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Vita da Bomber
A luglio, sulla spiaggia di Brighton, con il sole tiepido che ci scalda il viso e molte chiacchiere divertenti con i compagni di scuola, Gennaro mi guarda sorridendo e dice “vita da bomber“.

Gennaro sorride, lui è la nostra social butterfly In effetti siamo in Inghilterra per una vacanza studio da adulti, due settimane alla St Giles. Intorno al tavolo una mezza dozzina di stranieri, chi dalla Svizzera, chi dalla Francia, chi dalla Slovacchia, che chiacchierano e ridono. Io sono tra questi.
“Che lavoro fai?” (alcuni prof di lingua o ingegneria, un po’ di marketing, qualche compagnia aerea…)
“Quanto ti fermi in Inghilterra?” (2 settimane, 5 settimane, 9 settimane addirittura)
“Dove abiti?” (family accomodation per praticare l’inglese anche a cena o residence per essere vicini alla scuola…)
“Cosa facciamo nel week end?” (Cambridge? Greenwich? Londra no che c’è la finale degli Europei e ci sono ubriachi in giro sin dal mattino)
“Conosco un bar dove si beve il migliore espresso della città” (ci andiamo tutti i giorni prima della scuola, Ralf me lo mostra dato che prede il bus 27 come me)
“Se vuoi sentirti a casa si va al VIP al capolinea degli autobus” (in effetti io ci vado la domenica a mezzogiorno, e mi godo tutti gli stereotipi italici, compresi biscotti del Mulino Bianco sugli scaffali)
“Io faccio i compiti in Biblioteca, vieni con me?”(in biblioteca ci vengono solo le femmine)
“Giovedì ho organizzato un bowling...” (alla Marina, poi si cena fuori)
“Ho trovato un pub dove possiamo vedere Wimbledon, che oggi c’è Sinner”
Gennaro, svizzero di origini italiane, è stato un calciatore di serie A, prima che un infortunio (a volte gli infortuni sono un colpo di fortuna) gli facesse prendere altre strade. Lui sa che cosa è una vita da bomber.
Ed incredibile, la stiamo vivendo anche noi, pur non sapendo tirare un calcio alla palla.
Quindi ecco che cosa è una vita da bomber
- è un periodo limitato nel tempo (5 anni? 2 settimane?)
- è un momento senza responsabilità (no figli, no famiglia, no lavoro, no casa): devi solo giocare a calcio (o fare i compiti di inglese) e arrivare puntuale agli allenamenti (o a scuola)
- ti senti ricco (l’ultima volta che sei andato a scuola vivevi di sola paghetta, con ghiacciolo all’anice e focaccia in cartella. Anche la pizzeria qui ti fa sentire Paperon de Paperoni se ci vai dopo la scuola).
- è un concentrato di libertà e nuovi incontri, di locali e passeggiate da flaneur
Così come un piccolo branco di pesci che si assottiglia e si rimpingua a seconda degli orari, dei cambi lezione, dei nuovi arrivi, guidati dalla nostra social butterlfy (chissà se senza Genna avremmo gustato lo stesso sapore bomber in questa London on the beach) viviamo la nostra vita sospesa e frizzante, il tempo giusto, appena prima di avere nostalgia della nostra casa, della nostra famiglia, della nostra terrena, impegnativa, dolce, vita da travet.
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Se una mattina d’agosto un viaggiatore…

Capita, per strani giochi del destino, che quest’anno l’agosto lo si passi a Milano. Si sono fatte vacanze a luglio, si deve preparare parecchio materiale per settembre. L’idea della città tutta per me è eccitante.
Ho un ricordo (o forse un immaginario) in cui Milano era deserta, la farmacia di turno la si trovava sul Corriere, i ristoranti avevano giù la claire, le chiese avevano orario messe ridotto perché il parroco era in montagna in campeggio con i ragazzi.
Parto dalla fermata di Bisceglie. Alle 9, 30 l’omino del parcheggio (lo stesso che durante l’anno non alza la testa neanche se tutte le macchine del pagamento automatico implodono durante la design week) mi saluta. Dice proprio “buongiorno” come se mi conoscesse, guardandomi negli occhi. Quasi mi commuovo e gli chiedo come sta la famiglia.
Credo ci siano circa 34 gradi in strada. Nel vagone scendiamo a 18. Lo sbalzo termico mi fa dimenticare il calore del parcheggiatore. Maturo la coscienza di una incipiente polmonite. Dato che fuori si soffoca, gli avventori della metropolitana esibiscono nudità che neanche l’anticiclone Caronte può giustificare. Una singolare teoria di canottiere, l’una più brutta dell’altra (una anche con la cerniera – perché cari colleghi la avete disegnata?) fanno sfoggio su corpi che meriterebbero un poncho. Mi rendo conto che la canotta dopo gli otto anni non si può più portare.
Scendo a Duomo e scopro che la città non è deserta. Moltissimi turisti con gli occhi verso le guglie stanno friggendo sulla piazza.
Io ho un appuntamento a Palazzo Reale, con Anna Torterolo, storica dell’arte specialissima, conosciuta molti anni fa a Roma e mai dimenticata. La incontro perché la vorrei in squadra per il mio corso in Raffles Milano, ma la conversazione vola da subito a livelli siderali. Cattolicesimo e senso del sacro, sensualità e archetipi, perdita della trascendenza e arte mercificata. Tra Byron e Andy Warhol , di fronte a due caffè annegati nel latte freddo, non so come succede (di cose pratiche non si è praticamente parlato, le gestiremo con e mail,) credo lavoreremo insieme. Il sodalizio si cementa ammirando il Candelabro Trivulzio nella navata sinistra del Duomo, gigantesco capolavoro di oreficeria gotica, che i disgraziati turisti della navata destra non hanno modo di vedere..
Tento di prendere il metro in Piazza Tricolore, ma oggi la M4 è chiusa. Mi rendo conto che io e la M4 abbiamo un irrisolto. Sono forse 8 anni che mi tormenta con la fatica dei suoi cantieri e le promesse della sua apertura.
Prendo la rossa in san Babila. Più trolley e valigie che canottiere. Forse per vedere la città deserta devo aspettare la prossima settimana, gli ultimi milanesi la stanno abbandonando oggi. Oppure si tratta di turisti nuovi che stanno atterrando in centro per sostituire gli autoctoni.
Torno a Bisceglie. Il parcheggiatore non c’è più. La macchina del pagamento automatico mi chiede se voglio la ricevuta. Schiaccio NO. La stampa lo stesso. Come fa durante tutti i giorni di tutti i mesi dell’anno (ma perché me lo chiede allora se ignora il mio volere?) . I foglietti per terra delle ricevute inutili sono molto meno del solito. La città ha nuovi abitanti, ma non sono i pendolari.
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Stessa spiaggia, stesso mare
Conversazioni rubate in riva al mare

Dieta e suggestioni pittoriche.
Al tavolo a fianco (non li vedo, sento solo le voci, ma poi non resisto a dare un volto al quartetto) colazione di una famiglia con due figlie. Una magra, una no.
mamma (controllata) : ll dottore ha detto che avresti dovuto usare moderazione…
figlia (esasperata) : ma mamma ne ho preso solo per assaggiare!
mamma (risentita) : va bene da adesso giuro che non dico più niente
figlia (moscia) … ho mangiato molta frutta
mamma (non resiste a non dire più niente) : ma quella ti pare moderazione?!
Quando mi giro vedo una donna di Botero con di fronte un piatto di frutta che pare la canestra del Caravaggio
Dieta e contapassi.
Coppia sui 50, abbigliamento sobrio, tipo lui dirigente, lei prof
Lei: oggi abbiamo fatto 5,2 Km . E’ il giorno in cui abbiamo camminato di meno, ma è solo ora di pranzo
Lui: …
Lei: ieri abbiamo fatto 12 km
Lui: …
Lei: comunque mai meno di 8 km al giorno. Speriamo di avere perso qualche etto
Lui: …
Versione in infradito del Dejeuner du matin di Prevert,
Adolescenza e ormoni.
Gruppo di ragazzi, maschi, tra i 14 e i 17 anni, si muovono come un branco di pesci.
Uno: comunque se ti vuoi fare Viola, devi darti una mossa
(Viola è una ragazza molto carina, con lunghi capelli tizianeschi. Viola a tavola e in spiaggia sorride e si diverte con il gruppo di amici che io intercetto sotto la pineta. Viola probabilmente sarebbe contenta di avere un flirt con uno di loro, forse proprio quello che non si è ancora dato una mossa. Viola rabbrividirebbe e scapperebbe a gambe levate se sentisse la frase “se vuoi farti Viola”)
Urge revisione linguistica per adolescenti: leggere Foscolo. Con un po’ di fortuna questo mare di niente può trasformarsi nel paradiso
Caldo e humor.
Due coppie con accento romano parlano delle loro vacanze dell’anno scorso
Lui: Eravamo in Sicilia. 60 gradi. C’eravamo solo io e lei. Manco i gabbiani…
Gli altri ridono. Rido anche io. Quasi li raggiungo al tavolo.
Stessa spiaggia, stesso mare: buone vacanze!
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Come gestire un colloquio quando vuoi disperatamente cambiare azienda?
E’ un periodo in cui molte persone intorno a me cambiano lavoro (o desiderano molto farlo). Più o meno spontaneamente.

Quindi si trovano a fare colloqui per nuove posizioni e nuove aziende. Ma cosa raccontare ai recruiter a proposito del nostro ultimo posto di lavoro?
1) Mentire ma non troppo
“Quello stronzo del mio capo mi ha licenziato perché preferisce circondarsi di leccapiedi” non è una buona strategia. Ma neanche “Voglio progetti più ambiziosi avendo traghettato l’azienda verso risultati lunari” se la vostra linea di prodotto perde più del mercato.
Ecco come mentire, scoprendo poi che la revisione edulcorata del nostro fallimento, delusione, licenziamento è molto simile alla realtà, spogliata dagli elementi emotivi che la hanno accompagnata nei momenti difficili.
“La sezione più strategica del mercato è stata delocalizzata e il mio ruolo in Italia si è svuotato delle azioni più significative“; oppure ” Il cambiamento del modello di business da Previsionale a Stagionale ha reso ridondante le mie competenze di pianificazione“, e ancora “La divisione marketing per cui lavoravo è stata accorpata dalle vendite, con attenzione preponderante per gli aspetti commerciali vs quelli strategici per cui ero stata assunta“.
Tolto il fatto che il tuo capo ti sta terribilmente sulle palle per avere delocalizzato, cambiato il modello di business, preferito i muscoli delle vendite alla materia grigia del marketing e sostanzialmente non ti ha apprezzato abbastanza, probabilmente le cose sono andate proprio come le stai raccontando al recruiter.
2) Non parlare male del tuo capo.
Anche se è un imbecille, non dirlo al recruiter. Lui penserà che sei una mitomane difficile da gestire. Potrai svelare il tuo pensiero (a condizione che te lo chiedano, se no tienilo pure per te) solo dopo aver fatto il budget nella nuova azienda.
3) Non parlare male dei colleghi
Descrivere i colleghi come serpenti farà di te un sociopatico (la paura può rendere miserabili, bisogna avere un po’ di misericordia anche verso gli adulatori servili).
4) Stimate le aziende per cui lavorate (io compro ancora reggiseni Chantelle, mi vesto Dolce&Gabbana se vado a una festa, indosso Armani se ho una riunione importante, Sergio Tacchini se gioco a tennis) ma non innamoratevene.
La fedeltà è un valore fuori moda. La vostra azienda vi tradirà quando sarete troppo vecchi, o acciaccati, o avrete dato fondo alla vostra forza innovativa, quando verrà acquisita e dovrà tagliare qualche risorsa, o semplicemente quando avrà voglia di facce nuove. Tenetevi la parola amore per quelli che abitano al vostro civico. E quando volete fare un tuffo dove l’acqua è più blu, quando avete voglia di un nuovo paesaggio davanti agli occhi, cambiate lavoro. Avete solo da conquistare un recruiter.
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Gran Tour a Palazzo Reale, “dalle mani al cuore”
A Palazzo Reale c’è una mostra che si chiama “Dalle mani al cuore”. Alcuni abiti realizzati dall’atelier di Dolce&Gabbana sono eccezionalmente visibili (prestiti dalle collezioni private delle segretissime clienti dell’Alta Moda) pezzi unici che forse non riusciremo mai più a vedere da vicino.

Tali opere d’arte (difficile definirle altrimenti) sono ambientate in sale che sono a metà tra una installazione e una scena teatrale. Tableaux che danno corpo e anima a tutte le suggestioni della carriera dei due stilisti e ci trasportano nella Magna Grecia tra pepli e colonne, oppure nel folclore siciliano con l’euforia dei colori del carretto o nel bianco assoluto degli stucchi del Serpotta, per passare all’oro e al nero del sacro o al ballo del Gattopardo di Visconti.
Iperdecorate, in un tripudio di ricami, applicazioni, invenzioni sceniche, sorprese e colori, tutte le sale ci lasciano senza fiato per la loro opulenza.
L’ultima sala, approdo espositivo laddove tutto ha avuto origine, è dedicata a Milano. Siamo al teatro alla Scala. Palchi dorati e velluti rossi. Abiti sontuosi con bordi in ermellino e gonne infinite con applicate rose in seta che paiono vere a un passo dall’essere fanées. Costumi che immaginiamo indossati dalle dive del melodramma, a incarnare Tosca, Butterlfy, Turandot.
Ma la Milano che conosco, quella sobria e operosa, discreta e generosa , la trovo più autentica nell’atelier che riproduce la sartoria della maison, la trovo nella sala del cocktail offerto agli ospiti per sostenere Humanitas e la ricerca. Il pubblico dei visitatori della mostra (si trattava di una apertura speciale, il lunedì sera) affascinato da tanto splendore, era composto per la gran parte da medici, tecnici, ricercatori, amici sostenitori, in abiti austeri, venuti direttamente dai loro reparti, dalle loro aule universitarie. Padrone di casa il dottor Mantovani, che ha detto parole preziose e senza retorica, as usual (noi – la amiche – naturalmente siamo TUTTE innamorate di Mantovani). Una Milano che non sta sul palcoscenico e preferisce pagare il biglietto. Ma il pubblico fa parte dello spettacolo, non è vero? che gusto ci sarebbe a allestire un palco se le poltrone là di fronte non fossero piene? Se non si percepisse nel buio della sala una moltitudine di occhi e orecchie avidi?
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Il pacco da giù. Se lo avesse fatto Proust
Mentre tornavamo da pilates, Silvia ci ha fatto ascoltare “la lettera” di Jannacci, una canzone che non conoscevo e che (ma perché la voce stridula e scomposta di Jannacci mi tocca corde così intime?) mi ha commossa.
Poi alla radio sento di un ragazzo (studente pugliese fuori sede a Torino) che ha scritto la sua tesi di laurea sul “pacco da giù“,

fenomeno noto a chiunque abbia un amico o collega nato al sud e venuto a Milano per studio o lavoro. Antropologia prestata ai taralli.
La Patri mi manda il link per un podcast in cui Piperno parla di Philip Roth ma anche di Proust (Piperno da piccolo deve essere caduto in una confezione di Madeleine, perché non può prescindere da Proust).
In ogni modo tutto sembra parlarmi di legami e distanze tra luoghi e tempi lontani. E di fili tessuti con la trama dell’amore che pur sottili , fatti di parole non necessariamente definitive ([…] lettera senza firma, lettera con pochi argomenti […] ) o di cibi non necessariamente esclusivi (i taralli si trovano anche nei supermercati padani) sono importanti non per la loro qualità, ma per il semplice fatto di esistere.
“Il pacco da giù” non contiene solo cibo ma soprattutto la cura di chi lo ha confezionato (mamme, nonne, zie) , l’impegno del corriere ( un Michele Strogoff foriero di struggente nostalgia), la voglia di condividerlo con compagni di studio, con l’orgoglio del proprio paesello d’origine.
Io che perdo tutto, io che lontano dagli occhi lontano dal cuore, io che se anche mi mandi a vivere in un residence va bene lo stesso, conservo tutte le lettere che amiche, fidanzato, genitori, fratelli, nonni mi hanno scritto mentre studiavo a Parigi. Erano il mio salvagente, il mio legame vivo con ciò che amavo.
Silvia ha mandato a sua figlia che studiava in Canada un panettone della pasticceria sotto casa: voleva che sentisse la fragranza dell’isolato, non solo dei canditi. A casa di Susi non ho in mente una cena che non avesse la sorpresa di una melanzana sott’olio o di una pizza si scarole proveniente “da giù”.
E capisco l’epica del postale di Saint Exupery , che sfidava l’oceano e le tempeste a bordo del suo aereo per tenere il filo dei legami tra l’Europa e l’America.
Non erano solo dispacci, non erano solo pacchi. Erano la trama delle relazioni.
Se chi ti scrive non c’è più, se chi metteva le conserve nel pluriball è scomparso, ti rimane solo di scrivere un romanzo , magari sulla ricerca del tempo perduto
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La virtù sta nel mezzo. Ma a me piace la media…
Sono d’accordo con i latini, non bisogna esagerare. La medicina diviene veleno se le dosi eccedono.
Ma è anche vero che tutta la vita con il brodino tiepido mantiene il corpo ma fiacca l’anima. Almeno la mia, che ama il caffè bollente e il vino ghiacciato.

A me piace la media. Fatta di picchi e valli. Mi piacciono le stagioni che cambiano, con un freddo cane d’inverno, quello che ti ferisce quando esci dal ventre della metropolitana e l’asfalto che bolle in estate, che se ti cade la linguetta della coca cola la vedi sprofondare nel marciapiede.
Appena mi stufo del cappotto nero, so che presto arriveranno i sandali rosa.
Mi piace la città, con traffico, rumore, furore, teatri , lavoro, tram e tacchi. Appena prima di non poterne più e sognare la montagna con le pedule e il pranzo al sacco, o il mare con i piedi nudi e le silenziose passeggiate sulla battigia.
Che belle quelle cene in famiglia con mariti, figli, zii, nipoti rumorosi, tutti intorno alla tavola delle feste. Belle fino al momento in cui non riesci a scappare, infilare un paio di scarpe da ginnastica e correre sull’alzaia del Naviglio.
Adoro gli amici di sempre, solidi pilastri fin dai tempi dell’Università, fusione d’anime dalla giovinezza. Belli però gli incontri con gli sconosciuti, tutti da scoprire e che ci fanno raccontare noi stessi con parole nuove.
Il giovedì al Cineforum per vedere film d’essai. Poi però godimento supremo davanti all’Ispettore Barnaby, canale 38.
Che favola tornare all’Elba tutti gli anni, salutare il cameriere che già serviva i tuoi genitori, chiedere al bagnino Silvio come è passato l’inverno, comprare la stessa schiaccia nella stessa panetteria e la frutta buona solo dal camioncino sotto la pineta, che la colgono sull’isola, mica arriva dal continente.
Però che barba fare le vacanze sempre nello stesso posto! Ho voglia di nuovo, di inedito, di parlare un’altra lingua, di mangiare nuove pietanze.
Bello insegnare all’Università, ai migliori studenti della Cattolica. Certo che le Media sono un tuffo nell’inquietudine della trasformazione, nella macedonia delle razze, nel trionfo della tuta da ginnastica.
Mi piacciono le signore tutto cachemire del Poldi Pezzoli colte e piene di grazia zona uno (raro escano da aera C senza guida) , con cui andare per mostre e città d’arte. Ma anche i senzatetto dell’Opera Cardinal Ferrari che dormono sulla 90/91 e fanno polemica se la qualità della mensa non è all’altezza.
Probabilmente la virtù sta nel mezzo. Ma la vita sta dappertutto, possibilmente alternando gli alti e i bassi.
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La cura, da piazza Lavater a Strasburgo
Lunedì scorso, incuranti della pioggia battente ma con un freddo che ci faceva tremare come foglie (il riscaldamento del pianeta quest’anno a Milano ha fatto pausa), quattro femmine, che si conoscevano appena, si sono incontrate per un aperitivo al God save the food di piazza Lavater.

Il trait d’union che ci porta in questa serata da Transilvania a vincere la tentazione divano è Elena Sacco, vulcanica mantide che tesse fili e tele per tutta la città. Siamo a pochi metri dalla scuola Raffles Milano (qui io, Elena e la moda abbiamo il nostro punto di contatto). In metrò arriva Federica Brunini (giornalista e viaggiatrice con lo zainetto – metaforico – già pronto per la Bretagna) e in auto, in ritardo causa rogna in Comune, ma sorridente e piena di riccioli, Diana De Marchi, consigliere comunale e presidente della commissione pari opportunità.
Siamo allegre nonostante sia lunedì. Nonostante piazza Lavater sembri la Cambogia, nonostante ci sia il derby.
Succo di pomodoro (nessuna prende alcolici?) e parecchie tapas (quindi questa sera la resistenza alla calorie vale solo per i liquidi?).
Federica (deformazione professionale) praticamente ci intervista (chi sei? cosa fai? come è successo? ti registro!) ma con grazia e sincera curiosità, cosicché l’interrogatorio è addirittura divertente.
Ha una teoria sulla capacità curativa delle relazioni. Proprio nel senso pratico, fisico. Essere parte del paesaggio dei tuoi cari, essere controllato dai tuoi vicini, avere qualcuno che si accorge di te, ti allunga la vita. Così partono i nostri aneddoti a sostegno della sua tesi: il neo invisibile sotto il piede di Diana detectato dall’estetista e eliminato dal chirurgo, il mio basalioma intercettato dal massoterapista e rimosso dal dermatologo.
Parliamo di cohousing, di intimità e spazi comuni, di progetti urbanistici e organismi di coordinamento.
Siamo di quella generazione che quando passa la cura di Battiato alla radio, alza il volume a palla. Di quelle che con le amiche hanno girato il mondo, che hanno imparato a viaggiare da sole, sapendo che farlo in compagnia è meglio.
Poi si scivola verso le elezioni Europee. Come sono le liste? chi possiamo immaginare a Strasburgo? Come funziona il mix ideale dei passeggeri del bus per il Parlamento? Mentre ordiniamo un secondo giro, come se giocassimo al Monopoli, io faccio la strategia della campagna elettorale, Federica cura immagine e promozione, Elena sta già tessendo le sue tele.
Dal tavolo vicino un ragazzo ci scatta una foto. Chi sono queste donne che si sono trovate complici per caso in un sogno che ci proietta dalle cure dei nostri quartieri a quelle degli stati d’Europa? Che parlano della nuova caffetteria di Raffles Milano con entusiasmo imprenditoriale e del concetto di Iconicità da inserire in un corso di studi? Delle esperienze di turismo a tema per viaggiatrici singole e del come ti possa capitare un amore come si deve quando meno te lo aspetti? E Marsiglia? E le notti dell’Innominato? …
Il prossimo aperitivo lo beviamo al Mickey Mouse cafè, 3 piano, vicino all’emiciclo del Parlamento europeo. Oppure a casa di Elena. E allora saranno comunque bollicine.
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Quando la vita tradisce le origini. E fa bene
Un paio di settimane fa sono andata al Poldi Pezzoli (casa museo quintessenza della milanesità, nonché mio rifugio di bellezza) per vedere il polittico agostiniano di Piero della Francesca, ricomposto dopo oltre 500 anni grazie all’impegno del Museo meneghino e ai prestiti dei musei di New York, Washington, Londra, Lisbona che hanno consentito, per la prima volta nella storia, di riunire in Italia gli otto pannelli dispersi.

il polittico riunito al Poldi Pezzoli Mi parte una riflessione sul genius loci e sul legittimo nido dove dovrebbero stare le opere d’arte.
Il polittico è stato tutto insieme in Italia, dopo essere stato realizzato, non più di 100 anni. Per altro non sempre nella chiesa per cui era stato commissionato (gli agostiniani si erano poi trasferiti, portando il polittico in una diversa chiesa non abbastanza grande per ospitare tutta quella struttura trecentesca in cui avevano voluto costringere il moderno Piero).
Quindi gli otto pannelli che oggi ammiriamo in via Manzoni grazie all’idea della direttrice Alessandra Quarto sono stati parte integrante della vita dei collezionisti e poi dai pubblici della Frick collection di New York o della National Gallery di Londra, più di quanto non lo siano stati per i fedeli di Borgo San Sepolcro.
Così capita, come ai brand o alle nostre vite, che il legittimo posto non sia dove lo abbiamo immaginato o dove da manuale ci parrebbe di doverli collocare.
Disegniamo una brand strategy, ci impegniamo nella definizione della identità della marca e poi il nostro prodotto parte senza la nostra autorizzazione e si rende fertile in campi che non avevamo previsto, a volte in aree che abbiamo evitato, scartato, fuggito. Confezioniamo capi pensando alla Swinging London e li scopriamo indossati da hooligans. Ci ispiriamo al cinema di Antonioni e vendiamo ai rapper. Disegniamo per lo sport e ci ritroviamo sul palco di un concerto.
Così dobbiamo prendere atto che anche se Piero ha dipinto per gli agostiniani (e lo ha fatto in un polittico), il suo lavoro è diventato parte viva altrove, smembrato, per i visitatori della Frick, vista central park, che hanno familiarizzato con San Giovanni o per quelli del Poldi Pezzoli abitato dal suo San Nicola. O a Londra, dove c’è la mia pala preferita, quella di San Michele, con spada e testa mozzata del drago. Nati per stare insieme, uniti dal cielo azzurro nonostante le cornici d’oro a separarli, i santi hanno preso strade diverse, fatto vite autonome, vissuto esperienze variegate, appesi a pareti di collezionisti, di gallerie, di musei nazionali. Ora, per un paio di mesi, si ritrovano in vacanza in Italia, tutti insieme, ma pronti a tornare presto a casa dove li aspetta la vita vera, quella per cui non erano nati ma che è successa.


