi” non è una buona strategia. Ma neanche “Voglio progetti più ambiziosi avendo traghettato l’azienda verso risultati lunari” se la vostra linea di prodotto perde più del mercato.
Ecco come mentire, scoprendo poi che la revisione edulcorata del nostro fallimento, delusione, licenziamento è molto simile alla realtà, spogliata dagli elementi emotivi che la hanno accompagnata nei momenti difficili.
“La sezione più strategica del mercato è stata delocalizzata e il mio ruolo in Italia si è svuotato delle azioni più significative“; oppure ” Il cambiamento del modello di business da Previsionale a Stagionale ha reso ridondante le mie competenze di pianificazione“, e ancora “La divisione marketing per cui lavoravo è stata accorpata dalle vendite, con attenzione preponderante per gli aspetti commerciali vs quelli strategici per cui ero stata assunta“.
Tolto il fatto che il tuo capo ti sta terribilmente sulle palle per avere delocalizzato, cambiato il modello di business, preferito i muscoli delle vendite alla materia grigia del marketing e sostanzialmente non ti ha apprezzato abbastanza, probabilmente le cose sono andate proprio come le stai raccontando al recruiter.
2) Non parlare male del tuo capo.
Anche se è un imbecille, non dirlo al recruiter. Lui penserà che sei una mitomane difficile da gestire. Potrai svelare il tuo pensiero (a condizione che te lo chiedano, se no tienilo pure per te) solo dopo aver fatto il budget nella nuova azienda.
3) Non parlare male dei colleghi
Descrivere i colleghi come serpenti farà di te un sociopatico (la paura può rendere miserabili, bisogna avere un po’ di misericordia anche verso gli adulatori servili).
4) Stimate le aziende per cui lavorate (io compro ancora reggiseni Chantelle, mi vesto Dolce&Gabbana se vado a una festa, indosso Armani se ho una riunione importante, Sergio Tacchini se gioco a tennis) ma non innamoratevene.
La fedeltà è un valore fuori moda. La vostra azienda vi tradirà quando sarete troppo vecchi, o acciaccati, o avrete dato fondo alla vostra forza innovativa, quando verrà acquisita e dovrà tagliare qualche risorsa, o semplicemente quando avrà voglia di facce nuove. Tenetevi la parola amore per quelli che abitano al vostro civico. E quando volete fare un tuffo dove l’acqua è più blu, quando avete voglia di un nuovo paesaggio davanti agli occhi, cambiate lavoro. Avete solo da conquistare un recruiter.
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Gran Tour a Palazzo Reale, “dalle mani al cuore”
A Palazzo Reale c’è una mostra che si chiama “Dalle mani al cuore”. Alcuni abiti realizzati dall’atelier di Dolce&Gabbana sono eccezionalmente visibili (prestiti dalle collezioni private delle segretissime clienti dell’Alta Moda) pezzi unici che forse non riusciremo mai più a vedere da vicino.

Tali opere d’arte (difficile definirle altrimenti) sono ambientate in sale che sono a metà tra una installazione e una scena teatrale. Tableaux che danno corpo e anima a tutte le suggestioni della carriera dei due stilisti e ci trasportano nella Magna Grecia tra pepli e colonne, oppure nel folclore siciliano con l’euforia dei colori del carretto o nel bianco assoluto degli stucchi del Serpotta, per passare all’oro e al nero del sacro o al ballo del Gattopardo di Visconti.
Iperdecorate, in un tripudio di ricami, applicazioni, invenzioni sceniche, sorprese e colori, tutte le sale ci lasciano senza fiato per la loro opulenza.
L’ultima sala, approdo espositivo laddove tutto ha avuto origine, è dedicata a Milano. Siamo al teatro alla Scala. Palchi dorati e velluti rossi. Abiti sontuosi con bordi in ermellino e gonne infinite con applicate rose in seta che paiono vere a un passo dall’essere fanées. Costumi che immaginiamo indossati dalle dive del melodramma, a incarnare Tosca, Butterlfy, Turandot.
Ma la Milano che conosco, quella sobria e operosa, discreta e generosa , la trovo più autentica nell’atelier che riproduce la sartoria della maison, la trovo nella sala del cocktail offerto agli ospiti per sostenere Humanitas e la ricerca. Il pubblico dei visitatori della mostra (si trattava di una apertura speciale, il lunedì sera) affascinato da tanto splendore, era composto per la gran parte da medici, tecnici, ricercatori, amici sostenitori, in abiti austeri, venuti direttamente dai loro reparti, dalle loro aule universitarie. Padrone di casa il dottor Mantovani, che ha detto parole preziose e senza retorica, as usual (noi – la amiche – naturalmente siamo TUTTE innamorate di Mantovani). Una Milano che non sta sul palcoscenico e preferisce pagare il biglietto. Ma il pubblico fa parte dello spettacolo, non è vero? che gusto ci sarebbe a allestire un palco se le poltrone là di fronte non fossero piene? Se non si percepisse nel buio della sala una moltitudine di occhi e orecchie avidi?
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Il pacco da giù. Se lo avesse fatto Proust
Mentre tornavamo da pilates, Silvia ci ha fatto ascoltare “la lettera” di Jannacci, una canzone che non conoscevo e che (ma perché la voce stridula e scomposta di Jannacci mi tocca corde così intime?) mi ha commossa.
Poi alla radio sento di un ragazzo (studente pugliese fuori sede a Torino) che ha scritto la sua tesi di laurea sul “pacco da giù“,

fenomeno noto a chiunque abbia un amico o collega nato al sud e venuto a Milano per studio o lavoro. Antropologia prestata ai taralli.
La Patri mi manda il link per un podcast in cui Piperno parla di Philip Roth ma anche di Proust (Piperno da piccolo deve essere caduto in una confezione di Madeleine, perché non può prescindere da Proust).
In ogni modo tutto sembra parlarmi di legami e distanze tra luoghi e tempi lontani. E di fili tessuti con la trama dell’amore che pur sottili , fatti di parole non necessariamente definitive ([…] lettera senza firma, lettera con pochi argomenti […] ) o di cibi non necessariamente esclusivi (i taralli si trovano anche nei supermercati padani) sono importanti non per la loro qualità, ma per il semplice fatto di esistere.
“Il pacco da giù” non contiene solo cibo ma soprattutto la cura di chi lo ha confezionato (mamme, nonne, zie) , l’impegno del corriere ( un Michele Strogoff foriero di struggente nostalgia), la voglia di condividerlo con compagni di studio, con l’orgoglio del proprio paesello d’origine.
Io che perdo tutto, io che lontano dagli occhi lontano dal cuore, io che se anche mi mandi a vivere in un residence va bene lo stesso, conservo tutte le lettere che amiche, fidanzato, genitori, fratelli, nonni mi hanno scritto mentre studiavo a Parigi. Erano il mio salvagente, il mio legame vivo con ciò che amavo.
Silvia ha mandato a sua figlia che studiava in Canada un panettone della pasticceria sotto casa: voleva che sentisse la fragranza dell’isolato, non solo dei canditi. A casa di Susi non ho in mente una cena che non avesse la sorpresa di una melanzana sott’olio o di una pizza si scarole proveniente “da giù”.
E capisco l’epica del postale di Saint Exupery , che sfidava l’oceano e le tempeste a bordo del suo aereo per tenere il filo dei legami tra l’Europa e l’America.
Non erano solo dispacci, non erano solo pacchi. Erano la trama delle relazioni.
Se chi ti scrive non c’è più, se chi metteva le conserve nel pluriball è scomparso, ti rimane solo di scrivere un romanzo , magari sulla ricerca del tempo perduto
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La virtù sta nel mezzo. Ma a me piace la media…
Sono d’accordo con i latini, non bisogna esagerare. La medicina diviene veleno se le dosi eccedono.
Ma è anche vero che tutta la vita con il brodino tiepido mantiene il corpo ma fiacca l’anima. Almeno la mia, che ama il caffè bollente e il vino ghiacciato.

A me piace la media. Fatta di picchi e valli. Mi piacciono le stagioni che cambiano, con un freddo cane d’inverno, quello che ti ferisce quando esci dal ventre della metropolitana e l’asfalto che bolle in estate, che se ti cade la linguetta della coca cola la vedi sprofondare nel marciapiede.
Appena mi stufo del cappotto nero, so che presto arriveranno i sandali rosa.
Mi piace la città, con traffico, rumore, furore, teatri , lavoro, tram e tacchi. Appena prima di non poterne più e sognare la montagna con le pedule e il pranzo al sacco, o il mare con i piedi nudi e le silenziose passeggiate sulla battigia.
Che belle quelle cene in famiglia con mariti, figli, zii, nipoti rumorosi, tutti intorno alla tavola delle feste. Belle fino al momento in cui non riesci a scappare, infilare un paio di scarpe da ginnastica e correre sull’alzaia del Naviglio.
Adoro gli amici di sempre, solidi pilastri fin dai tempi dell’Università, fusione d’anime dalla giovinezza. Belli però gli incontri con gli sconosciuti, tutti da scoprire e che ci fanno raccontare noi stessi con parole nuove.
Il giovedì al Cineforum per vedere film d’essai. Poi però godimento supremo davanti all’Ispettore Barnaby, canale 38.
Che favola tornare all’Elba tutti gli anni, salutare il cameriere che già serviva i tuoi genitori, chiedere al bagnino Silvio come è passato l’inverno, comprare la stessa schiaccia nella stessa panetteria e la frutta buona solo dal camioncino sotto la pineta, che la colgono sull’isola, mica arriva dal continente.
Però che barba fare le vacanze sempre nello stesso posto! Ho voglia di nuovo, di inedito, di parlare un’altra lingua, di mangiare nuove pietanze.
Bello insegnare all’Università, ai migliori studenti della Cattolica. Certo che le Media sono un tuffo nell’inquietudine della trasformazione, nella macedonia delle razze, nel trionfo della tuta da ginnastica.
Mi piacciono le signore tutto cachemire del Poldi Pezzoli colte e piene di grazia zona uno (raro escano da aera C senza guida) , con cui andare per mostre e città d’arte. Ma anche i senzatetto dell’Opera Cardinal Ferrari che dormono sulla 90/91 e fanno polemica se la qualità della mensa non è all’altezza.
Probabilmente la virtù sta nel mezzo. Ma la vita sta dappertutto, possibilmente alternando gli alti e i bassi.
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La cura, da piazza Lavater a Strasburgo
Lunedì scorso, incuranti della pioggia battente ma con un freddo che ci faceva tremare come foglie (il riscaldamento del pianeta quest’anno a Milano ha fatto pausa), quattro femmine, che si conoscevano appena, si sono incontrate per un aperitivo al God save the food di piazza Lavater.

Il trait d’union che ci porta in questa serata da Transilvania a vincere la tentazione divano è Elena Sacco, vulcanica mantide che tesse fili e tele per tutta la città. Siamo a pochi metri dalla scuola Raffles Milano (qui io, Elena e la moda abbiamo il nostro punto di contatto). In metrò arriva Federica Brunini (giornalista e viaggiatrice con lo zainetto – metaforico – già pronto per la Bretagna) e in auto, in ritardo causa rogna in Comune, ma sorridente e piena di riccioli, Diana De Marchi, consigliere comunale e presidente della commissione pari opportunità.
Siamo allegre nonostante sia lunedì. Nonostante piazza Lavater sembri la Cambogia, nonostante ci sia il derby.
Succo di pomodoro (nessuna prende alcolici?) e parecchie tapas (quindi questa sera la resistenza alla calorie vale solo per i liquidi?).
Federica (deformazione professionale) praticamente ci intervista (chi sei? cosa fai? come è successo? ti registro!) ma con grazia e sincera curiosità, cosicché l’interrogatorio è addirittura divertente.
Ha una teoria sulla capacità curativa delle relazioni. Proprio nel senso pratico, fisico. Essere parte del paesaggio dei tuoi cari, essere controllato dai tuoi vicini, avere qualcuno che si accorge di te, ti allunga la vita. Così partono i nostri aneddoti a sostegno della sua tesi: il neo invisibile sotto il piede di Diana detectato dall’estetista e eliminato dal chirurgo, il mio basalioma intercettato dal massoterapista e rimosso dal dermatologo.
Parliamo di cohousing, di intimità e spazi comuni, di progetti urbanistici e organismi di coordinamento.
Siamo di quella generazione che quando passa la cura di Battiato alla radio, alza il volume a palla. Di quelle che con le amiche hanno girato il mondo, che hanno imparato a viaggiare da sole, sapendo che farlo in compagnia è meglio.
Poi si scivola verso le elezioni Europee. Come sono le liste? chi possiamo immaginare a Strasburgo? Come funziona il mix ideale dei passeggeri del bus per il Parlamento? Mentre ordiniamo un secondo giro, come se giocassimo al Monopoli, io faccio la strategia della campagna elettorale, Federica cura immagine e promozione, Elena sta già tessendo le sue tele.
Dal tavolo vicino un ragazzo ci scatta una foto. Chi sono queste donne che si sono trovate complici per caso in un sogno che ci proietta dalle cure dei nostri quartieri a quelle degli stati d’Europa? Che parlano della nuova caffetteria di Raffles Milano con entusiasmo imprenditoriale e del concetto di Iconicità da inserire in un corso di studi? Delle esperienze di turismo a tema per viaggiatrici singole e del come ti possa capitare un amore come si deve quando meno te lo aspetti? E Marsiglia? E le notti dell’Innominato? …
Il prossimo aperitivo lo beviamo al Mickey Mouse cafè, 3 piano, vicino all’emiciclo del Parlamento europeo. Oppure a casa di Elena. E allora saranno comunque bollicine.
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Quando la vita tradisce le origini. E fa bene
Un paio di settimane fa sono andata al Poldi Pezzoli (casa museo quintessenza della milanesità, nonché mio rifugio di bellezza) per vedere il polittico agostiniano di Piero della Francesca, ricomposto dopo oltre 500 anni grazie all’impegno del Museo meneghino e ai prestiti dei musei di New York, Washington, Londra, Lisbona che hanno consentito, per la prima volta nella storia, di riunire in Italia gli otto pannelli dispersi.

il polittico riunito al Poldi Pezzoli Mi parte una riflessione sul genius loci e sul legittimo nido dove dovrebbero stare le opere d’arte.
Il polittico è stato tutto insieme in Italia, dopo essere stato realizzato, non più di 100 anni. Per altro non sempre nella chiesa per cui era stato commissionato (gli agostiniani si erano poi trasferiti, portando il polittico in una diversa chiesa non abbastanza grande per ospitare tutta quella struttura trecentesca in cui avevano voluto costringere il moderno Piero).
Quindi gli otto pannelli che oggi ammiriamo in via Manzoni grazie all’idea della direttrice Alessandra Quarto sono stati parte integrante della vita dei collezionisti e poi dai pubblici della Frick collection di New York o della National Gallery di Londra, più di quanto non lo siano stati per i fedeli di Borgo San Sepolcro.
Così capita, come ai brand o alle nostre vite, che il legittimo posto non sia dove lo abbiamo immaginato o dove da manuale ci parrebbe di doverli collocare.
Disegniamo una brand strategy, ci impegniamo nella definizione della identità della marca e poi il nostro prodotto parte senza la nostra autorizzazione e si rende fertile in campi che non avevamo previsto, a volte in aree che abbiamo evitato, scartato, fuggito. Confezioniamo capi pensando alla Swinging London e li scopriamo indossati da hooligans. Ci ispiriamo al cinema di Antonioni e vendiamo ai rapper. Disegniamo per lo sport e ci ritroviamo sul palco di un concerto.
Così dobbiamo prendere atto che anche se Piero ha dipinto per gli agostiniani (e lo ha fatto in un polittico), il suo lavoro è diventato parte viva altrove, smembrato, per i visitatori della Frick, vista central park, che hanno familiarizzato con San Giovanni o per quelli del Poldi Pezzoli abitato dal suo San Nicola. O a Londra, dove c’è la mia pala preferita, quella di San Michele, con spada e testa mozzata del drago. Nati per stare insieme, uniti dal cielo azzurro nonostante le cornici d’oro a separarli, i santi hanno preso strade diverse, fatto vite autonome, vissuto esperienze variegate, appesi a pareti di collezionisti, di gallerie, di musei nazionali. Ora, per un paio di mesi, si ritrovano in vacanza in Italia, tutti insieme, ma pronti a tornare presto a casa dove li aspetta la vita vera, quella per cui non erano nati ma che è successa.
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Divina
Premesso che quando vado da Beniamino mi piace anche se si parla di cedolare secca, giovedì ho fatto il pieno di endorfine.

Per motivi variabili e non modificabili, era da qualche tempo che mi era impedito il cenacolo di Via Letizia.
L’altra sera invece tutto era al posto giusto: primavera ufficialmente iniziata, un open day ben riuscito alla scuola nuova, persino una fuga al Poldi Pezzoli in pausa pranzo per vedere il polittico di Piero della Francesca riunito dopo 500 anni (ma questa separazione in culla meriterà riflessione ad hoc).
Dunque l’ospite d’onore è Davide Steccanella (avvocato difensore degli indifendibili, giornalista e scrittore di argomenti apparentemente agli antipodi) che parla ( e scrive) con la stessa appassionata competenza di tribunali e belcanto, di calcio e lotta armata. Mentre sorseggia il vino (dai Poderi Einaudi) non parla di palato/bacche/fruttato (grazie a dio) ma delle vicende del fallimento della casa editrice negli anni ’80 (Beniamino ne ha scritto sul Sole24 ore con il consueto rigore da archivista). Poi si parla di Pastorale americana e della silenziosa contea di Holt. Sento già una certa sintonia letterario/americana. (Chissà se ama i russi, se gli piace Tolstoj).
Lascio pistole e toghe sullo sfondo, dimentico le Svedese e mi entusiasmo per la Callas.
“Sono nella musica che canto” è il titolo della biografia che Steccanella scrive della Divina.

Davide Steccanella e Beniamino Piccone ingarellati dalla Callas Racconta della sua giovinezza non memorabile (tra la nativa New York, dove bambina duetta con il suo canarino, e la Atene degli studi con Elvira de Hidalgo) durante la quale si imposta la sua voce unica, naturalmente profonda ma educata alle note alte, che la renderanno in grado di cantare tutto il repertorio del melodramma, di incarnarsi nella Brunilde di Wagner e nell’Elvira di Bellini.
Ma la Callas non diventa le sue eroine con la sola voce marziana. Lei è attrice e vuole il massimo da tutti (scenografi, registi, colleghi, impresari, direttori) affinché lo spettacolo sia al servizio dell’arte.
Prepotente? forse. Intransigente? può darsi. Infaticabile? certamente.
L’autore continua nel racconto e tutti abbiamo qualche cosa da dire, qualche domanda da fargli, perché ci pare che lui la conosca sul serio, che abbia avuto la chiave della sua anima, che quella voce divina sia uscita dal vinile e lo abbia legato a sé con un vincolo che va al di là dei carteggi, degli ascolti, dello studio.
Maria ha incarnato tanti personaggi sulla scena, ma è stata anche tante Marie nella vita: adolescente corpulenta a Atene, provincialotta virtuosa a Verona, icona di stile a Milano, socialite sul Christina. Ognuna delle Marie ha chiuso il sipario sulla Maria precedente, archiviando amori, contratti, relazioni apparentemente senza rimpianti.
La musica era parte di lei . La sua voce e il suo corpo, esercitati senza temere fatica e sacrificio, la hanno resa una interprete memorabile di storie scritte da altri. Che fossero Verdi o Meneghini, Bellini o Onassis, Puccini o i magazines del gossip internazionale. Lei non canta Violetta, lei è Violetta. Non fa la Diva , è la Diva.
Cosa mi rimane della serata?
- 1) Le lasagne erano deliziose , ma per Steccanella avrei pure digiunato.
- 2) Ascoltare la Norma e commuovermi.
- 3) Trovare foto o documenti della Traviata del ’55 di Visconti e godere pensando al teatro nella sua espressione più bella.
- 4) Sentire che essere umili servi dell’arte può renderti altera come una sacerdotessa greca.
- 5) In barba alla body inclusivity, da domani dieta! Se devi morire di tisi in scena (o giocare un qualunque ruolo nella moda a Milano) devi entrare nella taglia di campionario. Qualche decina di carati al decolleté e non mangiarsi le unghie aiutano.
- 6) Per essere il numero uno, oltre a essere superdotato, devi fare una montagna di sacrifici e spesso essere infelice.
- 7) Per essere felice devi essere mediamente dotato, fare qualche sacrificio e andare alla Scala (sindaco, lo vorresti dedicare a Maria Callas il teatro? a compensare l’abbattimento della sua casa in Buonarroti?) ad ascoltare gli esemplari divini del punto 6.
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Sinner ha perso. Per fortuna
Sinner sabato notte ha perso la semifinale di Indian Wells contro lo spagnolo Carlos Alcaraz.

Jannik non perdeva da 19 incontri, in una marcia trionfale che sembrava non doversi più fermare dalla Coppa Davis del 2023.
A casa nostra i cellulari sono sintonizzati tutti sulla latitudine della California. Tennis all night long.
A me piace un sacco Sinner, che con le sue gambette lunghe e infantili mi pare Tin Tin. Eppure non mi è dispiaciuto che abbia perso contro lo spagnolo.
Che gusto c’è a guardare un incontro se sai già chi vince ? Se non soffri punto dopo punto? Che gusto c’è a leggere di Achille contro Ettore se il cuore non trepida di ansia per le sorti del duello?
Carlos, giovane e forte, sconfiggendo Jannik, me lo ha restituito come un eroe pericolosamente in bilico sul crinale che divide il trionfo dalla sconfitta, vibrante e emozionante come lo sono le cose favolose e non scontate.
Ma con la leggerezza dell’amicizia e la magia di certi scambi extraterrestri, i due avversari si sono anche divertiti, trovandosi comprimari e non antagonisti – lo stadio in piedi ad applaudire – di uno spettacolo talmente bello da far dimenticare di chi fosse il punto.
Spero Jannik non me ne voglia e che non abbia sofferto troppo per la sconfitta. Mentre scrivo Alcaraz se la sta vedendo con Medvevev, ma del risultato della finale non mi interessa molto. La mia mente è già a Miami pronta a tifare per Sinner restituito al ruolo di eroe dall’umana grana, grazie a una provvidenziale caduta.


