Home

  • Mondi paralleli.

    Lo scorso anno, dopo aver letto l’Onegin di Puskin, decido di leggere A Rebours di Huysmans. Ero in pieno mood dandy-decadente. Non sapevo che il destino (guidato dal dio Amazon) avrebbe operato un incantesimo.

    Il Kindle non funziona. Incastrato. Niente da fare. Impossibile scaricare nuovi romanzi.

    Dato che i classici costano pochi euro, sul mio Kindle (una biblioteca gigante che sta anche nel bagaglio di Easy Jet) c’è l’opera omnia di diversi autori che in momenti vari ho deciso di acquistare in lingua originale (le edizioni tradotte a pochi euro possono essere pericolose. Non so se temere di più quelle degli stagisti o quelle della AI).

    Dato che stavo per scaricare un libro in francese, rimango a Parigi e inizio a leggere Balzac. La Comedie Humaine. Centotrentasette romanzi. Chissà quando avevo deciso di avere TUTTO Balzac sul mio Kindle.

    Io leggo il Kindle di notte, la sera prima di addormentarmi o nelle ore piccole per non disturbare Erri durante le mie insonnie. I libri veri (quelli che si sfogliano, che odorano di carta, che si possono sottolineare e di cui si ricorda la copertina) sono appannaggio del giorno.

    Ho vissuto almeno otto mesi (il Fede a maggio per il mio compleanno mi ha regalato un Kindle nuovo) con una vita diurna nel XXI secolo, utilizzando auto, metropolitana, computer, andando al lavoro, frequentando gli amici, preparando lezioni, telefonando, nuotando in piscina, pagando la spesa con la carta di credito.

    Ma la notte ero a Parigi. Ho vissuto intensamente tra il 1810 e il 1834, spostandomi a cavallo o in carrozza quando ero ricca, spolverando gli stivali dalla polvere della strada quando non potevo permettermi neanche una corsa sulla pubblica vettura ma ero divorata dall’ambizione d’esser ricevuta nei salotti buoni.

    Ho impegnato i miei gioielli per mantenere un giovane amante. Ho frequentato i più inquietanti strozzini della città (Gobseck, ancora mi mette i brividi), ho dilapidato al gioco le fortune della mia famiglia, a volte ho vinto per salvare l’onore di un amore appena nato.

    Ho cenato nei migliori salotti di Faubourg St Honoré ma anche nella modesta Pension Vauquer. A volte sono stata così miserabile da non cenare affatto. Ho visto i trionfi di Napoleone sotto l’arco del Carrousel che ancora portava in cima i cavalli di San Marco. Sono morta nell’incendio durante la festa del suo matrimonio con Maria Luisa, con il padiglione delle feste in fiamme, nel giardino dell’ambasciata d’Austria.

    Ho calcolato la dote per potermi sposare, valutato quanto fosse improbabile un matrimonio d’amore, contato rendite, visto capitali andare in fumo e nuovi ricchi guadagnare posizione. Ho vissuto la riforma del diritto privato di Napoleone e il disfacimento della primogenitura e delle eredità delle grandi famiglie. Sono stata Duchessa e Cortigiana. Madre gelida e figlia ingrata.

    Quanti biglietti ho scritto per essere ricevuta, quanti teatri ho frequentato, quanti palchi, quanti sguardi e passeggiate al Bois de Boulogne per un incontro d’amore.

    Al ventisettesimo romanzo il Kindle si è spento del tutto. L’incantesimo si è rotto e sono riemersa alla realtà contemporanea. Via i cavalli, i biglietti scritti a mano, gli inviti, le serate agli Italiens, i pettegolezzi della provincia.

    Però era incredibile ogni giorno sapere che la sera Parigi mi aspettava attraverso una porta magica, per farmi vivere in una realtà parallela, magnifica e miserabile, generosa fino al sacrificio e ambiziosa fino al delitto. Troppo incredibile per confessarla a Erri o ai colleghi, troppo intensa per condividerla con chi non avrebbe potuto capire.

    Magari un giorno me lo riscarico sul Kindle nuovo, tutto Balzac. E riparto dal romanzo trentotto, laddove ho lasciato la porta socchiusa per infilarmi di nuovo nel varco dello spazio-tempo. Au revoir Paris.

  • Autogrill. Odi et amo

    E’ un patto tra me e Erri. Quest’anno niente autogrill, niente auto, niente stress.

    il display dei libri in autogrill. E’ anche carino

    Si fanno solo vacanze in moto, si beve il caffè prima di partire al bar sotto casa, con la app Fuoricasello, quando è ora di pranzo, usciamo dall’autostrada e ci regaliamo una pausa in una trattoria gourmand. No alla Rustichella di gomma al prezzo del Fois Gras, voglio a quel prezzo almeno una tagliatella tirata a mano.  Si parte di martedì che non c’è traffico. Si parte dopo le 10 che non c’è neanche l’ora di punta delle anime in pena che ancora lavorano ad agosto. Si sopportano poche ore di autostrada per poi percorrere ad andatura lenta la Val D’Orcia, sentendo il profumo della Toscana.

    Il primo compromesso è sul mezzo di trasporto. Impossibile affrontare le vacanze in moto con il caldo torrido che, se sembra insopportabile in città, sulla Milano – Bologna rischia di diventare la griglia su cui abbandonare i nostri corpi esanimi. Si prende l’auto. Vabbè dai, sono sempre vacanze.

    Si fa il pieno appena finito lo sconto delle accise. Non guidando un furgone diesel il saving Rustichella ce lo siamo già giocato con il rifornimento di benzina. Pazienza, dai siamo in vacanza.

    Dopo circa 20 km Erri ha un dubbio: abbiamo chiuso casa? Si ricorda di aver messo l’allarme ma non visualizza la sua mano che gira la chiave nella toppa. Non visualizza. Ci fosse una cartomante nelle vicinanze farei visualizzare a lei. Ci fosse un codice civile visualizzerei le norme di convivenza matrimoniale (nella buona e nella cattiva sorte, forse questa inversione a U sulla Baggio fa parte di quei casi in cui devi tenere duro). Io visualizzo la mano di Muzio Scevola sul braciere ma mi domino. Torniamo indietro, parcheggiamo con le 4 frecce, corro di sopra e scopro che la porta era chiusa. Vabbè dai, ora si va in vacanza.

    Tra benzina e dubbi della serratura un’oretta è andata. Forse non pranzeremo verso Firenze, ma dalle parti di Bologna. Che differenza fa? Nel mio pensiero sostituisco la bistecca con lo squacquerone. Siamo in vacanza!

    Appena prima di Parma il navigatore ci suggerisce di uscire dall’autostrada. Non per il pranzo (non è così intelligente) ma a causa di un incidente. 6 km di coda in aumento. Rientriamo a Modena e In un modo o nell’altro siamo fermi e incastrati nel traffico fino alle 15, quando decidiamo di entrare (insieme a un altro milione di disgraziati in coda) in Autogrill e mangiare una Rustichella. Nei ristoranti Fuori Casello ormai le cucine saranno chiuse e staranno lavando i piatti.

    Io con l’autogrill ho la relazione che Catullo aveva con Lesbia. Nel senso che lo odio.

    Un avventore chiede un cappuccino da consumare al banco e uno da portare fuori. Quello da portare fuori nel bicchiere di carta costa 4 euro, mentre quello in tazza solo 2 euro. Scontrino sbagliato. Niente da fare. Ma mi chiedo: quel basico e orrendo bicchiere puoi farlo pagare 2 euro? Puoi fare due prezzi diversi per un cappuccino a seconda di dove lo versi?

    La cassiera mi chiede se voglio la miscela arabica. Questa volta non mi frega. Voglio quella standard che già costa un botto. Vado al banco e scopro che la cassiera ha battuto due caffè anziché uno. Posso prendere a compenso dell’errore di battitura una bottiglia di acqua se non voglio avere la tachicardia e farmi due tazze. Sento il karma della miscela arabica che mi insegue.

    Ma poi un po’ lo amo, il maledetto autogrill. Di un amore tossico. Mi cattura come una pianta carnivora. Cado tra le sue spire.

    Il reparto libri è invitante (incredibilmente!), con un bel display. Con un mix di best seller e di classici. Anche la pubblicità con la 500 carica di libri è carina.

    Saluto la consueta noce di prosciutto al pepe (mio sogno proibito da quando ero piccola, mai esaudito) e tutte le confezioni giganti di Chupa Chups, Ringo, Marshmallow che segretamente desidero (mi illudo che non si tratti solo di packaging, ma che davvero ci sia un lecca lecca grande come un pallone da calcio o un biscotto lungo come una lancia da torneo medievale) .

    Vendono anche le carte di UNO! Questo è geniale. Ne compriamo l’ennesimo mazzo da lasciare a casa anche il prossimo anno?

    Le carte UNO, direi un bene di prima necessità

    Hanno fatto persino una sezione con la Jeanseria di Carrera con prodotti semplici ma di qualità (bermuda, denim, impermeabili, tutti ben piegati e accessibili).

    Meglio delle polo stropicciate di Kappa a 12 euro che mi sono sempre sembrate uno special make-up adattissimo ad affondare un brand.

    Autogrill, My Chef, Sarni… alla fine ce li siamo fatti tutti gli odiosi autogrill, dai colori esagerati, dai prodotti ingannevoli, dai prezzi gonfiati e scontati.

    Grazie al cielo la Val d’Orcia ci ha disintossicato con vini prelibati, piatti gustosi e paesaggi dai colori che erano una poesia.   

  • Sostenibilità e sogni che finiscono all’Esselunga

    In azienda, in università, in famiglia si discute e si parla molto di sostenibilità. Viviamo in città incandescenti, facciamo villeggiatura in coda sui sentieri dolomitici, abbiamo armadi che straripano di abiti, la benzina costa come il Barolo, case costruite a caso che se non hai l’aria condizionata ci cuoci dentro.

    Le Operette Morali di Leopardi ritrovate in libreria. E i pastelli per le note

    Quindi siamo preoccupati.

    Discutiamo di significati profondi, bilancio di sostenibilità, normative in evoluzione, commerci second hand, economia circolare, diritto alla riparazione, la città a 15 minuti, le piste ciclabili, turismo consapevole.

    Ai figli insegniamo a cucinare o almeno a impiattare decentemente una caprese, a non chiamare Glovo per ordinare un hamburger ma di andarselo a prendere che hanno 20 anni, a non sprecare il cibo, a non sprecare l’acqua, a chiudere le ante al pomeriggio perché il sole non scaldi le loro stanze, a non fare i compiti con chat gpt, a fare con cura la raccolta differenziata.

    Eppure, nelle ultime due settimane ho avuto diverse volte la sensazione che siamo sepolcri imbiancati.

    Decido di fare ordine in libreria e liberarmi del superfluo (chi mi legge lo sa: cercavo disperatamente le Operette Morali di Leopardi, sepolte chissà dove dietro qualche volume inutile) e faccio tre borse giganti dei libri del liceo di Fede (che ahimè si è diplomato tre anni fa, dovevo farlo prima). Li venderò come usato. O li regalerò a qualche associazione. Non li vuole nessuno, perché le edizioni sono superate.

    Sono cambiati il numero delle pagine, la posizione degli esercizi, l’ordine delle immagini, cosicché i libri che erano adeguati nel 2023 risultano obsoleti nel 2026. Bisogna comprane di nuovi. Ma come facciamo a parlare ai nostri ragazzi a scuola di economia circolare se il manuale di latino (LATINO, non la geografia della Russia o del Medio Oriente dai confini incandescenti!) cambia ogni tre anni? Dove è il buon esempio?

    Finalmente mi sono potuta permettere di fare vacanze un po’ sparpagliate durante l’anno per risparmiarmi l’overtourism di agosto. Mentre tutti sono al mare io rimango in città a godere di strade più libere e un ritmo lento e fertile. Si preparano le lezioni nuove, si aggiornano le slides, si rivede la bibliografia dei corsi. Se non che le biblioteche a Milano chiudono tutte dal 10 al 22 agosto. Ma non sarebbe stato bello tenere aperti questi luoghi freschi e accoglienti? Pieni di libri e film che magari avrebbero accolto avventori nuovi in fuga dal solleone?

    Il mio sogno milanese di ordine e lavoro si va stemperando. Un po’ andrò da Lidia al mare, un po’ da Silvia in montagna (per fortuna chi ci vuole bene ci viene in soccorso nonostante ce la siamo tirata di andare a Madeira a maggio).

    Il lavoro, se davvero stare in casa sarà impossibile per via dell’anticiclone africano, lo farò al bar Atlantic dell’Esselunga. Tra scaffali di pasta e biscotti a sostituire Omero e Leopardi.

    Dovrò lavorare di fantasia per sentirmi come a casa del Conte Monaldo.

  • Noia, Leopardi, Ulisse e disordine

    Quando eravamo piccoli vivevamo prolifici periodi di noia mortale durante l’estate o il fine settimana, quando i tuoi amici facevano le vacanze in mesi (mesi, non long week end) diversi rispetto ai tuoi.

    La biblioteca di Casa Leopardi. 20.000 volumi

    I genitori non si accordavano tra loro, canaglie. E tu ti ritrovavi all’Elba mentre Paola era da sola al piano di sotto. E poi da sola al piano di sopra mentre Paola era a Brusson. Noi in vacanza a luglio e lei ad agosto. Giornate infinite in cui io ho costruito fabbriche di cartone dipinte con le tempere e Paola studi televisivi nella spalliera di una sedia.

    Da grandi la noia non è contemplata, si corre come trottole. Ma siccome sentiamo di doverci rilassare prima di scoppiare, corriamo molto per arrivare in tempo a pilates o a yoga dopo avere inviato una dozzina di messaggi sincopati dall’auto alla maestra (mi hanno messo riunione alle 5, arrivo al pelo; Non arrivo, c’è troppo traffico; Posso recuperare settimana prossima maledizione?; Forse si libera la strada per miracolo e arrivo…) che quando ci palesiamo in studio trafelate di tutto lo stress dell’occidente (nonostante il look ganesha e il palo santo che brucia) sentiamo lo sguardo del compatimento olistico sulle nostre mascelle serrate. Così che, dopo una giornata da incubo, ci vergogniamo anche un po’ delle nostre nevrosi.

    La scorsa settimana abbiamo fatto vacanza in moto con amici nelle Marche e in Abruzzo. Come passeggero mi sono annoiata parecchio. No auricolari, no musica, no telefono, no letture, solo paesaggi e pensieri. Ma quando mai mi ricapita? Immobile là dietro senza potere fare niente. Sulla Milano-Bologna senti poi il senso dell’horror vacui. Ho fatto più progetti in questa settimana che negli ultimi sei mesi. Potere della noia?

    Con Susi sono andata a vedere la casa di Leopardi a Recanati (ogni tanto scendevamo dalla moto). Palazzo del conte Monaldo, proprio quello che abbiamo studiato a scuola. Il povero Giacomo, nel suo natio borgo selvaggio, si annoiava terribilmente. Pochissime le persone interessanti con cui fare conversazione: il prete, il precettore (che prestissimo ne saprà meno di lui), qualche raro visitatore. A fargli compagnia i 20.000 volumi della biblioteca paterna. E in tutta quella noia Giacomo (vabbè era Leopardi, molti altri si sono annoiati e non hanno scritto neanche la lista della spesa) ha scritto L’Infinito e le Operette Morali.

    Poi leggo la newsletter di Francesco Oggiano (giornalista digitale che mi piace sempre tantissimo) che parla di noia e creatività. Chiaro che se Leopardi avesse avuto da scrollare su IG, se avesse potuto telefonare, andare al cinema, in vacanza con gli amici, a cena in centro, avrebbe scritto molto meno.

    Ieri sera ho visto l’Odissea di Nolan. Che mi è piaciuto ma avrei inserito un po’ delle parole di Omero rispetto alle diverse che avrei evitato di Nolan (in particolare il “bisogno di controllo” di Ulisse che più che sulla zattera pareva sul lettino dello psicanalista e i “venti anni di esperienza” di Penelope che odoravano di quote rosa).

    Il cavallo di Troia di Nolan, bellissimo. Timeo Danaos et dona ferentes. Ma Nolan ha tagliato le parole di Laocoonte

    Quindi cerco in libreria, nella stanza del Fede, sul soppalco, l’Odissea (dopo il film voglio rileggerla) e le Operette Morali (finite all’indice dopo la morte di Leopardi). Trovo almeno due copie dell’Eneide, la Gerusalemme liberata di Tasso, Canti e vari testi di Leopardi, le opere di Curzio Rufo (ma quando mai mi era venuta voglia di leggere Curzio Rufo?!) e le Lettere a Lucilio di Seneca (quelle si, belle belle) ma non le Operette morali. E neanche l’Odissea.

    Quindi nei buoni propositi dell’estate metto: ordinare la libreria, rileggere i classici, portare al Libero scambio i libri che non vorremo mai rileggere, liberando i capolavori dalla compagnia molesta di pagine irrilevanti. Desidero un’estate in cui sentire il canto della diva e l’ira di Achille, voglio naufragare dolcemente nel mare leopardiano, voglio guardare il soffitto e annoiarmi un po’. Voglio anche cucinare di più e mangiare meglio. Ma quello è un altro progetto, fatto mentre mi annoiavo sull’A14, all’altezza di Pescara.

  • A Milano fa caldo: rimedi e dress code

    Ai matrimoni il galateo esclude i sandali. Ma in queste settimane a Milano non esiste altra soluzione che girare con calzature che impieghino al massimo due centimetri di cuoio a separarci dal suolo perché usciamo al mattino con piedi taglia 38 e rientriamo alla sera con salsicce taglia 41.

    Sandali e smalto neutro. Oppure rosso.

    In metropolitana, sbucano da gonnellone di lino bianco e pantaloni in gabardina beige, piedi di cui vediamole le dita. Constato sulla linea blu, solo due tipi di smalto: o trasparente (tipo il Ballerina di Chanel) o il rosso (soprattutto Rouge Pirate, ma anche qualche tono un po’ più scuro che vira al Rouge Noir).

    Se hai colori diversi (mi dispiace per la creatività di tutti i nail shop con fornetto e perline, sfumature nei toni degli azzurri, dei verdi, dei fucsia, applicazioni e artigli) ti fermano all’ingresso dell’area B o ai tornelli della Metropolitana. Passano solo unghie corte, al naturale o rosse. I ragazzi con le scarpe da ginnastica in eco pelle (vera plastica) sono rimasti tutti a casa ché le scuole sono finite.

    Nell’ultima settimana abbiamo fatto gli esami in Afol Moda. Sostanzialmente un sequestro di persona di 72 ore.

    Durante la prigionia –  scritti, correzione, orali, voti, registri, plico, siglilli – non ero sola.

    Erano con me Celeste, fashion designer e ballerina di Tango , Tiziana, sviluppatore pelletteria e cintura nera di partita Iva,  Francesca, architetto modellista con il cuore a Venezia e Valeria, giovane prof idealista e piena di energia, arrivata last minute a sostituire un commissario bloccato in Sicilia dall’eruzione dell’Etna.

    A scuola la temperatura era quella di Cortina D’Ampezzo durante la settimana bianca. Fuori la città andava a fuoco. Noi abbiamo fatto up and down tra golfino e canottiera sopravvivendo a un’aria condizionata degna di Miami e un’aria esterna importata direttamente dal Sahara.

    La sera finiva da Beniamino, dove Antonio Carioti ci avrebbe parlato di Giovanni Amendola, l’uomo che sfidò Mussolini.

    Carioti resiste con pantaloni lunghi. Benia e ospiti in calzoncini in Via Letizia

    Benia non ha l’aria condizionata. Che probabilmente è di destra? O patriarcale? O responsabile dei black out negli ospedali? Ci sono brevi momenti in cui ti senti un po’ di destra.

    La platea di amici, costituita solo dai più coraggiosi, dai più robusti, indossa camicie di lino bianco o gonnelline svelte.  Calzoni corti, scarpe da vela e Birkenstock sostituiscono i consueti pantaloni in fresco di lana con i mocassini. Le calze sono un lontano ricordo. Nessuno fa un plissé a fronte di tanto svacco. La situazione è emergenziale, si sta come in pigiama in ospedale. Nessuno ti guarda strano (Il Gabbana ultimamente in pigiama ci sta sempre, ma è altra cosa e riguarda la sfilata).  

    Poi succede come per magia che Antonio Carioti, giornalista per oltre vent’anni al Corriere della Sera, cominci a parlare di Amendola ed è meglio del ventilatore. Il suo racconto, il suo tono narrante, la sua voce gentile ci investono come una brezzolina fresca. Di Mussolini si parla poco (forse il Duce nel titolo serve a tirare le vendite).

    Il libro di Carioti sul tavolino

    È estate e anche la storia vira un po’ al gossip. Si parla più di femmine che di politica (il giornalista dedica il volume alla madre) e si parla di amore: Eva Kuhn, la bella moglie sposata per amore (contro il volere del padre), che traduce Dostoevskij e soffre di crisi nervose; il love affaire di Giovanni con Sibilla Aleramo certificato da uno storico australiano, e poi con una giornalista bulgara (che il figlio Giorgio racconta senza remore); la sbandata di Eva per i Futuristi (e per il fascista Bottai).

    L’approccio un po’ Letizia2000 rende la serata leggera, anche se poi giovinezza, ideali, coraggio, sobrietà, vita da vivere degnamente, dimensione etica e una morte violenta e prematura ci riportano all’Amendola politico che rivendica la libertà della coscienza dei cittadini.

    Per vincere il caldo a Milano servono sandali aperti, uno smalto adeguato, un abito di lino, colleghi nuovi che sono una sorpresa scoppiettante e amici dalle parole che girano come una brezza poetica. Declinare inviti a matrimoni nel mese di luglio.

  • Nostalgia

    Ma quanto appaiono deliziose certe insignificanti normalità domestiche quando si è lontani?

    La cerimonia del caffè. Quando vorresti un espresso al banco

    Al mattino di solito ascolto Esteri su radio Popolare, in auto mi sintonizzo sulla BBC che dà notizie da tutto il mondo, anche da continenti ignorati da tutte le nostre news (deforestazione in Sud America, progetti sulla imprenditoria femminile in Africa o architetture in Asia …)

    Dal mio soggiorno etiope (un paio di settimane, non un semestre, un tempo che a casa ti scivola via senza che neanche te ne accorgi) mi collego ogni giorno a Milano Today. Sogno una web cam all’incrocio di casa, penso alla nonna che ascoltava il Gazzettino Padano, mi chiedo se qui sull’altopiano prende il TG regionale.

    Guarda hanno dovuto azionare la vasca di contenimento se no a Niguarda si andava sott’acqua dopo il temporale.

    C’è stato un incidente grave con il monopattino (da quando il Fede ha preso la moto vedo solo incidenti).

    Per i palazzi costruiti nei cortili con solo la scia, sono stati tutti assolti.

    E iniziato il MilanoFilmFest, fossi a casa andrei di sicuro

    Nonostante abbia lavato sempre i denti con l’acqua in bottiglia, che non abbia mai mangiato verdura cruda, che abbia rifuggito le zuppe , non abbia attinto da piatti comuni, ho passato tutto il mio soggiorno con diversi gradi di mal di pancia.

    Ora penso a una insalate fresca come fosse caviale (Milano non sarà il regno della frutta, ma sulla foglia non possiamo che inchinarci) a una caprese come al paradiso.

    L’engera è buona né… ma vuoi mettere un modenese, una baguette, un biove, una michetta.

    Sogno un po’ di Emmental

    E le pesche? E le albicocche? Che palle queste ananas e queste papaya.

    Ma come mai solo quattro settimane fa sognavo l’africa in giardino? Quella voglia di nuovo, di esotico, di diverso che ora è sostituito da una leggera malinconia che mi fa desiderare il Naviglio più del monte Entoto.

    Un caffè al banco, in pochi istanti, con la tazzina che scotta un po’ e gli occhi già a satispay, mentre qui il caffè è un rito , con incenso, tazzine, braci, erba per terra. Minimo 40 minuti mentre ora mi piacerebbe un espresso in 40 secondi.

    Tra poche settimane, lo so, dalla cocente Milano sognerò il venticello africano, il ritmo lento della camminata di donne e uomini sottili che ondeggiano sulla strada. O mi basterà rimpiangere un po’ lo sciabordio delle onde all’Isola d’Elba, o il verde dell’Abruzzo.

    Siamo destinati a sognare l’altrove? Con quel tocco di spleen e nevrosi che ci fa desiderare l’autunno in estate e l’inverno quando tutti girano con le infradito.

  • Il diavolo veste Zara

    Noi che abbiamo tanto amato il primo Diavolo veste Prada (divertente, ironico e soprattutto vero) temevamo la seconda puntata ma non potevamo sottrarci. Tanto più che questa volta tante scene sarebbero state riconoscibili nella nostra città, sulle nostre passerelle, nei nostri ristoranti. Dai questa volta si tratta della nostra fashion week! Sarà divertente ritrovarsi.

    E’ stato peggio che vedere il figo del liceo con la pancia e senza capelli. Il grande freddo.

    Come tornare nella chambre de bonne dei tuoi studi parigini e trovarci il vano ascensore.

    Come attendere Giulietta sul balcone e vederci una quarantenne con il botox che si guarda allo specchio.

    Tanto il primo diavolo rivelava (e quanto ci siamo riconosciute!) le manie della moda, la follia del calendario, la difficoltà di far capire ai nostri amori la reperibilità tipo pronto soccorso (“non salviamo vite umane” era la tipica frase che biascicavamo tra noi mentre volavamo tra una sartoria e una redazione, come se salvassimo vite umane), i capricci, le regole non scritte, i pranzi saltati, l’ordine militaresco, l’ambizione, la paura, la gioia di una approvazione di collezione, la sensazione chiara di essere in una posizione dove un milione di ragazze avrebbero voluto essere.

    Purtroppo qui il Diavolo veste Zara (che d’altra parte ha firmato con John Galliano, lavora con i migliori consulenti e giornalisti di moda, sgambetta all’ half time del Super Bowl e chissà se vedremo anche al prossimo Met Gala).

    Con un grande budget tutti i personaggi della moda che tanto brillava nel 2006 hanno avuto la loro foto di gruppo, piena di lustrini. Prima che il baraccone finisca divorato dalla finanza tutti hanno avuto il loro cameo.

    Il film non ha niente di vero. Anche se molte scene sono girate davvero durante la fashion week milanese, anche se i designer sono reali, le modelle e gli stylist pure, il Salumaio e il cortile di Brera, il Metropol in viale Piave e la Galleria Vittorio Emanuele. Anche se abbiamo visto davvero tanti miliardari, nerd della tecnologia, in prima fila durante le scorse stagioni accompagnati dalle loro donne di plastica con l’ambizione di farsi un caschetto castano e infilare un paio di occhiali da sole.

    Ridateci Miranda, spietata e favolosa. Rivogliamo il suo cappotto lanciato sul tavolo, il suo sguardo tagliente, la sua competenza sovrumana.

    La carta stampata soffre, la business class la usano solo i talent che arrivano dalla Korea con il loro parrucchiere, la finanza detta le regole e non conosce la bellezza. Ma la creatività troverà il modo di esprimersi, come la poesia è sopravvissuta alla tradizione orale, alla tavoletta di cera, al papiro, alla carta, alla tastiera. E il modo in cui la vedremo sorgere dalle ceneri di queste tristi stagioni sarà diverso da questo sequel dalla irrilevanza direttamente proporzionale al budget per la sua promozione.  

  • Settimana Santa: istruzioni per l’uso

    E’ un po’ che vorrei scrivere qualche cosa sulla bellezza di avere un calendario che non ci faccia sembrare la vita tutta uguale, che non si giochi solo sui ritmi dei saldi o delle weeks di Milano (la moda di Milano… che fastidio) tra fashion week, design week, wine week, beauty week.

    Qualcosa di più potente delle aperture domenicali dei centri commerciali o delle iniziative primaverili del FAI (che per altro mi piacciono assai), meglio di Books City e del mio abbonamento a Teatro, meglio della fioritura delle magnolie (una sorta di Sakura di importazione) e della settimana bianca.

    Si tratta dei tempi delle religioni, che vanno in sintonia con i ritmi della natura e quelli della nostra anima. Quest’anno la Quaresima si è sovrapposta al Ramadan. Quasi che le stelle ci suggerissero una armonia che non trovavano in terra.

    Questa è la Settimana Santa, quella di Passione, quella prima di Pasqua, quella in cui da bambini facevamo un fioretto e una rinuncia (no cioccolato, no caramelle, no televisione) per poi mettere in una busta il nostro sacrificio – in monetine – e darlo per i poveri il giorno di Pasqua.

    Qui qualche suggerimento (a noi ormai troppo adulti, troppo cinici, troppo disillusi) per fare di questa settimana qualche cosa di un po’ speciale.

    Se passate di fronte a una chiesa, correndo al lavoro, andando a pilates, entrate un attimo. L’odore di incenso, quella penombra (mentre fuori il sole è così luminoso e esagerato in questi giorni a Milano), quella calma, quell’altare spoglio sono commoventi. Ci si accorge di avere un’anima. Che va al ritmo del nostro respiro.

    Ascoltare “Venerdì Santo” di Guccini. Non so se vale solo per chi è nato nello scorso millennio. Oggi provo con il Fede e vedo se funziona anche con lui. Ma quella frase “muore il Signore e tu muori amore tra le mie braccia” ha dentro quell’amor sacro e quell’amor profano che tanto ci riguarda.

    Leggere (o forse ancora meglio cercare un attore su you tube che lo legga per noi) ” la donna de paradiso” di Jacopone da Todi. Una delle poesie più belle che mai siano state scritte. E questa vale in qualunque secolo siate nati. Da dedicare a tutte le madri che in questi mesi piangono i loro figli trucidati dalla guerra.

    Evitare le feste la sera del Venerdì Santo. Se lavori nelle PR trova un altro giorno, dai. Se è il tuo compleanno, festeggia a Pasqua o a Pasquetta con una bella grigliata. Avrai doni e pure uova di cioccolato.

    Chissà che questa settimana (orribile nel passato per gli attori che non potevano recitare e facevano la fame mentre le chiese si tingevano di viola, colore ancora oggi menagramo in teatro) ci dia invece l’occasione di essere più sobri per un attimo, più attenti a quelli che soffrono, più in sintonia con la nostra anima e con la natura.

    Buona Pasqua

  • Quello che mi piace delle Olimpiadi

    A me delle Olimpiadi piace incontrare gli atleti in metropolitana al pomeriggio. E i volontari al mattino.

    Mi piace vedere il logo di Milano Cortina sui sacchetti della Rinascente e la faccia della Golgia che mi occhieggia un po’ dappertutto vestita EA7.

    Mi piace la pubblicità di Airbeb in cui gli host parlano del loro quartiere, con un tratto che pare disegnato a mano sulla neve.

    Mi piace il pezzo della cerimonia di apertura dedicato ad Armani, elegante e regale con le musiche di Stefano Fontana.

    Mi piace Mattarella che arriva in tram con Valentino Rossi. Mattarella mi piace anche tifoso super preparato sulle piste. Roba da farlo direttore di Rai Sport dove farebbe un figurone.

    Mi piace che la voce registrata in Cadorna, a Pagano, in Duomo segnali gli scambi per raggiungere gli stadi del ghiaccio. Meglio di quella che ci allerta della presenza dei pickpocket.

    Mi piace il pattinatore Ilia Malilin, anche se è caduto e non ha vinto l’oro. Anzi forse lo abbiamo amato ancora di più per questo.

    Mi è piaciuto che il Brasile abbia vinto un ossimorico oro sulla neve a suon di samba grazie a Luca Pinheiro.

    Mi è piaciuta la Brignone nel superG e non devo spiegare perché.

    Non mi piacciono tutti gli stand troppo invadenti in piazza Duomo e in San Babila che alterano la bellezza della città (forse in San Babila non è cosi grave: sembra la piazza del cantiere M4 con cui abbiamo convissuto per 10 anni) , ma lo dico a bassa voce per non far soffrire la mia amica Cristina che lavora per Milano Cortina (ad ogni polemica, dal bambino lasciato per strada alla cabinovia sulla frana, dai lavori in ritardo, alle misure del campo da Hockey ho pensato a lei con un brivido nel cuore).

    Milano, contro ogni previsione, mi è sembrata meno trafficata e più a piedi del solito.

    Se dio vuole, la cerimonia di chiusura la fanno a Verona. Così gli amici in area rossa vicino a San Siro potranno affacciarsi alla finestra e uscire di casa. E quelli con il motorino riappropriarsi della corsia preferenziale della 90 / 91.

    Tra pochi giorni la stazione di Pagano sarà solo la stazione di Pagano. Ma ormai per me rimarrà il ricordo della voce che poteva portarmi all’Ice park delle Olimpiadi.

  • Spy Story anni ’70

    Ieri da Beniamino non si poteva mancare. Nonostante la pioggia. Nonostante le Olimpiadi. Nonostante il Padel e il Pilates.

    Alessandro tra Beniamino Piccone e Umberto Ambrosoli

    Era il momento dell’uscita di “Attacco alla Banca d’Italia”, spy story purtroppo non di fantasia sulla vicenda della incriminazione pretestuosa di Paolo Baffi nel 1979.

    Beniamino è alla quinta puntata, dato che il suo ultimo libro arriva dopo altri quattro dedicati all’ex governatore della Banca d’Italia.

    Può solo l’integrità e la passione per la giustizia farti amare così visceralmente un personaggio da dedicargli così tanti studi, ricerche, tempo, interviste?  Qui, oltre che l’amore per lo studio, dobbiamo dare un occhio alla psicanalisi. Paolo Baffi, laico, sobrio, repubblicano, rigoroso, secco, tagliente, si rivela come il transfer psicoanalitico per dialogare con il padre.

    Anche per noi amici si tratta di una figura quasi familiare, dato che è presente nelle conversazioni, nelle citazioni, nei punti di riferimento.

    Ma se talvolta questa ossessione è diventata oggetto di benevola ironia (Benia, a che punto siamo con Baffi?) ieri l’atmosfera in via Letizia era più seria, più commossa del solito.

    Beniamino Piccone ha letto migliaia di pagine dei carteggi di Baffi, scoprendo l’uomo al di là dell’economista. Vi ha trovato le parole del banchiere ma anche quelle dell’uomo, umiliato della vergogna dei vinti.

    Questo libro (450 pagine, 12 di prefazione, una sola foto e un botto di note) è (come ha detto il fratello Alessandro durante una invasione di campo nel momento della presentazione) un bambino. Con una gestazione che si è protratta ben oltre i canonici nove mesi.

    Il salotto è pieno (siamo in 62, roba da record, nessun amico ha bigiato). A presentare il libro Umberto Ambrosoli che questa sera prende le redini dell’intervista. In sala anche Maki Galimberti che ha scattato la foto della quarta di copertina in cui Beniamino ha un certo fantomatico mistero. In prima fila il giornalista Massimo Riva che nel ’90 ha pubblicato i diari di Baffi e questa sera ascolta e non si risparmia un cauto pessimismo sui parallelismi tra passati complotti e attuali attacchi alla costituzione.

    Maki , il fotografo

    Ambrosoli (Baffi fu l’unica autorità – azzoppata – che si presentò ai funerali di suo padre) è invece pacatamente ottimista, Siamo un paese migliore di quello degli anni ‘70 in cui il fuoco rosso e nero incendiava le strade (e le stazioni) e un antistato conviveva con la democrazia.

    Siamo certi? Non c’è forse una assonanza disarmante con il caso Epstein?” Chiede un ragazzo dalla seconda fila. Uomini in posizione apicale legati da giochi di potere e abuso al di là di ogni regola, di ogni convenzione civile, di ogni schieramento leale.

    In Attacco alla Banca d’Italia ci sono sei personaggi cattivi (la Procura di Roma, i NAR, Licio Gelli, la stampa prezzolata, il potere politico) e i buoni che vengono sopraffatti (Baffi, Sarcinelli) e quelli – tanti, sono 126! – che nel 1979 si schierano in difesa del Governatore firmando una pergamena di stima. Oggi tra i buoni metto anche Beniamino che pubblica il suo libro alla ricerca della verità e della riabilitazione. E ognuno degli onesti, dei coraggiosi che ogni giorno fanno il loro dovere, dicono di no e ci salvano.

    Chiude Riva, e lo fa citando il Manzoni “Quelli che non seppero è perché non vollero sapere”.

    Tra quelli che ci salvano, mettiamo sempre i poeti che vedono nitido laddove regna il caos.